Quirra, il poligono sardo crocevia dell’uranio impoverito

Quirra, il poligono sardo crocevia dell’uranio impoverito

Magari fosse stato l’uranio impoverito. O meglio, magari fosse stato soltanto l’uranio impoverito. Invece a far ammalare decine di pastori, militari, centinaia di pecore e di agnelli sono stati anche gli ordigni della seconda guerra mondiale, il napalm della campagna di Vietnam, il fosforo bianco dell’Iraq e chissà quale altra diavoleria ancora. 

Siamo a Quirra, fazzoletto di terra sarda benedetto da Dio e maledetto dagli uomini, che qui hanno costruito il più grande poligono militare d’Europa e del mondo intero, se si considera anche lo spazio in mare.

Da trent’anni ci si ammala a Quirra. Raccontano i residenti che i primi a sussurrare che forse c’era qualcosa di anomalo furono i medici di famiglia quando si trovarono a dover sottoscrivere troppi certificati di morte per tumore.

Neoplasie e leucemie, repentine e distruttive, e non solo agli anziani, anche ai capifamiglia, alle donne, e poi cominciarono i bambini, con le malformazioni di Escalaplano, 14 piccoli rinchiusi in casa, in un paesello da 700 anime, che i genitori avevano vergogna anche a raccontarlo. Trent’anni di silenzi con una novità – deflagrante – proprio di questi giorni: la Procura della Repubblica di Lanusei starebbe per formalizzare l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale per un alto ufficiale in servizio al Poligono negli anni ’80. Il militare avrebbe organizzato i brillamenti di ordigni arrivati da tutta Italia per essere smaltiti in Sardegna. Un supertestimone della Procura ha raccontato di aver lavorato a Perdasdefogu e di aver partecipato alla “bonifica” di migliaia di tonnellate di armi provenienti soprattutto dal porto di Genova e arrivate in Liguria chissà da dove. Un’attività che potrebbe aver creato un disastro ambientale, con falde acquifere contaminate, e da qui le malformazioni e i tumori tra gli uomini e gli animali. Sono tre comunque gli indagati, tutti ex militari che sono stati responsabili del Poligono sardo nel corso degli anni.

Questo la procura. La politica, dal canto suo, ha dato la solita risposta: organizzare una commissione di indagine che esegua analisi cliniche. Si è perso il conto delle investigazioni sanitarie effettuate negli ultimi dieci anni in Sardegna. C’è stata prima la commissione regionale poi quella dell’Asl, poi ancora quelle del ministero della Difesa, dell’università, della provincia, del Senato. Proprio venerdì è stato presentato l’ennesimo verdetto, capolavoro della diplomazia sanitaria: lo stato di salute del Poligono – hanno detto i tecnici del comitato di verifica interno al Poligono – non è certo ottimo, ma neanche pessimo. Sufficiente, ecco. Niente di catastrofico, è stato ribadito in un’assemblea cittadina affollata e rumorosa, ma c’è ancora da indagare. E alla fine la solita promessa del sottosegretario di turno alla Difesa, impersonato stavolta da Giuseppe Cossiga: «Se si dovesse trovare qualcosa di anomalo e di pericoloso nel Poligono, saremmo pronti a chiuderlo». Già sentito anche questo.

Mentre la politica si barcamena come può, ci ha pensato la Procura a passare all’azione: il giudice delle indagini preliminari Paola Murru ha deciso di interdire ai “civili” l’area del Poligono, una bomba esplosa proprio alla vigilia del referendum sul nucleare che in Sardegna è stato votato una settimana fa. È stato un vero plebiscito: sia per l’alta affluenza alle urne (6 elettori su 10), poi per i risultati (i sì superano il 90 per cento). Il 60% dei sardi ha espresso chiaramente la sua opinione. È un nervo scoperto, questo del nucleare, per l’isola ferita dalle basi militari che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo.

«E i sardi non ne possono più di veleni piantati qui come se fossimo la discarica del Paese», lo dice Mariella Cao, anima dell’associazione “Gettiamo le basi” che già nel 2002 sosteneva: «Speriamo che in quel poligono ci sia soltanto uranio impoverito». La prendevano per matta, invece aveva ragione. Come ha testimoniato la missione nell’Ogliastra della precedente commissione d’inchiesta del Senato sull’uranio impoverito: «Nel poligono di Perdasdefogu – hanno scritto i commissari nero su bianco nella relazione finale – le industrie belliche hanno potuto affittare porzioni dell’area militare per la sperimentazione. Nessuno può controllare cosa sperimentassero, ma hanno potuto solo produrre autocertificazioni attestanti che nulla di pericoloso per la salute umana stesse accadendo sulla collina che sovrasta Quirra».

È un braccio di ferro quello tra i magistrati e la politica. Dieci giorni fa il ministro La Russa ha sostenuto – mentre era in visita a Decimomannu – che «nel poligono non è mai stato usato uranio impoverito». Il giorno successivo, quasi come una risposta, la Procura di Lanusei, con una decisione senza precedenti, ha emesso il decreto di sequestro preventivo dell’intera base militare, dodicimila e settecento ettari di terra all’attività agropastorale fin qui autorizzata all’interno dell’area, perché le sperimentazioni e le esercitazioni belliche possono aver gravemente compromesso l’ambiente.

