I mercati vedono nero sull’Italia ma la Bce non è preoccupata

I mercati vedono nero sull'Italia ma la Bce non è preoccupata

FRANCOFORTE – La manovra italiana va nella direzione giusta, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha fatto bene. Viste dal centro del sistema bancario europeo, una definizione che piace moltissimo agli euroburocrati a trazione tedesca di Francoforte, le ultime notizie che riguardano l’Italia sono viste con distacco. Il titolare del Tesoro, che oggi è stato ricevuto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a colazione, gode di buonissima fama ai piani alti di Eurotower. Alcune fonti qualificate hanno raccontato oggi a Linkiesta che l’Italia viene considerata come un esempio virtuoso per aver accolto tempestivamente le richieste della Banca centrale europea (Bce) di aggiustamento dei conti pubblici, e poco importa che nel prossimo biennio ci sarà solo qualche misura di maquillage, oltre ai provvedimenti adottati esattamente un anno fa in Finanziaria, mentre il grosso dei tagli riguarderà il 2013 e 2014.

Nonostante ci sia vicinanza di vedute fra Francoforte e Roma sulle misure di austerity, oggi i mercati hanno deciso di modificare la loro posizione sull’Italia. In particolare, dopo le accuse a Giulio Tremonti, lo spread fra i titoli di Stato italiani (Buoni del Tesoro poliennali, Btp) e i Bund tedeschi ha raggiunto il suo massimo storico, 245 punti base. E il Financial Times ha infatti spiegato, sul blog Alphaville, che oramai è una corsa al contagio fra Roma e Madrid, l’altra osservata speciale. A Francoforte, tuttavia, non c’è molta preoccupazione. Sono tanti, nei corridoi della Bce, a ritenere del tutto infondate le voci di un contagio della crisi greca. La preoccupazione derivante dalla sospensione della contrattazione delle azioni di UniCredit ha però stupito diversi dirigenti della massima istituzione monetaria europea. In particolare, la domanda più frequente era solo una: fino a che punto la vicenda Milanese-Tremonti ha influito sulla performance di Piazza Affari?

Per ora, c’è solo una certezza. L’incertezza regna sovrana e sta spingendo al rialzo il rischio-Paese per l’Italia. Secondo i dati di Markit, il prezzo dei Credit default swap su Roma ha superato i 235 punti base, con un incremento prossimo al 9% nell’arco di 24 ore. Allo stesso modo, il timore che i mercati decidano di muoversi contro il nostro Paese è confermata da più voci che girano nelle sale operative di Londra. Del resto, la sospensione del titolo UniCredit, avvenuta in mattinata, deriverebbe dalla vendita di un grosso pacchetto di azioni. Borsa Italiana, in via preventiva, avrebbe quindi deciso per lo stop e nel mentre avrebbe contattato il soggetto che ha inviato l’ordine, probabilmente un hedge fund basato a Londra.

Non c’è però solo Tremonti. Sull’altra questione che, in questi ultimi giorni, sta appassionando più gli euroburocrati che la politica nazionale, ovvero la permanenza di Lorenzo Bini-Smaghi nel comitato esecutivo dell’istituzione di Francoforte, la sensazione prevalente è che, sebbene si tratti di una sua personale decisione – e, dice chi lo conosce bene, non sarà per lui una scelta facile – una chiamata del Governo non si rifiuta. Ci si sta dunque abituando all’idea, anche se i trattati parlano chiaro: il mandato dei membri del board esecutivo Bce dura 8 anni.

Nei corridoi dell’Eurotower non si parla soltanto delle ultime news da Roma, ma soprattutto di Atene. Da Francoforte i tecnici delle divisioni operative che si occupano di definire e monitorare la politica monetaria europea sostengono che il collaterale richiesto alla Grecia per poter accedere ai prestiti Bce, nell’ambito del programma Marginal lending facility è il doppio rispetto all’ammontare dei prestiti richiesti dal Paese. Garanzie finite ieri ancora una volta nell’occhio del ciclone, quando il presidente Jean-Claude Trichet ha ribadito che la Bce non prenderà più in considerazione il rating espresso dalle agenzie internazionali nell’accettare asset greci come collaterale. L’istituto di Francoforte, spiegano, ogni giorno monitora il valore di 56.000 asset in tutta l’Eurozona. La cui valutazione comprende gli eventuali haircut, i tagli al loro valore nominale.

Di conseguenza, la dinamica dei prestiti concessi segue il valore qualitativo del collaterale che poi finisce nei bilanci della Bce. Vietato quindi parlare di default: l’assunto è che la Bce presta soltanto alle banche nazionali che sono “solventi”, in particolare quando nessun altro istituto, all’interno del sistema bancario europeo, si fa avanti.

Misure emergenziali, ovviamente: il ruolo della Bce, ripetono fino allo sfinimento, non è salvare il sistema bancario di un Paese membro. Azioni che esulano dal mandato della Banca centrale iscritto sui trattati comunitari, che – sottolineano con buona dose di dogmatismo – riguardano esclusivamente l’obiettivo della stabilità dei prezzi, attuato con l’unico strumento della correzione dei tassi d’interesse. Insomma, nessuna confusione di ruoli con i singoli Stati nazionali, ai quali sono deputate le scelte di politica economica per continuare a ricevere gli aiuti da parte dell’istituto centrale. L’esempio ricorrente è quello della crisi asiatica del ’97: all’epoca nessun Paese dell’area sostenne che il prezzo da pagare per il salvataggio era troppo alto. Nemmeno ora che si parla apertamente di “default”, ai piani alti la possibilità di una nuova Lehman Brothers è totalmente esclusa. Il tempo dirà se Francoforte ha ragione.
 

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