Ma il futuro del mondo sarà giù al Nord

Ma il futuro del mondo sarà giù al Nord

Il futuro è a nord. Nell’estremo Nord. Nelle terre bagnate dal Mar Glaciale Artico, come l’Islanda, la Norvegia, il Canada o perfino la Groenlandia. Ne è convinto Laurence C. Smith, professore di geografia e di scienze della terra e dello spazio alla University of California, Los Angeles (Ucla). 

Nelle vene di Smith scorre un po’ di sangue italiano (campano per l’esattezza), eppure questo geografo quarantatreenne, cresciuto sotto il sole della California, si entusiasma parlando di luoghi non proprio ospitali come la Siberia occidentale e l’Alaska. In un suo libro appena uscito in Italia per Einaudi, “2050. Il futuro del nuovo Nord”, Smith cerca di rispondere a una semplice domanda: come sarà il mondo tra 40 anni? La risposta è lunga quasi quattrocento pagine, e mescola economia e geologia, modelli climatici e demografici. Un “esperimento mentale” complesso ma affascinante. Di sicuro nel 2050 il pianeta sarà più popoloso, urbanizzato e vecchio: oltre 9 miliardi di persone, 27 agglomerati urbani con più di 10 milioni di abitanti. Nazioni come l’Italia avranno dieci anziani ogni sedici cittadini in età lavorativa. L’acqua dolce sarà un bene sempre più prezioso, metalli quali lo zinco e l’argento scarseggeranno, mentre il gas naturale, il petrolio e il carbone rimarranno le più importanti fonti globali d’energia, con buona pace degli ambientalisti.

Nel 2050, alcune aree oggi molto ricche e popolate, come la California e la Cina del nord, dovranno fare i conti con un forte stress idrico, mentre megalopoli come Mumbai, Dacca e Guangzhou saranno esposte agli uragani e all’innalzamento dei mari. Le temperature globali saliranno, e molte specie animali e vegetali si estingueranno (o dovranno migrare sempre più a Nord: è il caso degli orsi Grizzly, che già oggi si spingono fino all’Artico canadese e si accoppiano con gli orsi polari).

Come è sempre stato nel corso della storia umana, ci saranno vincitori e vinti. Tra i primi bisognerà includere i Paesi dell’estremo Nord, per i quali Smith ha coniato un nome ad hoc: Northern Rim Countries (Norc), dato che i loro “vasti territori e mari arrivano fino al Mar Glaciale Artico”, cingendolo. «I Norc sono le nazioni scandinave (Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda), la Russia, la parte settentrionale degli Stati Uniti, il Canada e la Groenlandia, che oggi è parte della Danimarca», spiega Smith a Linkiesta.

Grazie al loro clima umido ma un po’ meno freddo (a causa del riscaldamento globale), alle ingenti risorse naturali e a una popolazione limitata e tuttavia in crescita, nel 2050 i Norc vanteranno un peso economico e geopolitico ben maggiore. E i loro territori artici saranno per il mondo ciò che il West fu per l’America del Diciannovesimo secolo. «Penso che l’originalità del mio libro sia far vedere il Nord in un nuovo modo, come una regione importante e coerente che sta emergendo. – sottolinea Smith in questa intervista che ha rilasciato a Linkiesta poco prima della strage di Oslo. 

Secondo una stima dello U.S. Geological Survey, il 30% del gas e il 13% del petrolio non ancora scoperti si troverebbero a nord del Circolo polare artico. La Siberia, l’Alaska e il Canada custodiscono miniere gigantesche. Proprio per questa ragione c’è chi sostiene che l’estremo Nord diventerà “il prossimo Medio Oriente”, e paventa vere e proprie “guerre artiche”. All’apparenza è un timore legittimo. Si pensi solo a quanto accadde nell’agosto del 2007, quando i russi raggiunsero il fondale del Mar Glaciale Artico, vi conficcarono una bandierina in titanio e dichiararono: «L’Artide è nostro». La replica del Canada arrivò subito: «Questo non è il XV secolo. Non si può andare in giro per il mondo, piantare bandierine e dire ‘Rivendichiamo questo territorio’.»

