Taranto, regno della diossina protetto dalla Prestigiacomo

Taranto, regno della diossina protetto dalla Prestigiacomo

Emilio Riva, il padre padrone dell’Ilva di Taranto, più altri ventinove suoi dirigenti sono stati rinviati a giudizio per la morte di quindici operai. Per la procura di Taranto i tumori che hanno fatto ammalare e morire i 15 uomini, a partire dal 1975, sono riconducibili alle omissioni e alle violazioni compiute dai trenta responsabili dell’impianto che rende quella pugliese tra le città più inquinate d’Europa. Basti pensare che si produce qui il 90% della diossina di tutto il vecchio continente.

Una notizia, questa, che al di fuori dei quotidiani locali ha trovato scarsa eco. Ma non stupisce. Da sempre quel che accade dentro e fuori l’impianto siderurgico pugliese trova poco interesse, anche negli uffici del nostro ministero dell’Ambiente. Grazie al rapporto speciale che lega Emilio Riva al ministro Stefania Prestigiacomo, ma anche al presidente della regione Puglia Nichi Vendola. Esistono leggi “salva Ilva” e curiose dimenticanze che rendono impossibile ancora oggi il monitoraggio continuo delle diossine e del benzopirene sversato dall’impianto su una consistente fetta della Puglia.

Qualche giorno fa, solo per citare l’ultimo episodio, Aldo Pugliese, segretario generale della Uil, ha scritto a Nichi Vendola parole di fuoco: “C’è un pericoloso immobilismo della Regione per quanto riguarda l’Ilva. L’ultimo approfondimento relativo alla situazione dei problemi della sicurezza e dell’ambiente dello stabilimento di Taranto, peraltro previsto dal protocollo sottoscritto da Regione Puglia, organizzazioni sindacali e Ilva, risale al 30 luglio 2008. Quindi, ad oggi, nessun incontro utile al monitoraggio dell’applicazione del protocollo in questione è più stato convocato, come concordato, presso la Prefettura di Taranto”.

Ci sono inoltre ritardi nella messa in sicurezza e nel monitoraggio nella cokeria, nell’altoforno, nell’area stoccaggi e nel parco minerali.
Ancora più grave, scrive il sindacalista. “Siamo ancora all’anno zero per quanto riguarda la bonifica di 115 kmq di territorio e rimane sempre da verificare il livello sin qui raggiunto per quanto attiene le bonifiche da amianto”.

Riva è la parolina magica con cui arrivano autorizzazioni ambientali e si chiude un occhio sui ritardi. A Bari come a Roma.  Proprio in questi giorni è in via di approvazione la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale con la quale si permetterà un aumento di produzione di acciaio (e, quindi, delle sostanze inquinanti) da 9 milioni di tonnellate a 15 milioni. Nelle cokerie sono previsti l’aumento delle polveri (da 822 a 1267 tonnellate all’anno), del benzene (da 13 a 15 milioni di tonnellate), dell’anidride solforosa (da 2160 a 6343 tonnellate), del biossido d’azoto (da 2200 a quasi 5000 tonnellate). Anche per l’impianto di agglomerazione, sono previsti aumenti di emissione quasi del doppio rispetto al 2005 per polveri, anidride solforosa e ossidi di azoto.
La regione nicchia, il ministero pure.

Riva è, per così dire, un uomo molto legato al nostro governo e al ministro Prestigiacomo. Imprenditore che sa ben ramificare i suoi investimenti, fu l’uomo che nel 2008 rilevò le quote dell’armatore Daponte nell’affaire Cai, cedendole poi al figlio, facente capo alla stessa sua società, e avallando la delicata fase di passaggio della compagnia di bandiera italiana. Un’operazione grazie alla quale il governo potè mostrarsi orgoglioso di aver “salvato” Alitalia da morte certa. L’erede Riva siede ancora oggi nel consiglio di amministrazione della nuova Alitalia.

Proprio in quel periodo il ministro Prestigiacomo si batteva strenuamente, anche ad agosto, per contestare il nuovo monitoraggio delle diossine svolto a Taranto. Perché fino ad allora neanche esisteva un controllo puntuale e preciso sull’aria che uscendo dai camini Ilva ammorbava per sempre il territorio.

