Ma al Cairo la rivoluzione inizia adesso

Ma al Cairo la rivoluzione inizia adesso

Le forze armate si sono rivelate determinati nel condizionare in un verso o nell’altro il corso delle rivolte arabe. Fedele al potere costituito in Siria e ad oltranza in Libia, dove continua la guerra civile, l’esercito ha invece assunto un ruolo di garanzia per una transizione alla democrazia quanto più possibile pacifica in Tunisia ed Egitto. I carri armati che circondano e proteggono tuttora i principali palazzi governativi di Tunisi offrono una scena non molto differente da quella che si può vedere camminando per le vie del Cairo o di Alessandria d’Egitto. Gli scontri che tra il 28 e il 29 giugno hanno infiammato nuovamente pizza Tahrir, l’epicentro fisico e simbolico della rivoluzione egiziana, hanno tuttavia dimostrato come in Egitto l’esercito non sia affatto o semplicemente un attore neutrale nel corso della rivoluzione.

L’ex presidente Mubarak era un’espressione diretta dell’esercito, non fosse altro perché proprio il suo mito personale fu costruito intorno alla sua abilità quale pilota dell’aeronautica: sarebbe perciò più corretto dire che era l’esercito a puntellare il potere dello stesso Mubarak. L’esercito egiziano è inoltre una delle principali fonti di impiego pubblico in un paese in costante crescita demografica, dove la crisi finanziaria e poi economica ha colpito particolarmente forte, generando un aumento tanto visibile, quanto detestabile, delle sperequazioni economiche tra una élite sempre più ricca e la massa della popolazione sempre più povera. Le forze armate sono inoltre un’importantissima impresa nazionale che costruisce infrastrutture strategiche per il paese, dalle strade ai ponti, e detiene importanti assets industriali con produzioni che vanno dai frigoriferi alle automobili.

Una foto delle proteste di oggi, venerdì 8 luglio, diffusa via Twitter

Caduto Mubarak, l’esercito continua a rappresentare la classe che gestisce il potere da decenni attraverso i tanti interessi politici ed economici dei generali egiziani. Il rischio è che l’impeto della rivoluzione si riduca in un colpo di palazzo e una volta scongiurata la successione di Gamal al padre Mubarak, si finisca per scegliere tra uno delle centinaia di Gamal che sono pronti a prenderne il potere senza apportare dei cambi sostanziali nel governo del paese. Il rischio in altre parole è che la corruzione dilagante del passato regime non venga affatto sconfitta, ma anzi finisca per consolidarsi in un cambio di regime piuttosto che di presidente.

Gli scontri di fine giugno, al di là dei pretesti d’occasione, vanno messi in correlazione diretta con la decisione del Comitato dei militari che guida il paese di usare le maniere forti contro gli scioperi che dall’inizio della rivoluzione si susseguono, paralizzando settori strategici come la produzione di cotone o cemento e soprattutto le infrastrutture dei trasporti (canale di Suez compreso). L’esercito sembra deciso a riportare quell’ordine che è invocato non solo da molti di coloro che sostenevano il vecchio regime (non necessariamente con una partecipazione per volontà politica, ma semplicemente per interessi di comodo), ma anche parte degli islamisti e la destra. Continuare a vedere l’esercito come il garante supremo dell’ordine verso una transizione democratica finirà per fare il gioco di un potere autoritario. Utilizzando il pretesto che l’esercito sia la migliore difesa verso possibili involuzione estremiste del moto rivoluzionario, tradisce in effetti lo spirito di tanti che scesero in piazza Tahrir per domandare le dimissioni di Mubarak per un Egitto realmente diverso a partire proprio da quella complessa trama di interessi della lobby politico-economica dei generali. La rivoluzione è solo all’inizio.

*Docente in Storia dell’Africa, Università di Pavia

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