Ci vorrebbero i forconi contro le brutture architettoniche di Milano

Ci vorrebbero i forconi contro le brutture architettoniche di Milano

Ogni volta che ci torno, la mia Milano mi sembra sempre di più una città di merda. Faccio fare al tassista un percorso obbligato, una sorta di schizofrenia della memoria, che al termine del suo racconto metropolitano mi avvicina pericolosamente al protagonista di Un giorno di ordinaria follia. Lo ricorderete il mitico Michael Douglas: perso il lavoro e lasciato dalla moglie che gli impedisce di vedere la figlia, scarica il peso della vita facendo una mezza strage. È questo il mio stato d’animo quando passo – disarmato – dall’area dell’ex Varesine, dove qualcuno, anni fa, ha deciso di alzare una muraglia di cemento e cristallo formata da tre grandi edifici.

Ebbene, se vi mettete dall’altra parte della strada e la guardate con l’attenzione che merita, potrete notare che non ci sono praticamente punti luce che dividano i tre insediamenti. Dal punto di visto urbanistico e architettonico uno scempio criminale. Sto migliorando, e non mi pongo neanche più la domanda di come sia potuto succedere e chi abbia dato i permessi perché il crimine si compiesse. So tutto, pasolinianamente so tutto. E sanno tutto anche i milanesi.

Penso però che il sindaco Pisapia dovrebbe piantare una tenda all’esterno della struttura e lì, a turno, far dormire gli assessori e dormire lui medesimo. In modo che la mattina, con una tazza di caffè caldo fatta al campo, la prima romantica visione del mondo sarebbe quell’infamia di cantiere. Allora, penso anche che i suoi assessori donna, persone di caratura e sensibilità, peserebbero un filo di più le parole nel commentare la decisione di aderire al progettone Expo immaginato dalla Moratti. A paradigma, ecco le parole di Cristina Tajani, 32 anni, assessore alle Politiche per il lavoro: «Dobbiamo smetterla di sentirci sotto schiaffo, dobbiamo avere il coraggio di difendere le nostre scelte». Se fossero vostre, caro assessore, sarebbe bello e doveroso difenderle. Ma, ahivoi, purtroppo appartengono ad altri e non sembrano così luminose.

Nella mia personalissima toponomastica metropolitana dell’orrore, dall’ex Varesine non devo fare più di mezzo chilometro per ritrovare il filo della disperazione. È, ancora e sempre, l’immarcescibile cantiere Garibaldi che si perpetua sin da quando ero bambino, che non è mai finito e mai finirà. Una zona assolutamente bestiale, degna di un’infernale visione dei rapporti cittadini tra umani (non) consenzienti. Mi chiedo da tempo come mai i milanesi non abbiano già imbracciato i forconi e l’ultima volta di quella zona la ricordo ancora, e data ormai molti anni fa. Scesero in strada gli abitanti del centro Direzionale (via Melchiorre Gioia) per protestare contro un’ondata di trans nella zona. Purissima paleontologia.

C’è un punto distintivo che identifica le capitali europee e le distingue dalle grandi città senza speranza: il fine lavori realizzato. Il cantiere Garibaldi e molte altre situazioni di Milano ci raccontano in modo impeccabile che questa città è fottuta.

Dicevamo dei forconi. Io lo so perché i milanesi per tutti questi anni non li hanno imbracciati, e alla fine, devastati nel profondo, hanno scelto finalmente il forcone più democratico delle urne, cambiando la Moratti. Primo perché non avrebbero saputo con chi prendersela. Il sacco di Milano ha tali e tante complicità che passarle al setaccio avrebbe avuto bisogno di una sorta di Tribunale dell’Aja. E secondo perché non esisteva più una vera società civile, una borghesia attiva e reattiva, quei ricchi illuminati di un tempo che oggi non accendono più neanche una lampadina.

Sembra uno scherzo del destino ma l’orrore sta tutto in un grumo di metri quadri. Ti volti a destra, fai un duecento metri e ti spunta quel comico millepiedi che definiscono nuovo palazzo della Regione. Nessuno, nel mondo civilizzato, con una qualche minima conoscenza architettonica e urbanistica, avrebbe mai potuto pensare che all’interno di quel dedalo di vie si potesse costruire quella roba lì. Se passi dalla strada, ti manca l’ossigeno, la prospettiva, alzi lo sguardo e ti sbatte sui vetri, e da lontano non hai alcuna speranza di apprezzare la struttura. Anche in questo caso, ci passo ormai demoralizzato (e sempre disarmato).

Solo tre esempi, tra loro vicini, bastano e avanzano per definire cos’è oggi Milano. E cosa ne hanno fatto. Neppure voglio pensare a cosa uscirà dalla vecchia Fiera – ho già visto alcune porcherie in zona – ma è certamente utile soffermarsi sul futuro della (nostra) città in termini di Expo. Sono ore delicate e l’assessore deputato, il Boeri, ha già minacciato le dimissioni, poi rientrate con un rattoppo in giunta, che però non elimina lo sbrego.

Ragazzi, sindaco, assessori donna, assessori uomini, vi è chiaro che qui si fa Milano o si muore? Quanti di voi sanno di sviluppo urbanistico delle città, avete fatto un giro preventivo delle capitali europee per capire come si crea il sentimento di città, vi siete presi nota di che cosa significa lo sviluppo delle piste ciclabili, che all’estero corrono in parallelo alle grandi arterie, avete scolpito nella mente e negli occhi quell’equilibrio che intercorre tra palazzi, strade, luce, verde e persone che passa sotto il nome di respiro metropolitano? O continuate a baloccarvi nell’idea che i problemi di Milano si risolvano “solo” a Milano? Siete nel mondo, svegliatevi! 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter