Geotermico, l’Italia dimentica i suoi «sbuffi del diavolo»

Geotermico, l’Italia dimentica i suoi «sbuffi del diavolo»

«Si trovano in una valletta tutta erbosa per il giro di un miglio grandissime aperture e vari fumacchi. In molti l’acqua non bolle più, altri sono secchi e fumano solamente; molti poi sono laghetti di acqua che bolle con grand’impeto, in altri è spinta fuori l’acqua 4 o 5 braccia con rumore; in molti si sente escire di sotto terra il vento solamente con gran strepito e si vede che fanno continue mutazioni, in un luogo se ne spengono, altrove se ne aprono di nuovi», così Pietro Leopoldo di Lorena descriveva i soffioni boraciferi di Larderello. Il granduca di Toscana era andato a vedere una specie di meraviglia delle meraviglie nel territorio a lui sottoposto. Ma non poteva immaginare che proprio lì sarebbe sorta la prima centrale a energia geotermica del mondo (1913).
L’Italia non avrà il nucleare, ma è arrivata per prima la mondo nello sfruttamento dell’energia geotermica e forse varrebbe la pena lavorarci un po’ su (se è per questo, anche i primi studi sulle pale eoliche sono stati fatti in Italia, con il risultato che l’industria per la produzione di turbine alimentate dal vento ha creato decine di migliaia di posti di lavoro un po’ dappertutto fuorché in Italia).

Larderello è la conosciutissima frazione del meno famoso comune di Pomarance, in provincia di Pisa. Nelle sue acque boracifere ci facevano il bagno gli etruschi e i romani, che notoriamente apprezzavano assai questo tipo di attività. Quando poi, nel tardo Medioevo, la Chiesa fece chiudere tutti i bagni pubblici perché era immorale che uomini e donne si lavassero assieme, per un po’ di secoli si sarebbe morti di malattie legate alla sporcizia e le acque medicamentose sarebbero diventate belle, ma inutili, o tutt’al più appannaggio di personaggi che potevano permettersi di fare un po’ quello che volevano, tipo Francesco il Magnifico, che si faceva vedere spesso da quelle parti.

Nella seconda metà del Settecento, con il progresso della scienza medica, il direttore delle farmacie del Granducato, Francesco Höfer, comincia a usare quelle acque per produrre acido borico. È il 1777 e bisognerà attendere quarantun anni, ovvero il 1818, perché quel bendiddio sia sfruttato industrialmente. Ci pensa un francese, Francesco de Larderel, che impianta la prima fabbrica per l’estrazione del borace a Montecerboli e poi via via altre. C’è un problemino, però: per far evaporare l’acqua in modo da ottenere i cristalli, si utilizza legna ricavata disboscando i dintorni. Dopo qualche anno tutta la zona, fino a notevole distanza, risulta completamente spelacchiata. Larderel non si perde d’animo, intuisce che il calore naturale del sottosuolo può sostituire quello del fuoco di legna, e così tra il 1826 e il 1828 perfeziona l’utilizzo del vapore naturale per far bollire ed evaporare l’acqua.

Nulla può fermare il progresso. Nel 1842 il processo di evaporazione viene perfezionato installando alcune caldaie e il granduca Leopoldo II è talmente entusiasta che in onore del francese battezza “Larderello” la fabbrica nata vicino a Montecerboli. A fine Ottocento si pensa di usare il vapore per muovere marchingegni, tipo mulini e pompe. Da lì alla produzione di energia elettrica, il passo è breve, ed è un principe a provarci per primo. Piero Ginori-Conti, rampollo di una delle più illustri famiglie toscane, nel 1904 accende cinque lampadine con un motore e una dinamo alimentati dal vapore. È l’inizio di una nuova fase. Nel giro di qualche anno viene progettata una vera e propria centrale geotermoelettrica che, come detto, entra in funzione nel 1913. L’elettricità prodotta a Larderello in un primo tempo viene immessa nella rete ferroviaria, poi via via l’utilizzo si amplia. Anche l’acqua calda viene usata per riscaldare abitazioni ed edifici pubblici.

Dopo che la gestione delle centrali geotermiche passa in mano all’Enel si arriva all’assetto attuale. Già da prima che inizi la produzione di energia elettrica, i soffioni che fuoriescono naturalmente dal terreno non bastano più per l’uso a cui sono destinati e quindi si passa alle trivellazioni (nel 1988 un pozzo geotermico perforato dall’Enel a Larderello con i suoi 4093 metri di profondità finisce nel Guinnes dei primati). Fino agli anni Cinquanta l’Italia è leader mondiale nella produzione dell’energia geotermica, poi il primato passa all’Islanda (dove l’85 per cento delle abitazioni è riscaldato con il calore proveniente dal sottosuolo) e in ogni caso ancor oggi gli impianti toscani producono un rispettabilissimo 10 per cento dell’energia geotermica mondiale. Nel mondo soltanto l’uno per cento dell’energia ottenuta è di provenienza geotermica, ma le potenzialità di sviluppo del settore sono enormi. Oltretutto gli impianti dell’Enel di Larderello sono ad altissima automazione e, in relazione alla quantità di energia prodotta, di volume contenuto. In altre parole: una centrale geotermica, a parità di elettricità immessa in rete, è più piccola e quindi meno impattante rispetto a una centrale che utilizza altre fonti di alimentazione (eolico e solare compresi). Ovviamente nemmeno l’energia geotermica è a impatto zero: tutt’attorno alle centrali si diffonde uno sgradevolissimo odore di uova marce, dovuto allo zolfo presente nelle acque termali, che può infastidire pesantemente le popolazioni residenti. Al momento, però, non si segnalano comitati «No geo».

1932, un nuovo soffione boracifero

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