“Serve un nuovo pensiero per il futuro degli Stati e dell’Europa”

“Serve un nuovo pensiero per il futuro degli Stati e dell’Europa”

L’incertezza nell’universo economico continua a crescere. Negli Stati Uniti, già travolti dalla crisi subprime, si sta fronteggiando il rischio di un default tecnico per il mancato innalzamento del debt ceiling, il tetto del debito. In Europa, la crisi greca sembrava aver trovato una possibile soluzione con il secondo programma di sostegno finanziario. Nel mondo, aumentano gli squilibri economici, come la bolla immobiliare in Cina. Alla base di tutto ci sono individui che sembrano aver perso la bussola e navigano a vista nel mare dell’instabilità. Ne abbiamo parlato con Pietro Modiano, già banchiere di Intesa Sanpaolo e di UniCredit e ora presidente di Nomisma e della Carlo Tassara.

All’inizio della crisi finanziaria si è data la colpa al laissez faire economico, all’assenza di regole, salvo poi cambiare parzialmente idea. Ora, con la crisi dei debiti sovrani che morde sia Europa sia Stati Uniti, come vedere il ruolo dello Stato nell’ambito dei processi economici?

Capire in che modo lo Stato deve agire è uno dei punti cruciali della crisi. Quest’ultima ha intaccato il concetto che il mercato si autoregola, un’idea che per 30 anni si è imposta sulla scena. Poi, il mercato più efficiente di tutti, quello finanziario, ha vacillato sotto i colpi della crisi. Prima, si pensava che l’intervento statale dovesse essere minimo perché poi i processi interni al mercato avrebbero riequilibrato tutto. Con l’arrivo della crisi e i suoi sviluppi questa idea ha perso consistenza.

In che modo?

All’inizio della tempesta subprime, si sperava che il mercato fosse capace ancora una volta di regolare una crisi che sembrava circoscritta. Di fronte al crollo del settore immobiliare, i governanti credevano che tutto fosse controllabile. E per molto tempo, anche dopo la bancarotta di Lehman Brothers, si riteneva che la ripresa economica avrebbe messo le cose a posto. Alcuni ci hanno creduto. Poi è arrivata la Grecia.

E cosa ha mutato la crisi di Atene?

È emerso che gli Stati sono necessari per stabilizzare i mercati. Ormai non regge più  il paradigma che i mercati si autoregolano. L’intervento dello Stato, da occasionale e circoscritto, è diventato un dato permanente e necessario per far fronte a crisi altrimenti catastrofiche. Ma dall’altro lato, abbiamo osservato come gli stimuli anticiclici e le nazionalizzazioni producono deficit insostenibili. In sostanza, prima si voleva che gli Stati si ritirassero dai processi economici, salvo poi rendersi conto che anche gli stati servono. Tuttavia, quando intervengono, creano squlibri non sostenbili, e si torna al principio.

Quindi manca una via, anche nel processo decisionale della politica economica?

Si è creata un vuoto nel pensiero economico, nel quale è difficile orientarsi. Siamo in una fase di stallo intellettuale. Una cosa è certa. Dobbiamo ricostruire un pensiero. Qualcosa di nuovo deve nascere, sorpassando i preconcetti. La verità è che non sappiamo più qual è la direzione di marcia. Dal 700 a oggi si è affermata un’idea di fondo, quella del progresso, condivisa da tutte le scuole economiche. E il mondo ha avuto una crescita economica intensa e duratura.

E nei nostri giorni?

La mia sensazione, ma non solo mia, è che tutto si sia fatto più difficile, che ora manchi un obiettivo finale. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla complessità di questo mondo. Per esempio, l’idea che la sinistra ha, storicamente, del progresso è che se i poveri si emancipano è meglio per tutti, è meglio per l’umanità intera, ed è un’idea comune. Ma oggi si confronta tragicamente con un mondo in cui – a tecnologie date – se i poveri del mondo si nutrono a sufficienza, non ci sono risorse per tutti. E’ un dramma, anche intellettuale e morale, da non dormirci la notte, su cui bisognerebbe costruire un nuovo pensiero, nuove linee di azione. Ma non è che ci si pensi molto nel nostro mondo, preso dalle sue continue emergenze. Poi si va in Cina, e si vede un paese che ha una prospettiva di sviluppo di lungo periodo: sanno perfettamente a quali squilibri vanno incontro, e si stanno attrezzando da tempo, come paese, per contrastarli. Ma è necessario un pensiero e soluzioni globali. Non è tempo di vie nazionali.

Parallelamente alla crisi del pensiero economico, c’è anche quella della società. Come gestirla? 

