Le sei incognite sul piano Marshall per la Grecia

Le sei incognite sul piano Marshall per la Grecia

La Grecia è salva. Atene non deve più preoccuparsi. L’eurozona è stata messa al sicuro dal contagio della crisi del debito sovrano ellenico. Sono queste le frasi che i politici europei stanno ripetendo come un mantra da ieri, quando è terminato il Consiglio europeo che ha sancito la nascita del cosiddetto «piano Marshall» greco. Ma cosa succederà ora? Quali sono le domande che investitori e risparmiatori europei si stanno chiedendo? Noi ne abbiamo individuate sei e abbiamo creato questo vademecum del secondo bailout di Atene.

Riuscirà la Grecia a rimettersi in sesto?
Questo è il quesito fondamentale. Il debito pubblico, circa 355 miliardi di euro secondo i dati di Goldman Sachs, nel 2011 sarà ben oltre il 160% del Prodotto interno lordo (Pil). Ma si sa già che aumenterà. Per i primi sei mesi dell’anno il deficit è stato pari a 12,43 miliardi di euro, ovvero 2,37 miliardi in più delle previsioni del ministero delle Finanze e 2,75 in più rispetto al 2010. Per ora il programma di consolidamento fiscale di Atene sta procedendo, ma sia Banca centrale europea (Bce) sia Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto uno sforzo maggiore. A settembre, quando ci sarà il nuovo intervento di verifica degli emissari delle due istituzioni economiche, si capirà a che punto è giunta Atene. Per ora, una cosa è certa: dal maggio dell’anno scorso a oggi, la Grecia ha fallito l’80% degli obiettivi di bilancio che si era posta.

Chi pagherà questi salvataggi?
Per ora, si conoscono solo gli importi. Una serie di linee di credito per circa 110 miliardi di euro è stata approvata nel maggio 2010 da un pool composto da Ue, Bce e Fmi. Ieri Bruxelles ha deciso di dare il via a un programma che prevede un doppio intervento: Ue e privati, cioè le banche esposte su Atene. Il primo prevede un esborso finanziario di 109 miliardi di euro che saranno erogati dagli Stati membri attraverso lo European financial stability facility (Efsf), il fondo europeo di stabilizzazione finanziaria. L’orizzonte temporale è quello trentennale e ci sono quattro diverse possibilità per la rinegoziazione del debito greco: tre swap di bond vecchi con nuovi e una di rollover, ovvero di concambio delle obbligazioni una volta giunte a scadenza. Questo per quanto riguarda l’intervento dell’Ue.
C’è poi quello dei privati, ovvero degli istituti di credito. Il loro impegno, che si basa tutto sul carattere volontario della partecipazione al salvataggio ellenico, sarà diviso in due parti: la prima, dal 2011 al 2014, conterà su 50 miliardi di euro di aiuti; mentre la seconda, dal 2011 al 2019, avrà una dotazione di 105 miliardi.
Nel complesso, considerando tutti i pacchetti finora adottati, sia pubblici sia privati, il costo sale a quota 374 miliardi di euro, 20 miliardi in più dell’attuale debito greco. C’è il rischio che questi soldi possano essere pagati, anche in via implicita, dai contribuenti europei, come ha ricordato Hans-Werner Sinn, presidente dell’Istituto di ricerca economica Ifo, il più autorevole della Germania. Questo perché potrebbe innescarsi «un credit crunch bancario in grado di deprimere la crescita economica dell’eurozona». Ciò significa meno investimenti, meno produzione, meno consumi, meno domanda. In un solo concetto, contrazione dell’economia.

Si sta creando un Fondo monetario europeo?
L’impressione sembra essere quella, ma non è corretta. Il fondo Efsf, che nel 2013 sarà sostituito dallo European stability mechanism (Esm), agisce come un veicolo d’investimento, cartolarizzando il debito greco presente nei portafogli delle banche ed emettendo nuovi bond, garantiti dalla stessa Ue, con rating AAA, il massimo possibile. In altre parole, si assume i rischi per conto di Atene. Diversi analisti e osservatori, come Wolfgang Münchau, hanno paragonato l’Efsf a una mega Collateralized debt obligation (Cdo), un’obbligazione strutturata contenente asset cartolarizzati. In realtà, la struttura è più simile a quella del Troubled asset relief program (Tarp), il programma messo in atto dal segretario del Tesoro Usa, Hank Paulson, dopo il crollo di Lehman Brothers. Una volta garantita la solvibilità del debito ellenico, questo tornerà in mano ai privati. Il problema è capire quando avverrà questo momento.

