Las Vegas esempio di gestione virtuosa dell’acqua

Las Vegas esempio di gestione virtuosa dell’acqua

I segni ci sono tutti: fiumi che inaridiscono, siccità senza precedenti che colpiscono ai quattro angoli del globo, cambiamenti climatici che modificano la geografia delle piogge. Sembra davvero che siamo alla fine di un’era, quella della grande abbondanza di acqua, e ci apprestiamo a vivere in un mondo diverso, dove la gestione delle risorse idriche acquisterà ancora maggiore importanza. «Ma attenzione: non significa che ci sia meno acqua che in passato», precisa Charles Fishman, giornalista globetrotter e autore de La grande sete, un libro che racconta il suo viaggio attorno al mondo per capire quali sono le sfide del futuro nel rapporto tra l’umanità e l’oro blu. «La quantità di acqua che c’è sulla Terra è la stessa di quattro miliardi di anni fa, quando gli scienziati pensano che si siano formate le sue molecole nei recessi della Via Lattea. Quello che è cominciato a cambiare è il modo in cui questa risorsa è distribuita sul pianeta».

La disponibilità d’acqua per dissetarsi, irrigare i campi e, più recentemente, alimentare i processi industriali è sempre stata un fattore determinante nello sviluppo economico delle comunità. Attorno a fiumi, laghi e sorgenti si sono formati i villaggi e le città, le comunità agricole e i distretti industriali, ma le zone del pianeta che godevano di abbondanza d’acqua oggi affrontano la loro grande sete. Lo sa bene Laurie Arthur, un agricoltore che possiede oltre quattromila ettari coltivabili nella pianura australiana, che ha raccontato a Charles Fishman come tra il 2007 e il 2009 abbia potuto irrigarne solamente 400 l’anno perché mancava l’acqua. «Quello che il Big Dry australiano e le altre crisi idriche stanno mettendo in evidenza – spiega Fishman – è che stiamo uscendo da un sistema di gestione nel quale abbiamo sempre dato l’acqua per scontata. Non importa quale sia il prezzo, ma in tutto l’occidente quella pagata per il servizio idrico è sempre una cifra troppo bassa per convincerci a modificare le nostre abitudini».

In Italia questa situazione si può esprimere con un numero dall’alto valore simbolico: 30%, ovvero la percentuale di acqua che viene persa dalla nostra rete idrica a causa della mancanza di manutenzione e della cattiva gestione. Un numero che Fishman ricava da un rapporto pubblicato dal Centre International de Recherches et d’Information sur l’Economie Publique, Sociale et Coopérative (CIRIEC), e mostra tutto il suo interesse per l’Italia. «Gli antichi romani hanno insegnato al mondo come si costruiscono gli acquedotti, ma oggi gli italiani hanno scarsa fiducia nel sistema idrico del loro paese». Una sfiducia non così mal riposta, visto che sempre secondo i dati del Ciriec, una media del 14% delle famiglie italiane, con regioni dove si tocca il 30%, subisce periodiche interruzioni del servizio idrico.

Alla domanda, inevitabile, di commentare il tema referendario della privatizzazione dell’acqua, Fishman risponde ecumenicamente: «non ha importanza chi gestisce l’acqua, l’importante è che sia gestita bene, perché da essa dipende il nostro benessere. I problemi connessi alla gestione dell’acqua sono sempre problemi pratici e locali, ma che si possono risolvere solo con una discussione politica». Il pensiero, su questo punto, si allarga facilmente ad abbracciare orizzonti più ampi. Gli stessi che vengono tratteggiati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che durante l’ultima giornata mondiale dell’acqua (22 marzo) ha ricordato che nell’Africa sub-sahariana metà della popolazione non ha accesso a una quantità sufficiente di acqua potabile. «Purtroppo, però, dichiarare l’acqua un bene essenziale o un diritto fondamentale dell’umanità non porterà un solo litro di acqua a queste persone, perché i problemi idrici sono sempre localizzati e l’acqua risparmiata in Europa non può essere trasportata altrove per dissetare le persone».

L’aspetto locale dei problemi idrici, secondo Fishman, può essere la chiave per riuscire a risolverli: «significa che le comunità hanno la possibilità di affrontarli con le loro forze». Lo sanno gli abitanti di Las Vegas, una città che assieme a tutti gli Stati Uniti viene sempre indicata come un simbolo dello spreco e un monumento all’eccesso. Costruita in un territorio arido come il deserto del Nevada, la città dei casinò, dove si è ricostruita una versione kitsch di Venezia (canali compresi) e dove i turisti affollano le fontane per ammirarne i giochi di luce e le coreografie, è in realtà un esempio di come si possa mantenere uno standard di vita alto, ma riducendo i consumi d’acqua. «Negli ultimi vent’anni – racconta Fishman – la sua popolazione è triplicata, arrivando a sfiorare i due milioni nell’area metropolitana, ma il consumo idrico pro capite è sceso del 31%». La quota fissa di acqua ricavata dall’unico bacino artificiale che la rifornisce è la stessa da decenni, per cui l’amministrazione ha dovuto ricorrere all’innovazione e a una gestione più che accorta per non lasciare i turisti e gli abitanti a secco. «Per esempio, il 90% dell’acqua utilizzata negli ambienti interni, casinò compresi, viene riutilizzata e riciclata per innaffiare i campi da golf e i giardini. Dovremmo guardare con occhi diversi a Las Vegas e studiarla come un caso virtuoso di una comunità che ha saputo considerare la scarsità d’acqua come un’opportunità per sviluppare una gestione migliore e più efficiente». 

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