Le sette domande e risposte sulla crisi del debito

Le sette domande e risposte sulla crisi del debito

Conoscere per governare l’incertezza. Questo è l’obiettivo che si è posta Linkiesta nelle settimane più lunghe per Roma. Dopo un lunedì nero a Piazza affari, fra oggi e domani ci sarà la prova del nove per debito italiano e la sua sostenibilità. Ecco perché abbiamo deciso di provare a rispondere alle domande più importanti di questa fase congiunturale in Italia. 

1) Da dove ha inizio la crisi finanziaria?
Convenzionalmente, l’incipit della crisi dei debiti sovrani europei è considerato il dicembre 2009, quando George Papandreou, premier eletto nell’ottobre dello stesso anno, ha annunciato al mondo che l’esecutivo precedente aveva mentito sull’ammontare reale del deficit ellenico, che avrebbe superato il 10% del Pil. Una previsione, peraltro, già contenuta in un memorandum interno all’Eurogruppo circolato a luglio 2009, in cui i ministri finanziari dell’Eurozona ribadivano le loro perplessità sull’affidabilità dei dati sul debito e il deficit di Atene. Un altra data fondamentale, non soltanto per quanto riguarda la crisi finanziaria, ma anche per l’evoluzione legislativa europea, è l’aprile del 2010. Papandreou, definendo il Paese «una nave alla deriva», chiede il sostegno di Bruxelles. Un mese prima, nel marzo 2010, il Governo aveva approvato un piano di tagli da 4,8 miliardi di euro. Il 28 aprile 2010, viene deliberato un prestito congiunto Bce/Fmi da 110 miliardi di euro, una prima assoluta dalla nascita della moneta unica. Non basterà: i rendimenti dei titoli di Stato greci salgono alle stelle, così come i Cds, i derivati che assicurano contro il rischio di default di un’emittente titoli. Il Paese non riesce più a rifinanziarsi sui mercati, gli investitori non vogliono acquistare il debito di Atene, considerato troppo rischioso: Standard & Poor’s è la prima agenzia di rating a declassare i bond greci a livello «spazzatura», cioè sotto l’investment grade. A maggio la Bce decide di sospendere il rating sui bond posti a garanzia dei prestiti concessi dall’istituto di Francoforte. Il resto è storia di oggi. A giugno, arriva il via libera un nuovo piano congiunto di aiuti da 60 miliardi di euro, mentre tra le veementi proteste di piazza il Parlamento approva un nuovo piano di austerity da 78 miliardi di euro più privatizzazioni per 50 miliardi di euro. Nemmeno questo, tuttavia, sembra bastare. Ormai i leader finanziari Ue parlano apertamente di «default selettivo» di Atene. Alle difficoltà di Atene sono seguite quelle irlandesi e portoghesi, destinatari rispettivamente di 85 e 78 miliardi di euro. La scorsa settimana, Moody’s ha declassato il debito portoghese a livello «spazzatura», ieri sera è toccato all’Irlanda. Ieri la scure di Fitch ha infine downgradato nuovamente il rating di Atene, portandolo a CCC.

2) Perché ha colpito l’Italia?
La crisi dell’eurodebito, fino a poche settimane fa, ha avuto un impatto contenuto nei confronti del nostro Paese. L’amplificazione è avvenuta in virtù del costante peggioramento della percezione di stabilità politica italiana. Il rischio di uno stallo nella procedura di approvazione della manovra correttiva promossa dal ministro del Tesoro Giulio Tremonti è stato il segnale per gli investitori che qualcosa era mutato. Tre i driver di questa tendenza: la crescita anemica, l’elevato debito, la debolezza politica di Silvio Berlusconi. L’incertezza ha colpito gli investitori, soprattutto esteri, che hanno compiuto una serie di aggiustamenti di portafoglio, vendendo parte degli asset italiani. Particolarmente colpite sono state le banche italiane, anche per via di alcuni voci che le vedevano in sofferenza nella prossima tornata di stress test europei, anche se però il presidente incoming della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha già garantito che non ci saranno problemi per gli istituti di credito italiani. A fine 2011, secondo l’ex inquilino di Palazzo Koch, il Core tier 1 delle prime cinque banche del Paese sarà in media di 8,6 punti percentuali, in aumento dello 0,9% rispetto allo stesso parametro a fine 2010.

