Ferrara processa Berlusconi, la giuria popolare lo assolve

Ferrara processa Berlusconi, la giuria popolare lo assolve

«Il berlusconismo si è preso una bella raffreddata. Forse è inutile continuare a ripetercelo, ma la botta è stata dura». Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara esordisce così. Alla faccia del “caro amico Silvio” cui pure era dedicata la giornata di riflessioni politiche al teatro Capranica di Roma. Sono le 10.20, il giornalista è appena salito sul palco per l’adunata dei «liberi servi del Cavaliere». Al suo fianco i direttori dei giornali “amici”. «I miei pari» li chiama lui: Mario Sechi del Tempo, Alessandro Sallusti del Giornale, Maurizio Belpietro di Libero. Manca Vittorio Feltri, che arriva con un quarto d’ora di ritardo. Qualche metro più a sinistra c’è anche l’ospite d’onore, Berlusconi. Sorridente, mani dietro la schiena, immobile. Una sagoma di cartone a grandezza naturale.

La platea del teatro è piena, ci saranno almeno 3-400 persone. Fedelissimi del presidente del Consiglio, in maggioranza. Ma a stupire è il numero di giornalisti e fotografi. Quasi tutti gli spettatori hanno in mano il quotidiano di Ferrara. Nessun miracolo editoriale, all’entrata sono state distribuite decine di copie gratuite. Qualcuno sfoglia Libero e Il Giornale. Molti hanno acquistato Il Tempo (dopotutto siamo a Roma). La militanza dei presenti è presto confermata. Qualche minuto prima dell’ingresso degli oratori un signore di mezza età si avvicina al palco sventolando un bandierone. C’è scritto: “No ai Pacs. Con Rauti, Berlusconi e Storace”. Quando lo accompagnano in fondo alla sala l’uomo incita i presenti: «Se quel traditore lo ammazzava il 14 dicembre – chiaro il riferimento al presidente della Camera Gianfranco Fini – voi oggi non stavate mica qui!».

I direttori entrano. Si prestano alle foto di rito con la sagoma del Cavaliere. Poi Giuliano Ferrara – in un impeccabile completo bianco – inizia il “regicidio” (di questo lo accuserà più tardi Sallusti). «Berlusconi ha perso nella sua città, a Milano. È penoso a dirsi, ma è andata proprio così. E ha perso a Napoli, la città in cui aveva investito parecchio». Il direttore solletica la platea: «La sconfitta di Napoli è una cosa pazzesca. Ha vinto De Magistris – Ferrara sillaba il nome dell’ex pm alzando il tono della voce – Avete capito bene chi?». Il pubblico lo segue. C’è chi ride, chi applaude. Lui continua: parla del sindaco napoletano, delle inchieste giudiziarie portate in televisione, del figlio di Vito Ciancimino. Quando cita Michele Santoro il teatro gli tributa un ovazione.

In prima fila ci sono il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto, il coordinatore Denis Verdini e il ministro Renato Brunetta. Ferrara parla a braccio: «Berlusconi non può essere solo l’uomo che vuole espugnare le procure, che vuole riportare in Italia lo stato di diritto. Non può perché è il capo del Governo: deve proiettare la sua agenda sul Parlamento, sul Paese». Poi l’invocazione: «Silvio, ti abbandoni a noiosissimi monologhi di cui il Paese si è stufato». Non siamo ancora alla rivolta interna, ma è chiaro che il direttore del Foglio ha deciso di analizzare la sconfitta elettorale con franchezza. Fin troppo. Quando annuncia la sua «proposta» per il futuro del partito, non tutta la platea gradisce. «Libere primarie – invoca Ferrara – presto, anche a ottobre» Un parte del pubblico applaude. La maggior parte è impegnata a sventolare i quotidiani regalati all’ingresso come ventagli. Fa caldo. «Cambia passo – continua il giornalista – rilegittimati».

