Quelle strane coincidenze tra socialisti e crisi economica

Quelle strane coincidenze tra socialisti e crisi economica

La crisi in Europa è da associare a governi di centrosinistra. E non è solo una provocazione. Le elezioni intercorse dal primo bailout, quello di Atene nel maggio 2010, a oggi hanno avuto un solo leit motiv: la sconfitta del socialismo e delle sue politiche economiche, ritenute fra le colpevoli dell’esplosione dei conti pubblici. L’ultima nazione in termini temporali è il Portogallo, che è anche l’ultima che ha chiesto l’assistenza finanziaria di Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Ue. Ieri il nuovo premier Pedro Passos Coelho ha vinto alle urne, battendo ampiamente l’uscente José Socrates. Un segnale forte per un’Europa sempre più a destra.

L’esempio eclatante di questo nuovo vento è il Regno Unito. Abbandonato il Labour di Tony Blair e Gordon Brown, ha saputo dare forza ai conservatori di David Cameron e ai LibDem di Nick Clegg. Proprio in questi giorni si sta discutendo su come permettere all’economia britannica di uscire dalla crisi, anche evitando che le banche della City continuino a essere Too-big-to-fail, troppo grandi per fallire. Ma si sta anche parlando di come rinnovare il centrosinistra. Ecco quindi spuntare il Blue Labour, la corrente più corporativista e conservatrice del Labour party da sostituire al New Labour di blairiana memoria.

C’è poi la Spagna. Alle ultime elezioni amministrative, che hanno coinvolto tutte le municipalità e 13 su 17 province, il premier José Luiz Rodriguez Zapatero ha dovuto ammettere fin da subito il tracollo del suo Psoe, colpito e affondato dal Partido popular di Mariano Rajoy. Zapatero lascia un Paese con una disoccupazione media superiore al 20%, con un picco prossimo al 45% per il comparto giovanile. Ma la Spagna soffre anche per la bolla immobiliare ancora non scoppiata, un fardello da 600 miliardi di euro secondo il Banco de España, e per quella delle energie rinnovabili, fortemente voluta dal leader socialista.

Infine, la Grecia. Il premier George Papandreou e il suo ministro delle Finanze, George Papaconstantinou, sono considerati ai minimi storici nella popolarità. Non c’è da stupirsi, date le misure di austerità cui stanno costringendo la popolazione. Quest’ultima, da sempre vicina ai socialisti, sta velocemente cambiando opinione e lo fa anche attraverso le imponenti manifestazioni di piazza che si stanno susseguendo dal dicembre 2009, quando emerse alla luce l’oggettiva difficoltà di resistere senza l’aiuto dell’Ue. I 110 miliardi di euro del programma di assistenza di Bce, Fmi e Ue non sono bastati, sebbene siano stati abbassati o congelati gli stipendi di svariati dipendenti del pubblico settore. Stanno arrivando altri 70 miliardi di euro, a fronte di altre misure draconiane. E già ora si può intuire quale sarà il destino politico della Grecia, quando si dovrà tornare alle urne.

Un esempio a parte è invece quello dell’Irlanda. A Dublino e dintorni fra gli imputati della crisi finanziaria c’è proprio il partito repubblicano guidato da Brian Cowen, il Fianna Fail. E dopo decenni di controllo politico a senso unico, ha vinto il Fine Gael di Enda Kenny, la coalizione di centrodestra. Al contrario del moderato Cowen, Kenny dopo la sbronza della vittoria elettorale aveva pronunciato parole di fuoco contro i fautori del bailout: «Questo è un cattivo accordo per l’Irlanda e per l’Europa, bisogna cambiarlo». Sarà. Intanto però sono sempre maggiori le voci di un nuovo piano di salvataggio dopo gli 85 miliardi di euro erogati nello scorso novembre.

E l’Italia? Roma è l’ultimo dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) a essere preso in considerazione da analisti ed economisti nel computo dei Paesi più in crisi. Certo, il debito pubblico è sempre più elevato, la crescita stenta e anche l’inflazione inizia a mordere i portafogli delle famiglie. Eppure, guardando alla crisi europea dei debiti sovrani, emerge nella sua interezza l’eccezione italiana. Berlusconi ha subìto una forte spallata all’ultimo voto, perdendo la roccaforte di Milano, non riuscendo a conquistare Napoli e incassando una sonora sconfitta elettorale su tutto il territorio. Per ora, però, il 2013 è lontano e il contagio di Grecia, Irlanda e Portogallo non ha che lambito la nostra penisola e il centrosinistra è sempre meno forte in Europa. Deve sperare solo di non essere l’eccezione che conferma la regola.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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