E per salvarsi Atene potrà perfino stampare moneta…

E per salvarsi Atene potrà perfino stampare moneta...

Dopo l’Irlanda, la Grecia. La scorsa settimana la Banca centrale ellenica ha attivato l’Emergency liquidity assistance (Ela), un particolare meccanismo di prestiti assistenziali messi a disposizione del sistema bancario. Tramite questo schema saranno iniettati nuovi capitali, erogati tramite la stampa di moneta ex novo in deroga ai Trattati europei. Alla luce di questo, nel giorno della fusione fra Alpha Bank ed Eurobank, due fra le maggiori banche elleniche, aumenta il rischio di un veloce peggioramento della situazione debitoria di Atene.

Non è la prima volta che la Banca centrale europea (Bce) permette l’uso di questo genere di strumento straordinario. Nell’ultimo anno fu Dublino ad adottarlo, stampando moneta al posto dell’Eurotower per fornire liquidità al sistema bancario irlandese. A scoprire questo utilizzo ai limiti dei trattati europei fu l’Irish Independent, accusando la banca centrale di Dublino di aver erogato oltre 51 miliardi di euro ai propri istituti di credito in deroga alla sovranità monetaria della Bce. Accuse che poi si sono rivelate fondate. Ora la storia potrebbe ripetersi per la Grecia.

Come quanto anticipato dal quotidiano greco Imerisia, il 25 agosto è stato attivato lo schema Ela alla Banca di Grecia. Due grosse banche, nei primi istanti di vita dello strumento, hanno chiesto di poter accedere al programma. Sono tre le condizioni per l’apertura delle linee di credito: situazione straordinaria, elevate garanzie a collaterale, erogazione per un tempo limitato. E i sospetti sui due istituti di credito che hanno subito domandato di aderire all’Ela sono caduti su Alpha Bank ed EFG Eurobank Ergasias, ovvero le protagoniste della più grande fusione interbancaria della storia ellenica, istituzionalizzata nelle scorse ore.

A peggiorare la già precaria situazione del sistema bancario ellenico ci hanno pensato i risparmiatori. Negli ultimi nove mesi dagli istituti di credito greci sono usciti 21,4 miliardi di euro, dirottati fuori dal Paese per via del rischio insolvenza. Questo nonostante le raccomandazioni del ministro delle Finanze Evangelos Venizelos, che ancora tre giorni fa ha ripetuto che «le banche elleniche sono solide, ben capitalizzate e al sicuro dalla tempesta finanziaria». Parole che, alla luce dell’attivazione dell’Ela, sanno di beffa.

C’è tuttavia un altro aspetto che deve preoccupare. In un interrogazione dello scorso febbraio un parlamentare Ue ellenico del PPE, Konstantinos Poupakis, ha domandato in che modo funzionasse l’Ela, quali erano gli esempi recenti dell’adozione di questo strumento e fino a che punto poteva incidere sulla massa monetaria presente nell’eurozona. In pratica, il preludio a quanto successo pochi giorni fa. La risposta a Poupakis del Commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, è stata laconica: «La Commissione europea non detiene statistiche sulla varie operazioni Ela (…), mentre è la Bce che cura questi aspetti». Facile immaginare quindi come possa essere rischiosa questa asimmetria informativa. Il paragone è veloce. Come dal 2005 a oggi Atene ha mistificato i propri conti pubblici agli occhi dell’Europa, è possibile che anche per l’Ela faccia lo stesso. Del resto, lo schema di liquidità assistenziale, come ha ricordato il Commisario Rehn, non rientra nei programmi dell’Eurosistema, benché possa essere utilizzato al suo interno. Diventa quindi ostico, sia per la Bce sia per la Commissione, monitorare l’esatta erogazione della liquidità. Il rischio è quindi che, facendo leva su tale opacità, le banche greche possano subire iniezioni di capitali freschi stampati ex novo o senza le dovute garanzie.

Nel frattempo, stanno emergendo nuovi dettagli su quanto potrebbe costare un fallimento di Atene. Secondo Reuters Insider il default della Grecia costerebbe 97 miliardi di euro, più tutti i fondi finora erogati da Ue, Bce e Fondo monetario internazionale (Fmi). Un terzo, invece, sarebbe il prezzo da pagare in caso di bancarotta portoghese. Per Lisbona, in caso di collasso, le perdite si aggirerebbero intorno ai 31 miliardi di euro, più le linee di credito per il salvataggio. Minore il costo per l’Irlanda, 13 miliardi di euro. Nel complesso, compreso il pagamento dei Credit default swap (Cds) pari a 2,8 miliardi di euro, il fallimento dei tre Paesi sarebbe in grado di generare un buco da 144,2 miliardi. Il tutto senza contare la liquidità erogata dal maggio 2010, data del primo bailout europeo, a oggi. E il conto finale aumenta sempre di più.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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