Alfano, storia di un segretario innamoratosi alla tv

Alfano, storia di un segretario innamoratosi alla tv

All’inizio è un giovane militante, ”unilateralmente innamorato di Silvio Berlusconi”, come si dichiara in un’intervista a Giancarlo Perna su il Giornale, datata 14 febbraio 2005, candidato al consiglio provinciale di una cittadina siciliana, poi semplice deputato regionale di FI, poi ancora capogruppo regionale di Forza Italia. Solo più tardi si avvicina alla cerchia stretta del premier, coordinatore regionale del partito azzurro al posto di Micciché, ministro della Giustizia. E, dulcis in fundo, primo segretario politico del Popolo della Libertà.

Ladies and gentleman, ecco a voi: Angelino Alfano. Una carriera lampo, racchiusa nei lunghi diciasette anni del berlusconismo, che, nel paese del precariato e dei politici (almeno) over 60, fa venire il torcicollo a chiunque: giovani e meno giovani. Ha fatto in fretta, Alfano. E in un partito di sgomitatori e fedelissimi scomparsi nel nulla, lui ce l’ha fatta. A chiunque si stupisca della sua carriera politica lampo, lui, Angelino, nel dicembre del 2005, si limitava a dire di amare la politica e di avere “attitudine per l’attività di partito”. Insomma, aveva avvisato tutti. Alfano nasce a Sant’Angelo Muxaro, in provincia di Agrigento. Il padre Angelo, insegnante di Liceo, democristiano doc, fanfaniano a livello nazionale, e manniniano a livello locale, fu anche vicesindaco. E Angelino cresce a pane e politica, e democrazia cristiana. Ma nel ’94 rimane folgorato dalla figura di Silvio Berlusconi, e, come disse a Giancarlo Perna nell’intervista sopracitata, “ho aderito a lui e a FI attraverso la tv. Nessuno in carne ed ossa mi ha convinto”.

D’altronde, stando ai suoi primi passi nel movimento giovanile della democrazia cristiana, sarebbe stato normale pensare ad una sua adesione in uno dei tanti partitini rievocativi della “balena bianca”. Invece, no. Angelino sceglie il Cavaliere, e, nel ’94, come ha ricordato all’inizio del suo intervento all’Auditorium di via della Conciliazione, si candida con Fi al consiglio provinciale di Agrigento, e viene eletto anche perché “aiutato dal buon nome di mio padre”, ammetterà in seguito.

Nel ’96 supera l’esame di abilitazione per avvocatura, e si presenta come deputato all’Assemblea regionale. Nuovamente eletto, sarà il più giovane parlamentare dell’Ars, e i giornali locali titoleranno:”Mamma, vado a fare l’onorevole”. Nel ’98 lo nominano capogruppo di Fi in regione, e Micciché, a quel tempo coordinatore regionale degli azzurri, lo tiene sott’occhio consapevole delle grandissime qualità del giovane agrigentino. Tanto da far pensare allo stesso Micciché, in occasione delle regionale del 2001, all’ipotesi di un “ticket”: Cuffaro presidente, e vice Alfano. Ma non se ne fece nulla. E forse fu la fortuna dello stesso Alfano. Perché il Cav se lo vide portare ad Arcore da Micciché, e quanto narrano, ne fu colpito.

Modi e dizione lo portarono a farne un po’ il suo segretario particolare dal 2001, racconterà il Giornale nel 2008. Il 2005 è l’anno della svolta. Per l’appunto, nel mese di febbraio, partecipa ad una trasmissione che a quel tempo andava in onda su Raidue, “Punto e a capo”. E lì pronuncia quattro parole nette mai usate con tante forza da nessun uomo politico nato e cresciuto ad Agrigento: ”La mafia fa schifo”. Proprio quelle quattro parole colpiscono Silvio Berlusconi, al punto da fargli scappare: ”Finalmente ho trovato chi mi può sostituire in tv”.

Il Cav lo vuole al suo fianco e gli affida un incarico importante: la gestione del partito in Sicilia, dopo il decennio del “61 a zero”, quando il centrodestra annienta gli avversari nell’isola alle elezioni del 2001. Così Alfano inizia a dividersi fra Palermo e il suo ufficio romano a Palazzo Grazioli. A Roma, come ha fatto scrivere sul Corriere della Sera, conduce una vita “casta e morigerata”, al massimo “una pizza, se non c’è da lavorare. Mai discoteca, o altro”. Insomma niente “bunga bunga”. A Palermo fa il Berlusconi.

Ha carta bianca su tutto: liste, candidati, coordinatori. Media fra gli udicini di Cuffaro e gli autonomista di Lombardo, e arriva alla rottura con l’ex-amico, nonché padre politico, Gianfranco Micciché quando Cuffaro si dimise, e lui, Angelino, si schierò con Schifani e LaLoggia contro Micciché che voleva subentrargli, accettando alla fine la candidatura di Lombardo. E poi nel 2008 arriva a via Arenula, alla Giustizia, il ministero più impegnativo nell’era del Cav. D’altronde, fra Lodo-Alfano, intercettazioni, processo-breve, processo-lungo, e legittimo impedimento, il ministro Alfano, e i ministri “ombra” Ghedini e Longo, hanno dettato l’agenda politica italiana degli ultimi due anni e mezzo. E da ieri il nostro Angelino continuerà a dettarla da via dell’Umiltà, non perdendo di vista il traguardo finale: Palazzo Chigi. 

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