Gheddafi “caccia” l’Eni dalla Libia, ma resta azionista

Gheddafi “caccia” l’Eni dalla Libia, ma resta azionista

Lo diceva Giulio Andreotti: «comunque vadano le cose al di qua e al di là del Mediterraneo, la Giamahiria araba avrà sempre una sua incidenza». Parole di grande attualità dopo l’annuncio di oggi da parte del primo ministro Al-Baghdadi Ali Al-Mahmoudi, che ha annunciato l’interruzione di ogni collaborazione con il Cane a sei zampe, come risposta alla partecipazione italiana ai raid della Nato contro il regime, e al sostegno di Roma ai ribelli del Cnt di Bengasi. Il trattato di amicizia italo-libico, infatti, recita testualmente, all’art. 3, che «Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite». Ovviamente, per il Colonnello, siamo nella prima ipotesi sancita dai trattati. 

La reazione del ministro degli Esteri, Franco Frattini, non si è fatta attendere. Da Zagabria, il titolare della Franesina ha risposto: «Siamo noi che non vogliamo e non possiamo fare contratti» con Tripoli, spiegando che «sono sotto embargo». Eni, infatti, attualmente sta finanziando assieme a UniCredit i ribelli anti Raìs. 

Una presa di posizione che complica ulteriormente il futuro del Paese nordafricano e l’esito del più disorganizzato “intervento umanitario” della storia recente, spinto dalla Francia, che ha ammesso in questi giorni il suo fallimento, e appoggiato con riluttanza da Obama, che poi ha dovuto giustificarsi davanti al Congresso per aver bypassato la discussione parlamentare nell’autorizzare l’America a prenderne parte.

D’altronde, per gli Usa Tripoli non è strategica. La riprova che gli interessi in gioco siano tutti europei, e soprattutto italiani, sta nel bilancio relativo al terzo trimestre 2010 della Libyan investment authority (Lia) pubblicato questa mattina sul sito della Ong Global Witness. Un particolare: l’Europa pesa per il 68% del portafoglio d’investimento del fondo sovrano – che vanta asset per 65 miliardi di dollari (al 14mo posto nel mondo secondo la classifica Swf) – percentuale che si alza al 73% se si guardano gli investimenti azionari in Ue, dove l’Italia pesa per quasi la metà, ovvero il 35% degli attivi in gestione. Così suddivisi: UniCredit 17,72%, Eni 12,59%, e Finmeccanica 1,65 per cento. 

A libro (pagina 12 del bilancio) le azioni UniCredit valgono 1,32 miliardi di dollari (circa 915 milioni di euro), mentre sul mercato, a settembre 2010, 1,26 miliardi. Come si legge nella nota, tra giugno e settembre, la Lia ha acquistato azioni per 1 miliardo di dollari, inclusi 500 milioni in UniCredit e 360 milioni in Eni. Proprio la scorsa estate, infatti, veniva reso noto da Consob il superamento del 2% del capitale della prima banca italiana da parte della Lia, salita al 2,075 per cento. Trame sempre più intersecate, quelle tra Piazza Cordusio e il Colonnello, che emergono con chiarezza dai dati di bilancio: sempre la scorsa estate, quando al timone c’era ancora Profumo, il fondo sovrano ha sottoscritto 200 milioni di dollari in prodotti strutturati targati UniCredit. La quale, al terzo trimestre 2010, deteneva quasi 111 milioni di liquidità e 85 milioni di depositi sui conti dell’istituto di credito. Asset  tuttora congelati. Per questo, i 300 milioni di aiuti al Consiglio transitorio dei ribelli libici, annunciati da Frattini, saranno anticipati dalla banca. 