Ma poi ha dovuto rinviare l’interdizione al primo luglio, a causa delle proteste degli stessi pastori appoggiati dai deputati locali. La giunta della regione si è riunita addirittura alle 22.30 pur di decretare lo stato di emergenza economica della zona. «Sussiste il fumus – ovvero la probabilità effettiva – del delitto di disastro ambientale, quantomeno colposo, posto in essere con plurime condotte da militari» ha scritto il gip nel decreto.

E una settimana dopo viene presentata la relazione dei tecnici sanitari nominati dalla Difesa che emette il solito verdetto di “assoluzione fino a prova contraria” dei terreni, delle falde acquifere e dei fumi che hanno attraversato l’Ogliastra. Nelle stesse ore il procuratore della Repubblica di Lanusei Domenico Fiordalisi che, insieme al capo della squadra mobile di Nuoro Fabrizio Mustaro, ha scoperchiato qualche mese fa il vaso di Pandora da cui sono fuoriusciti i veleni di Quirra, ha disposto il sequestro probatorio di tutte le sorgenti, i canali, pozzi e condutture che si allacciano all’acquedotto del paese: l’acqua, contaminata dai brillamenti di munizioni eseguiti in questi anni nel poligono, potrebbe essere la causa dei troppi tumori registrati nella zona. «Hanno usato di tutto – dicono dal pool inquirente – e questa è una zona ventosa. Le nano particelle di vari metalli pesanti e di sostanze pericolose hanno contaminato suoli e acqua, possono essere volate verso i paesi limitrofi. Questa è la nostra tesi». I sigilli sono arrivati per il timore che qualcuno manometta i corsi d’acqua, tentando di dimostrare che le fonti a monte di Perdasdefogu non arrivino giù a valle, dove è stata registrata la più alta percentuale di morti.

Insomma, dopo anni di furiose lotte sull’Isola che sul “continente”, come dicono i sardi, a stento trovavano una debole eco, potrebbe essere la svolta: siamo a un passo dalla pubblica ammissione che nella base militare più grande d’Europa si sono svolte operazioni in grado di mettere in pericolo la salute di uomini e animali. Una svolta che arriverebbe dopo almeno cinquanta morti sospette e dieci anni di lotte delle associazioni ambientaliste e pacifiste.

Ma, proprio mentre sigilli e indagini giudiziarie possono arrivare alla verità, i giudici si trovano contro anche la popolazione civile. Gli allevatori, ad esempio. Chiudendo i recinti del Poligono rimarrebbero centinaia di pecore senza pascoli. Non è un aspetto irrilevante. L’intera economia della zona vive della loro attività. C’è qualcuno che comincia a chiedersi cosa ha mangiato negli ultimi anni insieme al latte, al formaggio e alla carne degli animali che hanno pascolato a Perdasdefogu.

E poi c’è il turismo. Già, il turismo. Con i rincari dei traghetti e l’inquinamento da nano particelle, c’è chi teme una débacle che l’Ogliastra non può sostenere. «Questa decisione della procura ha avuto il triste merito di compattare il fronte del sì al poligono. Chiudere le porte agli allevatori – sbotta Mariella Cao, una delle donne più amate e più odiate della Sardegna, a seconda che a parlare siano gli attivisti e gli abitanti di Quirra o i militari – significa lanciare un messaggio ben preciso: allontano e punisco le vittime dell’inquinamento, mentre le esercitazioni militari possono continuare indisturbate. Cosa si risolve? La vita delle pecore è più importante di quella degli abitanti di Quirra?».
Forse però, allontanare le pecore significa allontanare il pericolo che i sardi mangino carne malata.

“E allora chiudessero del tutto la base militare”. Mariella Cao, cascata di ricci e voce roca da fumatrice è un fiume in piena. È stata definita la Erin Brockovic sarda: «Gli allevatori vogliono i risarcimenti, giustamente. È la politica che deve dare risposte, ma la politica ha sempre latitato qui in Sardegna». Ora sembra che la regione intenda stanziare 5 milioni di euro per i danni, e i pastori minacciano nuove proteste il primo luglio, quando la decisione della procura di chiudere i cancelli della collina militare diventerà definitiva.

I pastori, comunque, sono stati i primi a rendersi conto che qualcosa non quadrava. Negli anni sono nati agnelli con due teste, occhi dietro alle orecchie e altre spaventose malformazioni. Il pm Fiordalisi ha proprio fatto analizzare le ossa di uno di questi agnelli: si è trattato di un’analisi nuova, realizzata in un laboratorio di Bologna e commissionata dal perito della procura Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare e professore al Politecnico di Torino. Per la prima volta nella storia da questa vicenda, insieme a una moltitudine di metalli pesanti di ogni tipo, è stato trovato anche uranio impoverito nei frammenti ossei. Quell’agnello, nato, cresciuto e vissuto a Perdasdefogu, ha respirato il “metallo del disonore”, come l’uranio fu definito dalla stampa statunitense, quando fece strage di militari americani dopo la prima campagna in Iraq.

Poi sono stati riesumati i cadaveri di tre vittime della cosiddetta Sindrome di Quirra: due pastori e un militare di Baunei che ha effettuato una missione in Kosovo. Entro settembre dovrebbero arrivare i risultati: se l’uranio dovesse essere trovato anche nelle loro ossa, sarebbe la prova della contaminazione. Non solo, sarebbe anche la prova che quello stesso metallo è stato respirato nei Balcani. E dopo undici anni dalla prima commissione scientifica sull’uranio impoverito arriverebbe da una piccola procura sarda la prova del suo passaggio nefasto nella vita di migliaia di giovani soldati.