La banda della Magliana è un’invenzione giornalistica

La banda della Magliana è un’invenzione giornalistica

ROMA – Che fare, ora che se so’ bevuti pure er Secco? Una nuova fiction, forse, tanto la Banda non passa mai di moda. Soprattutto quando la cronaca fa la sua parte, come negli ultimi giorni. Due giorni fa l’uccisione di Flavio Simmi, figlio di un affiliato della banda. Freddato con nove colpi di pistola alla luce del sole, nel centrale quartiere Prati. Ieri, sempre nella capitale, è stato arrestato per riciclaggio Enrico Nicoletti, il cassiere della banda. Il Secco della serie Romanzo Criminale. Per gli inquirenti, a 74 anni, era a capo di “un gruppo criminale dedito alle truffe nel settore immobiliare legato alle aste giudiziarie”. Una grande passione per il crimine che lo scorrere delle stagioni non ha fatto venire meno. A più di vent’anni distanza dagli ultimi fuochi criminali, della banda della Magliana non si è mai smesso di parlare. Talvolta a sproposito.

La pensa così Pino Nicotri, giornalista e scrittore. Lo scorso anno ha pubblicato Cronaca criminale. La storia definitiva della banda della Magliana.
Non esiste nessuna banda, in sintesi, il suo pensiero.
«Non lo dico io – spiega Nicotri – lo hanno detto i magistrati più di una volta. Una sentenza definitiva della Cassazione riduce la fantasmagorica banda della Magliana a 13 o 14 persone, con nomi abbastanza sconosciuti. Io uso questa espressione: banda a geometria variabile.
La banda della Magliana è una fortunata invenzione giornalistica per indicare il coacervo di gruppi che animavano la criminalità romana. Una criminalità che non è mai stata omogenea e che spesso aveva spezzoni in conflitto. Se non si fossero sparati tra di loro, gli inquirenti forse li starebbero ancora cercando. Anche la Padania è un termine giornalistico che ha avuto grande fortuna, ma poi chi sarebbe in grado di dirmi cos’è la Padania?».

Una fortunata espressione giornalistica, forse, ma che anni ’70 e ’80 ha lasciato per le strade una scia di sangue mai vista prima nella capitale. 

«Certo, questo è vero» prosegue Nicotri «ma è la scia di sangue della criminalità romana. Così come a Napoli c’è quella della camorra, a Palermo di Cosa nostra. Ogni volta che avviene un mezzo mistero a Roma si cerca sempre un appiglio per tirare in ballo la banda. Si compiace l’opinione pubblica, a scapito della realtà. È come fare film o letteratura, più o meno fortunata».

Fortunata, in questo caso. La ricostruzione di Nicotri non differisce troppo da quella di Maurizio Abbatino, uno dei capi della banda, il Freddo di Romanzo Criminale.

Diventato collaboratore di giustizia, disse: «Si parla molto della banda ancora oggi, quando all’epoca c’erano altre organizzazioni come Ordine Nuovo o la P2 che ora sembrano finite nel dimenticatoio. Sembra che la banda della Magliana sia diventata una discarica per tutto quello che non si riesce o non si vuole capire».

Dichiarazioni che contrastano con quelle di un altro pentito della banda, Antonio Mancini, detto l’Accattone, reso celebre dalla serie tv con il nome di Ricotta, il bandito colto e allievo di Pasolini.

«Mancini può dire quello che vuole» è il commento di Nicotri «anche perché deve vendere libri. Ne ha fatto uno con Federica Sciarelli, Con il sangue agli occhi. Non sarebbe il primo né l’ultimo collaboratore di giustizia a mentire: lo ha fatto Vittorio Carnevale (il Carlo Buffoni di Romanzo Criminale) e si è preso una condanna per calunnia. È facile dire cose quando non c’è più nessuno che ti può contraddire perché sono quasi tutti morti».

Nicotri non è un fan di Chi l’ha visto? e non fa nulla per dissimularlo. Nel libro Emanuela Orlandi-La verità ha ribaltato tutte le ipotesi sul rapimento della ragazza care, tra gli altri, alla Sciarelli e al suo staff. La Orlandi sarebbe scomparsa e poi ci avrebbero costruito una messainscena sopra. Una vicenda in cui è stato coinvolto anche Enrico De Pedis, altro big della banda della Magliana, il Dandi. Ma anche qui si tratterebbe di accanimento mediatico: una bella storia da caricare il più possibile di mistero.

Nicotri ne fa una questione deontologica. «Bisogna mettersi d’accordo se le leggi valgono per tutti o solo per i disgraziati. Se arrestano un politico non è colpa del partito, ma sua. Le responsabilità sono personali o al massimo delle organizzazioni criminali, se vi è stata una sentenza che dice questo».

Forse non è corretto parlare di banda della Magliana, forse dovremmo attenerci a un più neutro criminalità romana. Ma i soldi che tutt’oggi questi personaggi fanno circolare impressionano. Gioiellerie, locali in centro: il lusso che abbiamo visto in tv e al cinema pare non sia mai evaporato. Anche se i protagonisti ora hanno i capelli bianchi. Ancora Nicotri: «Hanno avuto, hanno un sacco di quattrini. Grazie anche alle complicità di vari settori della politica, forse anche con i servizi segreti. Questo è sicuro, ma accade con tutti i gruppi criminali».

La malavita si rinnova, i vecchi rimangono nel giro e intanto vengono partoriti criminali nuovi tramite rapporti di amicizia, di parentela o anche solo di affari. Ma non per questo è il caso di parlare di continuità tra gli anni ’80 e oggi.

«L’unica continuità sta nel fatto che le bande di quartiere a Roma sono sempre esistite e continuano ad esistere. Un tempo c’era quella di Montesacro, di Valmelaina. Ora la mala si muove con il mutare della città, dei suoi interessi economoci. A Testaccio non c’è più la vecchia mala, ora ci sono quelli interessati ai soldi dei locali di divertimento, a Prati può essersi innescato qualcosa legato alla droga o qualcosa di più raffinato perché lì è pieno di commercialisti e avvocati che sanno come fare girare i soldi senza lasciare troppe tracce. Ma scordatevi l’idea di una banda unitaria: quella è tramontata con il fallimento del tentativo di Nicolino Selis di copiare la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. E poi non prendiamoci in giro – conclude Pino Nicotri – la banda della Magliana nemmeno veniva da lì: il bar che usavano come covo si trovava al quartiere Garbatella. È una bufala. Questo calderone in cui hanno messo dentro da Danilo Abbruciati in poi non sta davvero in piedi».
Almeno fino alla prossima fiction.  

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