L’8 agosto di quello stesso 2008, il ministro scrisse all’Arpa Puglia che le analisi attestanti il rischio ambientale a causa dell’alta percentuale di diossina, degli elevati valori del benzopirene – ritenuto uno degli inquinanti più cancerogeni prodotto dalle cokerie – erano da cestinare. «Le campagne di rilevazione effettuate – è scritto – non possono essere ritenute valide ai fini dell’individuazione di specifiche criticità ambientali e per imporre limiti più elevati rispetto a quelli definiti dalle norme o raggiungibili con le migliori tecniche disponibili». Proprio quello che dice sempre Riva. Ma i dati non lasciano scampo: sono di otto volte superiori rispetto a quelli imposti da alcuni Paesi europei e di certo, come ha spiegato Giorgio Assennato – direttore dell’Arpa – «almeno il doppio rispetto alla media Ue. In Italia manca una legge sulle diossine».
Dal 2008 ad oggi nulla è stato fatto.

Anzi qualcosa sì, ma non in direzione della salute pubblica. A novembre del 2008, mentre Cai decollava, il ministro è intervenuta numerose volte per minimizzare i dati sull’inquinamento e «evitare la chiusura dell’Ilva», mentre gli allevatori pugliesi mandavano al macello migliaia di capi malati di diossina, e la popolazione tarantina prendeva consapevolezza dei rischi per la salute.

A onor del vero l’estate scorsa fu proprio il ministro a inaugurare a Taranto, nell’impianto Ilva, un nuovo e moderno sistema per ridurre le “diossine del 50%”. Ma proprio negli stessi giorni qualcuno, nella disattenzione generale, ha inserito nel recepimento della direttiva europea sull’aria pulita sottoposto al parere delle Commissioni Ambiente di Camera un emendamento per prorogare l’entrata in vigore dei limiti alla concentrazione di benzopirene. «Un regalo – ha detto il senatore Pd Roberto Della Seta – che il ministro Prestigiacomo ha voluto portare all’Ilva». E non finisce qui.

L’Ilva ha da poco annunciato di aver ridotto del 40% le emissioni nocive di benzopirene nel primo trimestre del 2011. Ma gli ambientalisti fanno scoprire il trucco: «I dati non sono un successo: le emissioni superano in media del 93% i limiti della precedente normativa – dichiara Taranto sociale e Alessandro Marescotti di Peacelink – e se il governo non avesse cambiato la norma per decreto sarebbero certamente fuorilegge. Se fosse in vigore la precedente normativa sul benzoapirene che il governo ha cambiato il 13 agosto 2010 eliminando il
limite – fanno rilevare gli ambientalisti – i dati non dovrebbero infatti superare 1 nanogrammo a metro cubo. Invece tale valore è quest’anno abbondantemente superato: 1,55 ng/m3 a gennaio, 2,82 ng/m3 a febbraio e 1,43 ng/m3 a marzo 2011. La media è 1,93 ng/m3 mentre la media annua non dovrebbe superare 1 ng/m3 stando alla precedente normativa che il governo ha cambiato».

L’Ilva, secondo gli ambientalisti, «con evidente intento propagandistico, raffronta tale dato cattivo con quello “pessimo” del 2010 (che era 3 ng/m3); confronta cioè un dato inaccettabile (1,93) con un dato ancora peggiore (3), ma entrambi sono superiori a 1. L’Ilva inoltre ammette implicitamente di essere responsabile di quel dato, che si riferisce (si badi bene) all’aria del quartiere Tamburi e non ai camini».
Ad agosto, quindi, dal ministero dell’Ambiente è giunto un altro aiutino a Riva. Il decreto legislativo 155/2010 ha così rimandato al 2013 il raggiungimento dell’obiettivo di un nanogrammo per metrocubo di benzo(a)pirene in aria. Il lavoro del governo trova sponda in regione: il presidente Vendola avrebbe potuto sollevare entro il 14 settembre scorso la questione di legittimità costituzionale. Ma non l’ha fatto. «Perché? – chiedono in una nota i Verdi pugliesi – E perché in Commissione Stato- Regioni la Puglia non ha sollevato alcuna obiezione rispetto alla norma “salva Ilva” che in quella sede fu approvata senza alcuna obiezione? Eppure in quella sede la Puglia avrebbe potuto far sentire la sua voce».
I camini dell’Ilva continuano ad emettere fumi, e i cittadini, sperando nel lavoro dei magistrati, incrociano le dita e sperano che ad agosto non arrivino altri “regalini”.

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