Debito Usa, Obama: «Il tempo è scaduto»

Debito Usa, Obama: «Il tempo è scaduto»

Ultimo aggiornamento 00.42

«Il nostro tempo a disposizione è scaduto, ma il default può essere ancora evitato». Con queste parole, pronunciate in conferenza stampa pochi istanti fa, Barack Obama ha annunciato il fallimento dei negoziati con John Bohener, il rappresentante dei repubblicani al Senato, sulle condizioni chieste dal Great old party in cambio del via libera all’innalzamento del tetto al debito americano. Il presidente Usa ha poi convocato per domani mattina alla Casa Bianca lo stesso Boehner, la rappresentante della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, il senatore democrat leader della maggioranza in Senato Harry Reid e Mitch McConnell, senatore leader della minoranza repubblicana. 

Il punto sul quale continua a non esserci uniformità di vedute riguarda l’aumento delle tasse, che i repubblicani voglioni evitare a tutti i costi, seppure a fronte di ampie garanzie di riduzione e riforma della spesa corrente. 

Insomma, un’altra giornata difficilissima per il presidente Usa. Cominciata con un articolo del Washington Post, che sottolineava per la prima volta alcune spaccature tra Obama e i suoi alleati al Congresso. La notizia del raggiungimento di un accordo sull’innalzamento del tetto al debito Usa con il portavoce del Senato, il repubblicano John Bohener, pubblicata sul New York Times e poi smentita dalla Cnbc, è piombata inattesa nel pieno di una riunione tra i democratici di Capitol Hill e il responsabile della Casa Bianca al bilancio, Jacob Lew.

Al quale, alcuni senatori capitanati da John Kerry, ex candidato alle presidenziali del 2004 e ora senatore del Massachusetts, avrebbero chiesto delucidazioni sottolineando l’appoggio dell’opinione pubblica americana a una tassa sui ricchi, osteggiata invece dai repubblicani. «La forza della nostra economia dipende da come affrontiamo il problema del debito (pari a 14.300 miliardi di dollari, ndr). Il Congresso deve agire ora», ha detto Obama, affermando la sua volontà di siglare «un piano di riduzione del deficit che comprende scelte dure (come l’aumento delle tasse, ndr)», che in condizioni normali non avrebbe mai avallato.

In ogni caso, ha ammonito l’inquilino della Casa Bianca, «nessun piano di taglio del deficit dovrà intaccare la ripresa dell’economia». Concentrandosi poi, con grande abilità, sulla «rara opportunità, per entrambi i partiti, di trovare un piano comune per smettere di pompare debito nelle nostre carte di credito». Parole che hanno chiamato la piccata risposta di Bohener: «Sarà un weekend caldo qui a Washington». Una promessa, o forse una minaccia. Secondo le indiscrezioni raccolte dal Wall Street Journal, Obama e Bohener starebbero approntando un programma di tagli per 3.000 miliardi di dollari entro il prossimo anno, riformando Medicare e Medicaid, le due misure fortemente volute da Obama nell’ambito della riforma della sanità pubblica, e altri 1.000 miliardi dall’aumento delle tasse.

Un punto dolente per i repubblicani. Il Senato, seguendo le indicazioni dei rispettivi partiti, ha rigettato con 51 voti contrari contro 46 favorevoli il piano presentato dalla Camera bassa, a maggioranza repubblicana, che prevedeva tagli per 111 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2011, fissando inoltre un tetta alla spesa pubblica pari al 18% del Pil e la possibilità di un emendamento alla Costituzione per un budget bilanciato prima del via libera all’aumento del tetto al debito. Nel frattempo, la Camera ha approvato con 252 voti favorevoli e 159 contrari un taglio del proprio budget pari al 6,4 per cento.

Rimane invece sul tavolo la bozza di riduzione del deficit e innalzamento del tetto presentata dalla «banda dei sei», come sono stati ribattezzati dalla stampa Usa i tre senatori democratici e tre repubblicani che nei giorni scorsi hanno stilato la proposta che si basava su un taglio del deficit pari a 3.700 miliardi di dollari in tre anni e la riduzione del debito al 70% del Pil entro il 2014. Un taglio unito ad un aumento del tetto di 500 miliardi, in cambio di una riduzione della spesa di pari ammontare (sulla quale Charles Krauthammer, commentatore del Washington Post e premio Pulitzer, è scettico: il deficit Usa sale di 100 miliardi di dollari al mese, quindi dopo cinque mesi si tornerebbe punto e a capo). Come? Grazie a imponenti tagli al deficit e a un parallelo aumento delle tasse, a proposito del quale il presidente Usa ha fornito ampie rassicurazioni, nel corso di un intervento all’Università del Maryland: «Non voglio punire i ricchi, voglio sacrifici condivisi».

Intanto, proseguono fitti in questi giorni gli incontri tra il segretario del Tesoro Usa Tim Geithner, il presidente della Fed Ben Bernanke e il numero uno della Fed di New York Chris Dudley per capire le eventuali implicazioni macroeconomiche di un mancato accordo. Ieri, in una lunga intervista rilasciata alla Reuters, il numero uno della Fed di Philadelphia, Charles Plossner, aveva ammesso che la Fed stava attivamente preparando delle contromisure in ottica di un default qualora fallissero i negoziati sul tetto al debito. Un’eventualità categoricamente smentita dal ministero del Tesoro.

Non dall’agenzia di rating Standar & Poor’s, che in una nota diramata oggi, oltre a notare come il Tesoro Usa dovesse ridurre il finanziamento al deficit per preservare la liquidità necessaria a ripagare il debito in scadenza, sulle istituzioni finanziarie americane ci si potrebbe aspettare «un disastro macroeconomico sistemico e globale». Tradotto, uno scenario simile al fallimento di Lehman Brothers, nel 2008. L’agenzia di rating newyorkese, in ogni caso, giudica improbabile un mancato accordo, ma potrebbe sbagliarsi.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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