Penati indagato: al ’92 ora mancano solo le monetine

Penati indagato: al ’92 ora mancano solo le monetine

In Parlamento si vota l’arresto di un uomo del Pdl Alfonso Papa, e l’alleato leghista dichiara che voterà un “sì” alla reclusione, condizionato solo alla coscienza dei singoli deputati. A Monza la Procura della Repubblica indaga Filippo Penati per corruzione, concussione e illecito finanziamento ai partiti. I fatti su cui indaga la Procura risalgono a dieci anni fa, quando Penati era sindaco di Sesto San Giovanni, dove si trovano le aree dell’ex Falck che sarebbero state oggetto dei reati ascritti. 

Filippo Penati non è uno qualsiasi nel Pd, e il suo coinvolgimento nelle indagini segna un cambio di passo nello scenario nazionale. È stato l’ultimo uomo di centrosinistra a governare a Milano (la Provincia, dal 2004 al 2009) prima della vittoria di Giuliano Pisapia. È stato uomo di fiducia di Pierluigi Bersani nella sua corsa a segretario, tanto da essere il coordinatore della mozione dello stesso Bersani alle primarie democratiche che lo videro uscire vincitore, prima di diventarne capo della segreteria politica.

Di più: nella storia del Pci-Pds-Ds-Pd lombardo, Filippo Penati ha  rappresentato il trait d’union di lungo corso e più evidente, l’uomo che -giovane dirigente e poi sindaco della Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni –  ha fatto tutti i passaggi dei “riformisti”: dalla destra del Pci fino ai vertici del nuovo soggetto politico. Da Presidente della Provincia ha lasciato il segno su due aspetti: la svolta securitaria rispetto agli immigrati e l’operazione di finanza fatta per scalare l’autostrada Serravalle facendosi prestare i soldi da Intesa Sanpaolo. Dalemiano di stretta osservanza, con il coinvolgimento di Filippo Penati nel vortice di questo embrione di nuova Tangentopoli, lo scenario complessivo assume una nuova fisionomia. A sancirlo, con grande tempestività, è il portavoce del Pdl Daniele Capezzone che ribadisce che il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, sancito dalla Costituzione, vale per tutti: alleati e avversari. Dal Pd, per ora, arriva solo il silenzio. 

L’inchiesta di Monza sancisce in maniera chiara e ufficiale il carattere bipartisan del clima politico, sociale e giudiziario che sta montando. Non è solo il parlamento dei Papa e dei Romano a rischiare di essere travolto, ma anche le opposizioni e il Pd. Il malcontento della strada, quello che ha portato a quasi 350 mila fan la bacheca di Spider Truman, quello che fa tifare per le monetine a Parma contro il sindaco Vignali, sta tracimando. La sensazione di aver perduto vent’anni si fa soffocante, e al soffocamento il paese reagisce in modo rabbioso.

Le dotte dissertazioni sull’antipolitica da non alimentare vanno bene per i saggi e gli editoriali: ma non possono essere imbracciate da una classe politica che, nei decenni, è andata sclerotizzandosi e ha mostrato una totale incapacità di autoriforma e autoregolamentazione.

Forte e strutturato come non era vent’anni fa, il partito più forte sembra essere quello dei giudici. Oggi, a differenza dei giorni di Tangentopoli, ha organi di stampa ed esprime già un sindaco, Luigi De Magistris, forse il personaggio più forte e carismatico della scena politica italiana. Oggi, come mai prima, la rabbia dei cittadini e del paese può trovare quindi nelle procure l’unico interfaccia ritenuto credibile. Per evitare un cortocircuito per vent’anni denunciato e mai seriamente risolto, per evitare insomma che i destini della funzione legislativa e amministrativa siano integralmente assorbiti da quella giudiziaria, serve uno scatto in avanti. Lo deve fare la classe politica, se ancora ne è in grado, lasciando che le grida che si alzano fuori dal Palazzo contaminino le scelte che si prendono al suo interno. Lo deve fare un Pd che è rimasto in mezzo a tutti i guadi, tanto che non sappiamo se sia un partito garantista o giustizialista, federalista o centralista, liberale o statalista, e così via. Un Pd che, come ricorda giustamente oggi il nostro Peppino Caldarola, anche sulla legge elettorale preferisce avviare un tortuosissimo iter di riforma piuttosto che appoggiare un referendum contro il Porcellum che ampi pezzi di società chiedono.

E se un cambio di passo del ceto politico appare improbabile, allora a mobilitarsi in maniera concreta deve essere quella maggioranza silenziosa di un paese che lavora, produce, rischia e fa fatica tutti i giorni: chi ha bisogno di una nuova politica, di un nuovo soggetto politico deve, dopo tutto, prendersi la responsabilità di formarlo. 

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