Nel frattempo, all’esterno del teatro, tre contestatori provano a entrare senza successo. «Siamo in sciopero della fame da cinque giorni – racconta uno di loro – Protestiamo contro questo Governo. Ma non ci vogliono far passare. Ci hanno detto che è un incontro privato, riservato». Qualche istante dopo esce Vittorio Feltri. Mentre si concede ai giornalisti in piazza Capranica una signora a passeggio con il marito si ferma incuriosita. «Ma hai visto chi è quello? – dice senza nascondere l’entusiasmo – È Indro Montanelli». Il vicedirettore del Giornale Nicola Porro è in disparte. Una signora anziana aspetta vicino all’ingresso del Capranica. «Ero con una mia amica – racconta – appena ha saputo che c’era la manifestazione di Ferrara è entrata di corsa. Io preferisco aspettare fuori, non mi interessa». Poi si lascia andare a una confidenza. «A dirla tutta, quel Ferrara lì non mi convince nemmeno troppo. Ma secondo lei davvero trasmette tutte le sere dall’Inghilterra? Io non ci credo». Probabilmente ce l’ha con l’approfondimento politico di Rai Uno “Radio Londra”.

Sul palco si susseguono gli interventi. Belpietro si rivolge agli spettatori: «Sì, ho visto la nomina di Alfano. Un politico capace, non c’é che dire. Ma è un modo per prendere tempo, per allontanare la soluzione del problema. Parliamoci con franchezza: non cambia sostanzialmente nulla». Le primarie del Pdl? «Sono scettico – continua Belpietro – all’interno del partito c’è chi teme di perdere la poltrona. E anche Berlusconi credo che non sia troppo favorevole. Perché le primarie daranno inequivocabilmente il via al processo della sua successione».
«Berlusconi deve tornare a far sognare gli italiani – conclude il direttore di Libero – Ragioni su una prospettiva per questo Paese, altrimenti rischia di regalarlo alla sinistra per i prossimi vent’anni».

Dopo l’incredibile autoaccusa di Daniela Santanchè («Diciamo con chiarezza che abbiamo perso. Siamo umili, adesso dobbiamo ascoltare di più) è la volta degli «infiltrati di sinistra», come li presenta ironicamente Giuliano Ferrara. Quando la giornalista Marina Terragni – durante il suo intervento – definisce il premier «il vecchio», dalla platea piovono fischi. E insulti. «Vattene», «Il vecchio sarà lei». Una militante non più giovanissima spicca tra tutti: borsetta rossa in spalla si avvicina al palco, poi grida alla relatrice: «Se ne vada, ci ha stufato».

Poco dopo prende la parola la giornalista Ritanna Armeni. Un discorso pericoloso sulla fine inevitabile del berlusconismo. Riecco i fischi. Uno spettatore si alza: «Basta! – urla – È un’analisi sbagliata, sei fuori tema!». Qualcuno prova a calmare i più esagitati. «La vera domanda – continua la giornalista – è la seguente: è possibile costruire un centrodestra senza Silvio Berlusconi?». Il pubblico insorge. 

Apprezzatissimo Alessandro Sallusti. «Giuliano tu qui stai pianificando un regicidio – scherza – un caso punibile con la pena di morte in molti paesi monarchici». Il direttore del Giornale difende a spada tratta il Cavaliere. «Quando il partito si mette a disposizione delle intuizioni del presidente – chiarisce – le cose sono sempre andate bene». Parole di stima anche nei confronti di Verdini, «uno che ci ha fatto vincere tutto quello che c’era da vincere». Il coordinatore – raccontano i vicini di posto – gradisce molto.

Si alternano sul palco i ministri Giorgia Meloni e Giancarlo Galan. Il clou della mattinata, però, è l’intervento di Alessandra Mussolini. Ce l’ha con il candidato sindaco di Napoli Gianni Lettieri («uno che quando girava per la città sembrava un agente immobiliare di Tecnocasa») e con l’ex sottosegretaria Daniela Melchiorre («Ma chi la conosce questa? Chi l’ha voluta?). Alla fine se la prende pure con la sagoma di cartone del premier. Troppo bassa. «Se la vede Berlusconi non credo la prende bene» ammonisce Ferrara. Poi, per farsi perdonare, si alza e dà un bacio sulla faccia plastificata del Cavaliere. 

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