Il contagio è scongiurato?
Osservando il mercato dei Credit default swap, i derivati che immunizzano dall’insolvenza, sembrerebbe di si. I prezzi dei Cds ellenici, ma in generale di tutti i Paesi periferici quali Irlanda e Portogallo, si stanno contraendo a un ritmo sostenuto. Ma è ancora presto per parlare di emergenza terminata. Da risolvere ci sono ancora le questioni riguardanti Dublino e Lisbona. I piani di consolidamento fiscale e di ristrutturazione del sistema bancario devono ancora essere passati al vaglio di Bruxelles che valuterà l’avanzamento dei lavori. Non è un caso che il primo ministro irlandese Enda Kenny, in vista dell’accordo con Atene, abbia rimarcato che il suo Paese non ha bisogno di un nuovo bailout. Infatti, cresce il timore che un avvitamento delle sofferenze bancarie in seguito al debt swap o al rollover dei bond ellenici possa «essere ben più grave delle previsioni», come ha evidenziato la banca elvetica Ubs. Inoltre, dopo una rilevante contrazione dello spread fra titoli di Stato italiani e tedeschi, il differenziale ha ricominciato ad allargarsi. Lo spread Btp/Bund è tornato sopra quota 255 punti base, dopo una mattinata positiva che lo ha visto in declino fino a 220 punti. Anche il differenziale dei titoli di Madrid ha avuto lo stesso andamento. È il sintomo che, nonostante l’accordo sul debito greco, i problemi e le incertezze rimangono.

Perché sono state Francia e Germania a spingere per questa soluzione?
Il debito greco, abbiamo visto, è pari a 355 miliardi di euro. Di questi, 162,428 miliardi di euro sono detenuti dalle banche europee: 64,777 dalle francesi e 39,923 dalle tedesche. I dati della Banca dei regolamenti internazionali, cristallizzati allo scorso marzo, parlano chiaro. Una volta chiarito che non c’era spazio per un veloce ritorno alla virtuosità di bilancio da parte di Atene, nonostante i programmi di austerity, si è deciso di negoziare la soluzione meno invasiva. Il conto per loro sarà comunque oneroso. Le banche più esposte su Atene sono sei: Bnp Paribas (5 miliardi di euro), Société Générale (2,7 miliardi), Commerzbank (3 miliardi), Deutsche Bank (1,6 miliardi), Dexia (3,5 miliardi) e Ing (2,4 miliardi). Per Bnp le perdite potenziali, secondo i calcoli di Bloomberg, possono arrivare a quota un miliardo di euro, per SocGen circa 500 milioni, per Deutsche Bank 317 milioni, per Commerzbank 600 milioni, per Dexia 630 milioni e per Ing 480 milioni. Nel complesso, il conto dovrebbe aggirarsi intorno ai 20,6 miliardi di euro, soprattutto a carico di Parigi e Berlino. Ecco quindi perché sono stati proprio Nicolas Sarkozy e Angela Merkel i due artefici del piano Marshall in salsa ellenica.

L’Europa è più forte di prima?
Apparentemente sì, in realtà no. Il fondo Efsf agirà come pompiere in caso di nuovi focolai di crisi nell’eurozona. L’aumento della potenza di fuoco e il nuovo mandato permettono all’Efsf di agire sui mercati finanziari come un’entità a sé stante, capace di avere però le spalle coperte dall’Unione europea stessa.
Tuttavia, a far propendere per l’idea di un’Europa indebolita è il meccanismo con cui si è giunti al secondo piano di salvataggio di Atene. La decisione non è stata presa in modo collegiale, ma è arrivata solo dopo che Parigi e Berlino hanno trovato un accordo sulla compartecipazione al default selettivo greco. Fino a pochi giorni fa il presidente della Bce, Trichet, aveva garantito che non ci sarebbero stati scenari avversi. «Non ci sarà un default selettivo, non ci sarà un evento creditizio, non ci sarà una bancarotta», aveva rassicurato. E invece è arrivata l’imposizione franco-tedesca, a cui gli altri Paesi membri hanno dovuto sottostare. Con buona pace di Bruxelles. 

fabrizio.goria@linkiesta.it