Smith però è ottimista: in realtà i rapporti tra i Norc sono all’insegna della cooperazione e del rispetto del diritto, e i progressi politici sono all’ordine del giorno. In Nord America, per esempio, le popolazioni indigene stanno recuperando parte del potere che avevano prima dell’arrivo degli europei: il Nunavut, territorio canadese grande come il Messico, e con una popolazione in maggioranza inuit, dal 1999 gode di un significativo livello di autonomia, e la Groenlandia è ormai sulla strada dell’indipendenza. Insomma, l’estremo Nord non è solo ghiaccio, orsi polari e foreste boreali (che nel 2050 potrebbero essere diventate savana). Come racconta Smith, è in atto una grande trasformazione. Che avrà ricadute globali. 

Perché l’Artico e i Norc suscitano sempre più interesse ?
Da un punto di vista pratico, l’Artico ha risorse naturali potenzialmente molto ingenti: petrolio, gas, metalli. Si tratta proprio di quelle materie prime che le economie in forte crescita dell’Asia, e in particolare la Cina e l’India, necessitano. Ma naturalmente l’Artico è anche una fonte di grande ispirazione per i popoli indigeni, e infine è un luogo iconico dell’immaginazione, uno degli ultimi posti veramente selvaggi e vuoti ancora esistenti oggi. E i Norc, che noi siamo soliti considerare come degli strani posti ai margini delle cartine geografiche, hanno molti punti in comune, e a mio parere saranno sempre più importanti, e tenuti in considerazione dal resto del mondo.

Delle quattro “forze globali” esaminate nel suo saggio, forse la più importante è quella demografica. Come sono messi i Norc su quel piano? 
La popolazione dei Norc è molto piccola se paragonata al totale mondiale, ma su una base proporzionale sta crescendo assai rapidamente. La grande sorpresa qui è il Canada, la cui popolazione dovrebbe aumentare, per il 2050, del 31%: un tasso analogo a quello dell’India. Naturalmente l’estremo Nord rimarrà sottopopolato. Non sto suggerendo in alcun modo che assisteremo a migrazioni di massa verso l’Artico. Ma la frontiera artica diventerà importante, una delle principali fonti di materie prime per il mercato globale. D’altra parte sono già in atto dei modesti fenomeni migratori. I Norc sono fortunati, perché molta gente vuole trasferirsi lì. Ciò gli è utile per affrontare meglio il ventunesimo secolo, perché stiamo assistendo a un rallentamento della crescita demografica, e all’invecchiamento, di gran parte dei Paesi in via di sviluppo. Oggi, con questa recessione, l’immigrazione è un tema molto controverso, ma nel 2050 molti Paesi del mondo sviluppato competeranno per gli immigrati stranieri, se vorranno stabilizzare la loro popolazione. 

Torniamo all’Artico. Oggi la sua economia si basa principalmente su attività estrattive e sussidi pubblici. E in futuro?
Beh, l’economia artica è molto piccola, e continuerà a esserlo. Tuttavia se la vediamo in rapporto all’economia complessiva dei Norc, il suo ruolo diventa assai importante. Prendiamo il caso della Russia. Gran parte dell’economia di Mosca è alimentata dalle entrate derivanti dal gas e dal petrolio delle sue regioni artiche. Questo è un esempio, in realtà sono molti i Norc che sostengono l’economia delle loro città meridionali (e la loro prominenza globale) con le risorse del loro estremo Nord. 

Grazie alla forte domande di idrocarburi alcune città artiche sono già in pieno boom. Nel suo libro lei menziona città russe della Siberia occidentale come Novyj Urengoj.
Si tratta di città petrolifere e gasifere, le ho visitate. Noyabrsk, per esempio, non esisteva fino ai primi anni Ottanta, e ora ha un centinaio di migliaio di abitanti. Sono davvero città nuove di zecca, e stanno crescendo grazie alla loro economia basata sugli idrocarburi.

A causa del riscaldamento globale si prevede che in estate saranno finalmente possibili, attraverso le acque artiche, rotte commerciali dirette tra Europa, Nord America, Russia ed Estremo Oriente. Quale sarà il loro impatto? 
Penso che sia importante non esagerare. Sarà sempre solo un fenomeno estivo, e ci sono altre cose che contano nel caso dei trasporti marittimi oltre a un tragitto più breve. Nella regione ci sono pochi servizi, fa buio, gli iceberg e il ghiaccio sono sempre presenti. A mio parere i media stanno perdendosi la parte più importante della storia, cioè il trasporto marittimo locale, dentro l’Artico, che promette ulteriori sviluppi. 

Nel suo libro lei elenca dieci porti del futuro che beneficeranno dell’aumento del traffico commerciale nell’Artico: Reykjavik in Islanda, Arcangelo e Murmansk in Russia, ma anche scali meno noti come Churchill in Canada, Hammerfest in Norvegia, Nuuk in Groenlandia. 
Nella nascente economia dell’estremo Nord, queste città portuali sono ben posizionate. È lì che il cambiamento climatico si farà sentire, con un duplice effetto per quanto riguarda le vie d’accesso all’Artico. In estate una minor quantità di ghiaccio sul mare migliorerà il traffico via nave, che è la forma di trasporto più economica. Allo stesso tempo però sarà più difficile il trasporto via terra, su superfici ghiacciate. Come risultato le città portuali acquisteranno più importanza, sia per il commercio sia per l’industria estrattiva. Non sto dicendo che diventeranno le nuove New York, ma che saranno più importanti.

L’acqua sarà il petrolio del futuro. Come lei ha dichiarato, i Norc si attireranno l’invidia del mondo per le loro riserve di acqua dolce, che potrà essere venduta e trasportata in altri luoghi del pianeta. 
I Norc sono già oggi l’invidia del mondo. Paesi come la Russia, la Norvegia e il Canada hanno molta acqua rispetto a nazioni come l’Italia, per esempio. Nei prossimi decenni gran parte della crescita demografica ed economica mondiale si verificherà a latitudini più meridionali, in Paesi che già oggi subiscono stress idrici. Per questo motivo in futuro ci sarà un maggiore stress idrico, perfino prima che si verifichino significativi cambiamenti climatici. Che saranno un altro problema, perché le aree secche del mondo diventeranno ancora più secche, e quelle umide più umide. 

Alcuni analisti temono la possibilità che in futuro possano scoppiare vere e proprie “guerre artiche”.
Nessuno può prevedere l’esplosione di una guerra, perché si tratta di uno sviluppo politico. Ma al momento i Paesi del Nord sono più interessati alla cooperazione e alla collaborazione che a scatenare una guerra. Ci sono stati importantissimi sviluppi politici, per esempio l’anno scorso la Norvegia e la Russia hanno risolto, dopo quattro decenni, una disputa territoriale nel Mare di Barents. E tutti questi Paesi si incontrano regolarmente e discutono di cooperazione e collaborazione, e hanno mostrato di voler rispettare la Unclos, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, per quanto riguarda le estensioni territoriali sotto il Mar Glaciale Artico. Appena un paio di settimane fa, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha partecipato a una riunione del Consiglio Artico in Groenlandia, ed è la prima volta che un funzionario di così alto livello partecipa a una di queste riunioni. 

Per concludere: nel 2050 l’estremo Nord sperimenterà, probabilmente, una prosperità senza precedenti; ma l’Italia ? Quale sarà la principale sfida che dovrà affrontare?
Al momento il problema principale dell’Italia è demografico. Pur essendo un Paese fortemente cattolico, e che dà molto peso alla famiglia, il suo tasso di fertilità è tra i più bassi di tutta l’Unione Europea, e questo è davvero un grosso problema.