Sul fronte Eni, che giusto un anno fa per bocca dell’ad Paolo Scaroni annunciava 20 miliardi di investimenti nel Paese in un decennio, il valore di carico dell’1% di Eni è di 942 milioni di dollari, mentre il valore sul mercato è di 906 milioni. A libro, invece, la partecipazione in Finmeccanica (2,010%) è scritta a 129,4 milioni di dollari, mentre il mark to market lo scorso settembre era pari a 118,6 milioni di dollari. La Lia, infine, ha investito in Enel 59,6 milioni di euro, che oggi sono pari a 46,9 milioni di euro, ma non si tratta di una partecipazione strategica come le precedenti. 

Sintetizzando: il tridente UniCredit, Eni e Finmeccanica è iscritto sul bilancio del fondo sovrano libico per 2,38 miliardi di dollari. Sul mercato, lo scorso settembre, ne valeva 2,28. Cioé, circa 1,6 miliardi di euro. Il 30 settembre 2010, ad esempio, UniCredit chiudeva a 1,87 euro per azione. Al momento in cui scriviamo, il titolo quota 1,23 euro per azione, Finmeccanica era a 8,7 euro per azione e oggi a 7,72. Stesso discorso per Eni, che alla fine dell’estate scorsa valeva 15,83 euro per azione, e oggi 15,58. Difficile capire che fine faranno questi impieghi, in quanto non è chiaro se andranno a fare parte del fondo domiciliato in Qatar e finanziato da Italia e Francia dove dovrebbero confluire le società della galassia Gheddafi, che comprende la Banca centrale libica – suo il 4,9% di UniCredit – e la Lafico (Libyan arab foreing investment company), che detiene il 7,5% della Juventus via Exor (la quale si riprenderà la partecipazione in attesa di sapere il destino della finanziaria libica), soprattutto ora che il Paese è in una pericolosa fase di stallo.

Il destino della Lia fa più paura a Milano che a Tripoli, ma alla voce “partecipazioni rilevanti” non c’è solo l’Italia. Le tedesche Siemens e Basf pesano rispettivamente il 7,75% e l’1,32% – oltre alle non strategiche Deutsche Telekom, Bayer, Roche e Allianz – il 3% del Gruppo Pearson, editore del Financial Times, vale il 5,72% degli asset azionari del fondo. A seguire la Francia, via Lagardere (e le non strategiche Schlumberger e Gaz de France) con l’1,07% dell’equity, e altri gruppi norvegesi, canadesi e russi (Gazprom) attivi nel settore estrattivo e nelle costruzioni. 

Un equilibrio, quello nella geografia delle partecipazioni del fondo sovrano del settimo Paese aderente all’Opec per ampiezza delle riserve petrolifere, che si è riflettuto nei diversi approcci di Francia, Germania e Italia per evitarne la somalizzazione. Dove, all’interventismo transalpino e alle preoccupazioni finanziarie italiane si è affiancato il “non expedit” di Angela Merkel. 

Le perdite certificate della Lia riguardano i colossi bancari americani e anglosassoni. Il Financial Times, che già aveva sottolineato la perdita di 1,5 miliardi di dollari (da 5 a 3,5 miliardi) nel primo semestre su hedge fund e prodotti strutturati, oggi scrive che l’investimento di 300 milioni di dollari su un prodtto di Bnp Paribas ha perso metà del suo valore, a fronte di interessi maturati per 18 milioni, mentre quello sottoscritto con Credit Suisse, pari a 200 milioni di dollari, un terzo, per 7 milioni di interessi. Infine, la Lia ha registrato una minusvalenza nell’investimento da 300 milioni di dollari sottoscritto con Permal, un fondo di hedge fund basato in Usa. Poche settimane fa, il Wall Street Journal ha dato ampio spazio all’indagine condotta dalla Sec contro Goldman Sachs, che con cui la Lia ha sottoscritto un contratto per l’acquisto di un prodotto strutturato che ha maturato 50 milioni di dollari di sole commissioni. Il fatto che la principale banca d’investimento mondiale sia citata sul bilancio del fondo sovrano come “Gold Man Sachs”, la dice lunga sulla capacità negoziale dei libici. 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it