3) Perché proprio ora?
La risposta va ricercata nella concomitanza di più fattori: l’aggravarsi dell’impasse europea sulla Grecia – indecisa se accogliere o meno la proposta franco-tedesca di una partecipazione dei privati al riacquisto di bond ellenici – e l’instabilità politica nazionale in un momento cruciale come l’approvazione della manovra finanziaria. Tremonti, colpito dallo scandalo legato a Marco Milanese, all’estero è considerato uomo capace di tenere i conti in ordine, ma non di attuare le riforme strutturali necessarie alla crescita dell’Italia e richieste a più riprese dalla Banca d’Italia, Ocse e Fondo monetario internazionale. Roma ha il quarto debito pubblico mondiale rispetto al Pil – a fine 2011 sarà al 120% – il secondo in Europa dopo la Grecia, ma è anche la terza economia Ue e la maggior parte degli economisti considera il Paese «too big to bail», troppo grande per essere salvato. Le notizie sull’appartamento romano di Tremonti pagato da Milanese, emerse giovedì scorso in serata dalle carte della Procura di Napoli, e l’intervista di Berlusconi a Repubblica di venerdì scorso: «Tremonti non fa gioco di squadra», hanno contribuito alla diffusione del panico. Dopo aver chiuso in territorio negativo, venerdì scorso, lunedì Piazza Affari è stata investita da un’ondata di vendite. I Credit default swap (Cds) sul debito italiano hanno raggiunto i 300 punti base: significa che per assicurarsi contro l’insolvenza di un Btp quinquennale del valore di 10 milioni di dollari un investitore deve spendere 300mila dollari l’anno. Il rendimento dei Btp decennali ha toccato il 6%, livello massimo da 14 anni. Ieri, tuttavia, il buon esito dell’asta da 6,75 miliardi di euro dei Bot con scadenza a 12 mesi, seppure con l’aiuto decisivo della Bce attraverso Bankitalia, ha ridato fiato a Piazza Affari, così come la velocizzazione dell’iter di approvazione della manovra da 40 miliardi e il repentino ritorno a Roma del titolare del Tesoro, due giorni fa presente al vertice Ecofin. Oggi i Cds sono scesi a 282 punti base, mentre gli interessi sui titoli decennali sono calati al 5,5 per cento, ma il test-chiave sarà oggi, quando ci sarà una nuova emissione di Btp con scadenza da 5 e 15 anni da parte del Tesoro, che punta a raccogliere 5 miliardi di euro.

4) Quali sono le misure messe in campo dal Governo?
Finora, tutto è basato sulle parole. La correzione di bilancio prevista dal Tesoro deve ancora essere approvata e solo dopo, una volta presentati i tagli alla spesa corrente, si potranno effettuare analisi concrete. Per ora le indiscrezioni parlano di sforbiciate per 48 miliardi di euro, nella maggior parte appannaggio del prossimo Governo, cioè nel 2013 e 2014. È stata quindi aumentata la potenza di fuoco della manovra, inizialmente pensata da 47 miliardi di euro. Resta da chiarire in che modo sarà adottata l’austerity e come sarà gestito lo stock di debito da rifinanziare per i prossimi anni. La Germania ha chiarito che ritiene «soddisfacente» le misure adottate da Tremonti e che non ci saranno problemi. I tagli prevedono una riduzione delle quote di pensione per quelle superano una certa soglia, la reintroduzione dei ticket sanitari, una riduzione dei trasferimenti fra Stato ed enti locali, misure di privatizzazione e liberalizzazione delle professioni, più un prelievo variabile (da 34,20 a 680 euro) per i titolari di un conto di deposito titoli. Proprio da quest’ultima misura, considerata alla stregua di una tassa patrimoniale, andrà a colpire i piccoli risparmiatori, piuttosto che i grandi, diminuendo il loro capital gain.

5) E quali le misure a livello europeo?
Nel tentativo di neutralizzare la crisi di Grecia, Portogallo e Irlanda, Bruxelles ha varato una serie di riforme e introdotto alcuni strumenti per intervenire tempestivamente a sostegno degli Stati in difficoltà. Il più importante è l’Efsf, acronimo per “European financial stability facility”. Si tratta di un veicolo d’investimento temporaneo che autorizzato a emettere titoli di debito, garantiti pro quota dai paesi dell’Eurozona fino a un importo complessivo di 440 miliardi di euro, per finanziare prestiti ai paesi dell’area dell’euro. Parte del capitale dell’Efsf sarà garantito dal Fondo monetario internazionale. Dal giugno 2013 sarà sostituito dall’Esm, altra sigla che sta per “European stability mechanism”, cioé “meccanismo europeo di stabilità, attivato, si legge nel parere della Bce alla proposta del Consiglio Ue di modifica dell’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che introduce appunto l’Esm, «qualora sia indispensabile per la salvaguardia della stabilità dell’area euro nel suo insieme». Con l’Efsf, il 9 maggio 2010, il Consiglio Ue ha istituito il Mesf, il “Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria”, che consente alla Commissione europea di raccogliere fino a 60 miliardi di euro per conto dell’Ue allo scopo di offrire sostegno finanziario agli Stati membri che versano o rischiano di versare in gravi difficoltà a causa di circostanze eccezionali al di fuori del loro controllo.
All’introduzione di questi strumenti è seguita una profonda riforma della vigilanza comunitaria. Dallo scorso gennaio, sono pienamente operative tre autority, che monitoreranno, rispettivamente, banche, mercati e assicurazioni: l’Eba (European banking authority) – che venerdì pubblicherà l’esito degli stress test condotti sugli istituti di credito europei – l’Eiopa (European insurance and occupational pensions authority) e l’Esma (European securities and markets authority). Alle indicazioni di quest’ultima si è ispirata la Consob nel definire le soglie di comunicazione al mercato e al regolatore delle posizioni corte sui titoli italiani.
La Bce, dopo l’ammissione di Papandreou sulle reali condizioni della Grecia, ha iniziato una politica di acquisto di bond ellenici, e in seguito di altri Paesi periferici, sul mercato secondario, per calmierare gli interessi sulle emissioni obbligazionarie di Atene, in quanto i primary dealers, cioé le banche autorizzate all’acquisto da parte delle banche centrali nazionali, avevano diminuito i loro acquisti. Uno degli strumenti tradizionalmente usati dall’Eurotower, infine, è l’Emergency liquidity assistance, che consiste in prestiti pronti contro termine attraverso le banche centrali nazionali ai Paesi in difficoltà.

