Ma davvero Genova è una città senza scosse?

Ma davvero Genova è una città senza scosse?

Caro Direttore,

Davvero Genova è una città senza scosse? Davvero la marcia dei cinquecento è il segno del disfacimento? Non ne sono affatto sicuro. Paolo Stefanini traccia un ritratto fedele della città, dei suoi problemi, del suo immobilismo. E ha ragione a dire che c’è qualcosa di paradossale in una manifestazione cui partecipa l’intera classe dirigente cittadina – maggioranza e opposizione, amministratori locali e parlamentari, imprese e sindacati. Ma questa manifestazione, in una città come la nostra, è anche un guizzo di vita. La città si è mossa coralmente verso un obiettivo. Non il solito fiorire di proteste più o meno rappresentative contro questo o quello, ma un sussulto di dignità. E questo, da Genovese, lo apprezzo.

Ciò non toglie che Stefanini abbia colto un cortocircuito che davvero esiste: se tutti erano in marcia, contro chi marciavano? Credo che marciassero – che marciassimo – contro il fantasma della città. Contro l’incapacità di scegliere, e di assumere, ciascuno per la sua parte, la responsabilità delle proprie decisioni. Contro la tentazione populista di dire no a tutto. In un certo senso, dunque, la città marciava, consapevolmente o no, contro chi la amministra. Il fatto che la signora sindaco fosse sulla strada con gli altri non cambia la situazione. Non si può sempre e solo gridare al complotto: chi governa ha la quota maggiore di responsabilità, merita il plauso per i successi, il biasimo degli insuccessi. Anche per questo credo che il cambiamento, la discontinuità, l’alternanza siano necessari. E concordo con Adriano Sansa quando lamenta la staticità del quadro politico genovese.

Questo, però, non significa che non ci siano segni di vita, o che – anche dal punto di vista politico – non ci siano o ci siano stati dei guizzi, degli imprevisti, delle fantasie, delle novità. Vale per il centrosinistra: la convinzione che Genova fosse suo appannaggio (convinzione che giorno dopo giorno viene erosa dallo scontento palpabile della gente) ha forse spinto il Partito democratico a sottovalutare gli avversari, ma ha anche determinato faide sanguinose al suo interno. Non è un mistero che il sindaco sia assediata, oltre che dagli elettori delusi, anche dai colleghi invidiosi. Ma in realtà, negli ultimi anni, non molte elezioni sono state “tranquille”, in genere per la presenza di più di due candidati credibili: nel 1993 Sansa non vinse al primo turno, e dovette confrontarsi con l’improvviso successo della Lega, che correva con Enrico Serra. Nel 1997 Giuseppe Pericu vinse al secondo turno, e per un pugno di voti, contro Sergio Castellaneta, ex parlamentare leghista appoggiato solo da una lista civica. E neppure nel 2007 Marta Vincenzi l’ha spuntata senza qualche sudore freddo: all’epoca il candidato del centrodestra ero io, e – senza falsa modestia – ottenni un risultato che non tutti si aspettavano da un oscuro professore universitario di economia, sconosciuto in politica. Ho la presunzione di credere che, nel 2012, non sarà una passeggiata: anzitutto Vincenzi dovrà vincere le primarie, una assoluta bizzarria per un sindaco uscente (l’anno prossimo Obama sarà il candidato naturale per i democratici: nessuno gli chiederà di affrontare le primarie!). Io sarò candidato, malgrado la curiosa tendenza di molti a far finta di non capire (il surreale “Ma Musso che fa?”, quando sono l’unico che lo ha detto chiaro) e sarò un avversario leale ma competitivo. Come Stefanini ha correttamente ricordato, da tempo ho abbandonato il Pdl, deluso dagli scandali e dall’abbandono di qualunque proposito riformista-liberale. Ma non ho abbandonato la politica e la passione che mi ha spinto fin qui: con la lista civica che si sta formando attorno alla Fondazione Oltremare, abbiamo già elaborato un progetto per Genova, che abbiamo presentato alla città poche settimane fa. I sondaggi mi accreditano un buon risultato: un’indagine dell’Italia dei valori e una di una radio cittadina mi attribuiscono circa un terzo dei voti, e una del Pd mi considera addirittura alla pari (50,3 a 49,7) in un eventuale ballottaggio con il sindaco uscente. E questo senza alcun partito alle spalle. È chiaramente un segnale di vitalità che va ben al di là della mia persona, e riflette piuttosto la voglia di un progetto per Genova fondato sulla capacità di raccogliere le forze vive della città, e selezionare una nuova generazione di amministratori professionalmente qualificati. Non so come andranno le elezioni, ma ho fiducia nei genovesi e sono convinto che sapranno valutare con serietà le diverse proposte. La competizione sarà vera e dura.

* senatore uscito dal Pdl e presidente della Fondazione Oltremare

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