Negli ultimi anni, dicevo, si è indebolito il concetto di progresso che ha unito le élite per oltre due secoli. Forse, e penso al Sud Mediterraneo, oggi unisce di più l’idea di giustizia che quella di sviluppo. Si sta introducendo nel mondo una idea di benessere che è diversa da quello che abbiamo sempre conosciuto. Il main stream economics è fondata su un’idea utilitaristica dell’uomo, utile come metrica, ma insufficiente a contenere la molteplicità dei valori e delle aspirazioni delle persone e dei soggetti economici. E’ un grande tema di riflessione.

Parlando invece di questi giorni, giovedì scorso il Consiglio europeo ha approvato un nuovo pacchetto di aiuto per la Grecia. L’obiettivo, tuttavia, era quello di placare il nervosismo riguardo al contagio su Italia e Spagna. Guardando alla giornata di oggi, non c’è molto da sorridere, specie guardando verso Roma…

Il nervosismo sulle banche italiane c’è perché c’è la Grecia in crisi. La matrice del problema italiano è Atene e fintanto che quell’economia non si ritiene stabilizzata, ci saranno problemi. La gestione del nostro debito, seppure elevato, è sempre stata esemplare e non abbiamo mai sofferto. Il nervosismo, se fosse un problema legato all’indebitamento italiano, doveva esserci anche negli anni scorsi. Una volta che si metteranno in sicurezza i problemi ellenici, anche sull’Italia rientreranno i timori. Ma certo l’alto debito costa e ci rende fragili: ed è per questo che va ridotto.

Le banche italiane, si è detto dal 2007 a oggi, hanno avuto poca esposizione alla crisi subprime. Fanno investimenti più oculati e hanno una struttura più tradizionale rispetto anche solo alle compagini transalpine. Il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, continua a ripetere che il nostro sistema bancario è solido. Eppure, leggendo i report delle banche d’investimento estere, non sembrerebbe così. Le sofferenze sono in aumento, gli impieghi stanno calando, i target price vengono continuamente corretti. Dov’è tutta questa salute?

La salute c’è perché i capitali sono abbondanti, mentre i rischi assunti nella fase positiva sono stati ben diluiti e ridotti nel corso degli ultimi anni. Dal punto di vista strutturale, quindi, sono solide. Più che altro c’è un problema di redditività. Fare utili in un Paese che non cresce, con imprese che non investono, con famiglie che non spendono, non è facile. Le difficoltà dei nostri istituti di credito sono legati indissolubilmente al ciclo economico, non ad altro. È chiaro che quando la macchina del sistema-Paese ripartirà, anche per le banche tornerà ad aumentare la redditività.

Si è detto che la speculazione è la peggiore delle malattie finanziarie. Però, parlando con diversi gestori di hedge fund o banchieri, emerge una realtà diversa. Per la serie, di Gordon Gekko c’è né uno solo, tutti gli altri sono esseri umani, con le proprie paure, le proprie incertezze. È una visione che condivide?

Io non ho mai capito la parola speculazione. Pensiamo a un mercato che sta crollando. Ho sempre pensato che gli individui che riescono a percepire i disallineamenti del mercato nel modo corretto e guadagnano, mentre tutti gli altri perdono siano i veri professionisti della finanza. Se il mercato va bene, i prezzi crescono tutti in modo costante e duraturo è facile vincere, non si parla di speculazione, ma direi che non c’è merito, e non c’è nemmeno gusto. È invece proprio quando qualcosa va male che la soddisfazione di aver imboccato la strada giusta è più grande: sarà deformazione professionale, ma quelli che vincono in quelle condizioni non li chiamerei speculatori, sono i professionisti della gestione dei rischi. Europa da un lato, Francia e Germania dall’altro: un dualismo che sembra essere sempre più forte dopo il secondo bailout greco.

Stiamo andando verso un’Europa più unita o egemonizzata da Berlino?

I processi di cambiamento, anche lungo le crisi come quella odierna, sono promossi dalle leadership. In questo caso, la rinnovata autorevolezza di Berlino e Parigi può essere la premessa per un Europa piu forte e coesa. Piuttosto, vale la pena interrogarsi sul ruolo del Regno Unito, che ha fondamentali economico-monetari piuttosto deboli, ma non soffre perchè c’è la sterlina, che si può svalutare, e non l’Euro. Questo può obiettivamente far venir meno parte dell’entusiasmo nei confronti della moneta unica. Ma pensare che sia in discussione il futuro dell’Unione europea trovo che sia del tutto fuori luogo.