6) L’Italia reggerà l’urto dell’effetto-contagio?
Questo è il punto più difficile da prevedere. Tre sono i punti che vanno propendere per il no. Lo stock di debito pubblico, circa 1.900 miliardi di euro, è il terzo maggiore al mondo e nei prossimi 12 mesi dovranno essere rifinanziati 340 miliardi. Un innalzamento dei rendimenti dei bond italiani potrebbe quindi limitare la capacità del Tesoro di collocare a tassi d’interesse non esagerati le proprie obbligazioni. Secondo punto d’incertezza è l’incremento dei tassi della Banca centrale europea (Bce). Secondo la visione della banca elvetica Sarrazin, la scelta dell’Eurotower potrebbe «rendere più difficile l’arrivo di flussi d’investimento verso l’Italia», costringendo le imprese a subire maggiormente di altri Paesi la stretta creditizia. Terzo punto a sfavore di Roma è l’eventuale crisi politica, che potrebbe ridurre l’operatività del Governo su uno dei temi più spinosi: le riforme strutturali, come quella del sistema fiscale.
Tuttavia, come ha chiarito ancora Bank of America – Merrill Lynch, «Roma è troppo grande per fallire e troppo grande per essere salvata». Inoltre, essendo l’Italia uno degli Stati fondatori dell’Unione europea, è altamente improbabile che si possa pensare a una crisi tanto grave da minare la presenza nell’eurozona del nostro Paese.

7) Quali sono i rischi per gli investitori privati?
Per le molte famiglie italiane che si apprestano a far fruttare i propri risparmi con un profilo di rischio prudente e a lungo termine, alcuni gestori interpellati da Linkiesta consigliano i fondi di liquidità, data l’incertezza del momento. Per quanti, invece, hanno già un portafoglio d’investimento, potrebbero essere opportuni piccoli aggiustamenti. In generale, più crescono i rendimenti dei titoli di Stato italiani – quando sono meno appetibili per gli investitori – e più sarà oneroso, per l’Italia, finanziare il suo debito, considerando la bassa crescita strutturale del Paese. Il debito rappresenta la somma dei deficit precedenti, quindi più aumenta la spesa pubblica, senza un aumento delle tasse, più si innalzerà il deficit, e di conseguenza il debito. Secondo Harvinder Sian, analista di Royal bank of Scotland interpellato dal Financial Times, «se i rendimenti dei bond spagnoli e italiani superassero quota 7% non ci sarebbe più una crisi dell’Eurozona, ma dell’euro come valuta». Fortunatamente, per il momento il Btp decennale paga un interesse del 5,55 per cento, ma potrebbe salire. In una situazione di interessi crescenti, quanto è sostenibile, dunque, il debito italiano, e quali rischi corrono i tanti sottoscrittori dei titoli di Stato nazionali? L’economista Giorgio Arfaras ha provato a calcolarlo: «il debito pubblico è certamente voluminoso, perché è superiore al Pil, non scade subito – in media scade in circa sette anni – è costoso, ma, a differenza del passato, non è più costosissimo (prima dell’ingresso nell’euro gli interessi sul debito erano, infatti, pari al 10% del PIL, mentre oggi siamo al 5%), il saldo primario è leggermente positivo senza effetti della crisi, ed è leggermente negativo se li si include, infine, il tasso di crescita dell’economia è piuttosto modesto». «Con un debito (lordo, quello netto, che tiene conto anche delle attività di proprietà pubblica è intorno al 90% del Pil) pari al 120% del Pil», spiega Arfaras, «e supponendo che il costo del debito cresca del 50%, passando istantaneamente dal 4% al 6% – come se le scadenze del debito venuto a maturazione fossero di pochi mesi e non di molti anni – considerando un tasso di crescita pari al 3% (1% reale e 2% d’inflazione), la manovra richiesta (il saldo primario) per non far crescere il debito pubblico – ossia per tenerlo dov’è, al 120% – è pari a circa il 3,5% del Pil. Il saldo primario italiano oggi si aggira intorno allo 0%, e dunque non è così difficile mettere sotto controllo il debito». Cioè, 50 miliardi di euro. Per accontentare la Germania e tranquillizzare i mercati, invece, sarà ben superiore. Attualmente si parla di 45 miliardi di euro solo nel 2014, per un pacchetto complessivo quadriennale da 82 miliardi. E si spera che siano convincenti.  

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