Rete e regole, il nuovo mondo non fa per Soros

Rete e regole, il nuovo mondo non fa per Soros

Un’era è finita. George Soros, il finanziere più celebre e discusso degli ultimi 40 anni, ha detto basta. Dopo leggendari trade, come quello contro la Bank of England nel 1992, ha deciso di chiudere agli esterni il suo fondo hedge Quantum fund, un colosso da 25 miliardi di dollari di asset. E lo ha fatto con la tranquillità che lo ha sempre contraddistinto, senza urlare, senza invocare conferenze stampa tanto rumorose quanto megalomani. Al centro di tutti c’è la nuova normativa finanziaria. Troppo stringente, lascia intendere il finanziere ungherese nella lettera di addio. Questo non vuol dire che smetterà di operare, bensì che lo farà come privato.

Qualcuno ora dirà che la Securities and exchange commission (Sec), l’authority di controllo di Wall Street, ha vinto. Ma non è corretto. La scelta di Soros è il frutto della frustrazione per un mondo che è cambiato per sempre. Tutti invocano la speculazione, invocano lui, il re degli hedge fund. Ma dato che la lunga mano del regolatore vuole entrare nelle viscere dei fondi alternativi, come il Quantum, meglio fare un passo indietro.

Dimenticate le grida nelle sale di Wall Street, dimenticate la borsa mercantile di Chicago, dimenticate tutto quello che sapete sui fondi hedge. La speculazione di cui si parla nei giorni nostri non è nemmeno lontanamente vicina a ciò che è stato Soros per la finanza. Con le sue tecniche avanzate, la sua costante ricerca di un’opportunità in giro per il mondo, il Soros fund management, al cui interno c’è il leggendario Quantum, ha fatto la storia. Tutti hanno dovuto adeguarsi ai suoi dettami, volenti o nolenti. Il finanziere ungherese ha saputo tracciare una via. Quello che succederà da oggi in poi sarà ancora influenzato dalle sue teorie, ma non sarà più come prima.

Cosa è successo a Soros? L’avversione al rischio ha contagiato anche lui? No, l’impressione è che il padre di tutti i fondi hedge abbia deciso di dire basta per un’altra ragione. Nel mondo post Lehman Brothers si è rotto qualcosa. Sono cambiate le regole del gioco. Ai suoi tempi non esistevano strumenti come l’high frequency trading, la negoziazione di titoli ad alta frequenza. Ora bastano pochi millisecondi per inviare un’ordine, mentre Soros agiva ancora con telefono e fax, anche quando vendeva allo scoperto i 10 miliardi di sterline che nel 1992 costrinsero l’Inghilterra a uscire dal Sistema monetario europeo per poter svalutare la propria moneta e tornare a galla. Ed è stato quello il suo movimento più celebre, quello che gli fece guadagnare un miliardi di dollari e lo fece finire sulle prime pagine di tutti i giornali.

«Ecco l’uomo che ha distrutto la Banca d’Inghilterra», scrissero Times e Telegraph. Avevano ragione. In poche ore, il Regno Unito era fuori dai giochi, annientato per via della sua indolenza. Era il 16 settembre 1992 e ancora oggi nei corridoi di Threadneedle Street, sede della Bank of England, ricordano quel giorno come il Mercoledì Nero. Così è come Soros ricorda quei giorni: «La nostra esposizione durante il Mercoledì Nero doveva essere di quasi 10 miliardi di dollari. Noi avevamo previsto un guadagno maggiore. Infatti, quando Norman Lamont appena prima della svalutazione disse che avrebbe avuto bisogno di un prestito vicino ai 15 miliardi di dollari per difendere la sterlina, fummo contenti poiché era all’incirca la cifra che noi volevamo vendere». Norman Lamont non era una persona qualunque. Era il cancelliere dello Scacchiere britannico. E per di più, conosceva personalmente Soros. Si erano incontrati ben più di una volta, quando Lamont era a capo di Rotschild asset management, nel 1969 fra i finanziatori del Quantum. Il britannico sapeva perfettamente cosa stava succedendo e iniziò a sudare freddo quando dalla sua segreteria telefonarono a Soros per chiedere se davvero aveva appena venduto allo scoperto tutte quelle sterline. Si narra perfino che il premier John Major chiamò il finanziere ungherese, urlandogli contro. Forse è solo una leggenda, ma non è da escludere, data la concitazione di quei momenti.

Solo dopo tanti anni, l’Inghilterra prese consapevolezza di quanto fu positiva la mossa di Soros. E non è un caso che ancora adesso Londra non pensi nemmeno lontanamente di entrare in quel gran calderone ribollente che è l’eurozona. Eppure, oggi come allora, si è data la colpa alla speculazione, all’avidità, all’ingordigia di pochi. Niente di più falso.

La speculazione non esiste. Esistono invece individui che cercano di trovare quegli squilibri fra i prezzi che ti fanno scorrere i brividi lungo la schiena non appena li vedi. Sono i disallineamenti che, nel mondo degli hedge fund, tutti cercano e solo uno trova. Lui e Jim Rogers, il re delle commodity, negli anni Settanta fondarono il Quantum fund, un colosso capace di operare in tutto il mondo, il progenitore dei moderni fondi hedge. In dieci anni riuscirono a ottenere un rendimento medio annuo del 42%, un risultato impareggiabile, utilizzato sfruttando strategie innovative come la diversificazione globale del portafoglio. Se si prende una posizione lunga in Asia, si prende una posizione corta di copertura in America, o viceversa. Unico l’obiettivo: l’alpha, il massimo rendimento possibile. Louis Bacon, numero uno di Moore Capital, è solito ripetere che «tutti i fondi hedge vogliono l’alpha, ma solo uno riesce a toccarlo. Soros è uno di quelli, porta benessere e mette ordine nel caos». Un concetto, quest’ultimo, che era valido fino a pochi anni fa.

Secondo lo stesso Soros «un hedge non fa nulla di particolare, cura quello che gli altri rompono». Tradotto in parole povere, corregge gli squilibri, cavalcandoli. Ma un conto è farlo con quel pizzico di follia che contraddistingueva la finanza fino a Lehman Brothers, un conto è farlo ora. Se prima era la componente umana a prevalere, ora è la macchina, la velocità di esecuzione, che vince. Ma non c’è più la passione, non c’è più la lettura spasmodica dei giornali internazionali nel tentativo di raccogliere notizie utili per la prossima posizione. Come ha più volte detto Rogers, «il manuale del perfetto gestore di hedge fund prevede la lettura dell’Economist, in quanto è l’unica pubblicazione che ti permette di avere una prospettiva globale». Ai giorni nostri, meglio un algoritmo. E a queste regole, è più razionale lasciare il campo.

I maligni dicono che le prime avvisaglie della decisione di Soros erano arrivate pochi giorni fa. Il suo fondo aveva infatti aumentato la liquidità fino al 75%, sintomo della voglia di un porto sicuro per mettersi al riparo da tutto. Crisi subprime, eurodebito, debt ceiling, bolla immobiliare cinese, inflazione globale: in un mondo che ha perso la bussola sono troppe le incertezze e troppe le variabili che stanno contribuendo a creare lo scenario macroeconomico. In più, il giro di vite della Sec deve essere stato il gesto che gli ha fatto gettare la spugna. Ma Soros non è mai stato un pavido. Del resto, la domanda che tutti si stanno ponendo ora è solo una: quale sarà la prossima posizione, cioè il prossimo investimento, del Quantum fund?  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta