Nel Pdl di Milano c’è aria di resa dei conti

Nel Pdl di Milano c’è aria di resa dei conti

MILANO – Dopo le lacrime del sindaco uscente Moratti – ieri il passaggio di consegne a Palazzo Marino al nuovo primo cittadino, Giuliano Pisapia – è tempo non solo di bilanci. Qualcuno nel Pdl lo chiama “il momento della resa dei conti”, che è assai più simile a un regolamento, che non a una riflessione produttiva. Sotto la lente della sconfitta, giganteggia il nuovo coordinatore lombardo Mantovani (senatore e sottosegretario ai Trasporti, nonché sindaco di Arconate, comune a trenta chilometri da Milano) che aveva sostituito nell’incarico, qualche mese fa, Guido Podestà, presidente di Provincia.

Podestà, rapidamente scivolato dagli onori agli “oneri”, nel paniere di Berlusconi. Qualcuno maligna che a lui sia imputabile parte del terremoto che attraversa il partito. Al Cavaliere non era andata giù la sua inerzia, questo inverno, nella raccolta di firme ai gazebo per ingrassare il partito a Milano, in vista delle elezioni. L’affare Sara Giudice non ha fatto altro che precipitare le cose. Quando la ex pidiellina aveva iniziato la sua campagna per raccogliere firme nella petizione contro la Minetti, Podestà non si era certo speso per fermarla. Immobilismo pagato caro. Il 25 gennaio scorso una telefonata lo aveva “dimissionato”.

All’epoca le cronache ufficiose descrivevano un premier irritatissimo anche per la mancanza di scudo nella vicenda sollevata dai radicali sulle firme false, a sostegno del listino di Roberto Formigoni, alle ultime regionali. Dopo il siluramento da coordinatore lombardo, il presidente della Provincia aveva dichiarato: «Mi sono dimesso perché ho troppe cose a cui pensare. Bisogna rendersi conto che c’è un limite temporale per mantenere più incarichi. Milano andrà al voto e non sarà una passeggiata. Anche le Province di Mantova, Pavia e Varese e altri 250 Comuni andranno alle urne».

Peccato che in provincia, a queste amministrative, è stato un bagno di sangue per il partito. Il sostituto Mantovani ha avuto certo poco tempo per riorganizzarsi: appena tre mesi per un’eredità pesante. Un partito dilaniato dalle correnti interne, con un ex coordinatore pronto a fare ostruzionismo. A Mantova, Podestà e i suoi uomini sono accusati da Pdl e Lega di aver volutamente boicottato il candidato Fava, staccato di ben 13 punti, nella carica di presidente di provincia, da Alessandro Pastacci del centrosinistra, che ha vinto col 56,2 per cento di voti.

Anche a Rho non è andata meglio. Lo scorso gennaio, il consiglio comunale aveva fatto cadere la giunta di Roberto Zucchetti (area Cl e uomo di Podestà). Diciassette consiglieri dimessi (quelli di opposizione più 2 del Pdl, 2 ex Pdl, un ex An e uno di Futuro e Libertà) e un doppio gioco della Lega sono costati al sindaco la poltrona. Al suo posto è stato eletto Pietro Romano, del centrosinistra. A San Donato il sindaco pdl vicino a Podestà, Mario Antonio Dompè, non gode di buona fortuna, così come quello di Peschiera Borromeo, Antonio Falletta. Sono gli ultimi presidi di un potere sempre più a brandelli.

Eletto nel giugno 2009, a Podestà rimarrebbero altri tre anni di mandato, ma qualcuno – nel partito – giura che dopo la débâcle delle ultime amministrative, la sua testa potrebbe essere consegnata al Cavaliere ben prima della naturale scadenza. Nel frattempo, Roberto Jonghi Lavarini, Presidente del Comitato Destra per Milano, della corrente LiberaMente del Pdl, ha chiesto l’azzeramento dei vertici milanesi e lombardi del partito: da Mantovani a Casero, sottosegretario nazionale e coordinatore cittadino. La proposta è di “dimissionare” la Moratti dal nuovo consiglio comunale, lasciandole la carica di commissario straordinario per Expo, e di assegnare a Riccardo De Corato, ex vicesindaco, l’incarico di “sindaco ombra” del centro-destra. A Carlo Masseroli (che ha avuto il merito di far approvare il nuovo pgt), andrebbe la carica di nuovo Capogruppo del Pdl in Consiglio.

Lavarini doveva essere candidato alla presidenza di zona 1, ma la sua nomina è saltata. Non è stato l’unico: anche l’ex vicepresidente del consiglio comunale uscente, Stefano Di Martino, a lui vicino, è stato sacrificato. Sull’altare del clan La Russa, le loro nomine sono state annullate (in corsa: volantini e manifesti già stampati), in favore di quelle di uomini più deboli in termini di consenso, ma meglio equipaggiati: Marco Osnato, genero di Romano La Russa e indagato nel fascicolo Aler della Procura della Repubblica di Milano, e Giovanni Mola, atterrato direttamente da Roma. Le urne non hanno dato loro ragione. Gli elettori del centrodestra non hanno gradito uomini poco vicini al territorio, poco conosciuti e impegnati più nella loro individuale campagna elettorale, che in quella del partito. Il pupillo dei La Russa, Osnato, ha avuto appena 1677 preferenze: sfumata la possibilità anche di assumere un ruolo più pesante in Aler (l’ente delle case popolari), dopo la batosta elettorale.

Ancora più magra figura il bottino di Mola, portato in dote da Gasparri: 311 voti. Nei giorni degli spogli, al primo e secondo turno, qualcuno, maliziosamente, sottolineava la preoccupazione dipinta sul volto di Loris Zaffra, presidente Aler, che si aggirava per Palazzo Marino, a compulsare i dati degli scrutini. Piazzato dal partito, dopo un eccellente curriculum (era uomo craxiano, ex assessore comunale Psi, fu arrestato il 30 luglio 1992, per questioni di tangenti, e poi prosciolto nel 2002), la sua carica potrebbe saltare.

La buona salute del Pdl potrebbe però ripartire, nel nuovo consiglio, dalle prime tre posizioni dei più votati in lista: De Corato (5834 voti), Masseroli (3445) e Gallera, ex capogruppo (2333 crocette). Di loro si parla già come del volano con cui riconquistare la città tra cinque anni.

paola.bacchiddu@linkiesta.it