Storia MinimaTogliatti cancellò il fascismo con l’amnistia. Cosa faremo, noi, con la nostra epoca?

Togliatti cancellò il fascismo con l’amnistia. Cosa faremo, noi, con la nostra epoca?

Il 22 giugno nella memoria pubblica italiana è noto maggiormente per l’inizio dell’invasione tedesca dell’Unione sovietica (era il 1941). Eppure quella data non è priva di significato. Infatti quella data – per la precisione il 22 giugno 1946 – è il giorno in cui il Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, firma il decreto dell’amnistia. Un provvedimento molto controverso che, al di là delle valutazioni in sede storiografica avanzate alcuni fa dallo storico Mimmo Franzinelli (L’amnistia Togliatti, Mondadori), è stato semplicemente eliminato nella memoria della destra, guardato con imbarazzo dal centro moderato, sostanzialmente accantonato o taciuto a sinistra.

Questo aspetto è oltremodo curioso. In una stagione, ormai aperta da 15 anni, nel 1996 con il discorso sui “bravi ragazzi di Salò” pronunciato dall’allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante nel suo discorso di insediamento (10 maggio 1996) e che avviava una lunga discussione (allo stesso tempo risolutiva e inconcludente) sulla “memoria condivisa, è quantomeno singolare che nessuno abbia mai trovato il tempo di dedicare una riflessione pubblica – in qualsiasi forma – a un provvedimento che nel bene o nel male voleva “chiudere una stagione”. In realtà con quella questione, anche cinquanta anni dopo, nessuno voleva misurarsi per davvero.

L’amnistia era imbarazzante per chi a destra l’aveva ricevuta, perché doveva riconoscere che non poteva nascondersi nel reducismo, mantenendo una “rendita di posizione” che poi sarebbe stata rivendicabile. Ma non lo era di meno per le sinistre: perché si trattava di risolvere e chiudere la guerra anche da parte di chi aveva continuato una sua guerra dopo, andando alla ricerca della propria soddisfazione, delle proprie vendette da riparare, nella convinzione che si dovesse “terminare” ciò che era “stato interrotto a metà”.

Per la sinistra, poi, implicava ammettere che anche dalla sua parte non tutto era andato così come pubblicamente si diceva, che il fronte dell’antifascismo non era il bene assoluto. Che questo argomento bruciasse, del resto, era evidente guardando a l’accoglienza che ebbero poi sia La paga del sabato di Fenoglio che La ragazza di Bube di Cassola. Libri scomodi, trattati a sinistra come veri e propri sabotaggi rispetto alla “causa”.

Infine, non poteva essere dichiarata da chi si collocava nell’area moderata e dunque apparentemente avrebbe avuto l’interesse a ragionare in termini di ricomposizione e di superamento del conflitto, semplicemente perché l’iniziativa non era sua e dunque non era possibile governare il risultato politico. Perciò meglio che affondasse, salvo poi attuarlo nella sostanza garantendo una continuità dello Stato, dei suoi apparati, delle figure pubbliche, dei funzionari come ha dimostrato ampiamente nei suoi studi Claudio Pavone (Alle origini della Repubblica, Bollati Boringhieri 1995).

Il discorso sul fascismo non è solo sguardo rivolto al passato. Riguarda anche il presente. E’ la spia di un vizio che si è manifestato nel 1946 e poi è riapparso tutte le volte che si trattava di confrontarsi con l’eredità pesante di una lunga stagione politica. Ogni volta crollato un sistema, l’atto automatico è quello di considerarlo un corpo estraneo, evitando di analizzare le responsabilità e il consenso dato che ne permisero il funzionamento e la durata. Non riguarda solo il fascismo, ma anche l’Italia della Prima Repubblica su cui è tempo di rompere il silenzio, o di abbandonare quel giudizio categorico solo a parole: moralistico e inconsistente. Anche lì il problema è riuscire a fare i conti fino in fondo. Soprattutto volerli fare. Per evitare che anche questa Seconda Repubblica che declina sia archiviata con facilità e senza capire, davvero cosa ci è successo. 

*Storico

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