E Tremonti adesso affossa pure le utility

E Tremonti adesso affossa pure le utility

Una mazzata da 3 miliardi di euro. È quanto hanno perso oggi, complessivamente, le società attive nel settore dell’elettricità e del gas. Da Snam Rete Gas a Terna, da Enel a quelle che gli esperti definiscono “local utilities”, come Hera, A2a, Iren e Acea. Per loro, il motivo non è – come per le banche – quanti titoli di Stato italiani a rischio detengono, ma è un effetto neanche troppo collaterale della manovra delineata da Tremonti per rassicurare i mercati sulla tenuta delle finanze nazionali.

Si tratta dell’aumento dal 6,5% al 10% dell’Ires per il comparto energetico, che dovrebbe garantire un gettito pari a poco meno di 2 miliardi di euro l’anno prossimo e quasi 1 miliardo per il 2013 e 2014. Una tegola, la cosiddetta “Robin Tax”, che ha contribuito ad affossare Piazza Affari, ancora una volta la peggiore tra i listini continentali (-0,87%, Parigi ha chiuso a -0,25%, Francoforte a -0,45%, Londra a +0,21%) dopo la chiusura di ieri e il più 4% di venerdì scorso. Fin dalle prime battute Snam Rete Gas e Terna sono finiti subito in asta di volatilità, rispettivamente in calo teorico del 9,63% e dell’8,17 per cento, mentre Enel Green Power lasciava sul terreno 4 punti percentuali. Sebbene al giro di boa il Ftse Mib abbia limato le perdite, alla fine le vendite sono state pesantissime: Terna ha chiuso a meno 13,6%, Snam RG a -9,9%, Enel GP a -5,42%, mentre Enel a -4,2 per cento.

La stessa Snam RG, in una nota diramata nel pomeriggio, ha quantificato in 150 milioni di euro l’anno l’impatto dell’incremento Ires nel triennio 2011-2013, pari cioè al 14% dell’utile netto. Le altre utilities non hanno reso noto l’effettivo ammontare delle minusvalenze, ma un analista contattato da Linkiesta, sotto promessa di anonimato, ha stimato che Terna dovrà pagare 70 milioni di euro l’anno in più di nuove tasse, mentre Enel sarà costretta a sborsarne addirittura 750 milioni da qui al 2013, ovvero 350 milioni l’anno.

Non è poco. Per due motivi: sul Ftse Mib, il segmento di Piazza Affari che raggruppa le 40 società a più elevata capitalizzazione, Eni ed Enel hanno da sole una potenza di fuoco di circa 40 miliardi di euro, in grado cioè di spingere al rialzo o al ribasso l’intero listino. In secondo luogo, le società energetiche, per loro natura, garantiscono dividendi ogni anno e non sono esposte a forti turbolenze agendo in un comparto regolamentato per legge da un’Authority. Quindi, sono appetibili per gli investitori istituzionali come i fondi Blackrock o Pictet, azionisti di lungo corso del Ftse Mib. I quali, se dovessero uscire da questo settore, potrebbero portare ad una fuga che renderebbe ancora meno attrattivo il listino milanese. Negli ultimi tre anni, infatti, le manovre non avevano mai toccato il settore energetico, se non a livello di aggiustamenti negli incentivi per le rinnovabili. 

Per ora, gli operatori di mercato rimangono in attesa di capire quale sarà la versione definitiva del decreto, i cui proventi, va specificato, non ricadranno nella bolletta dei cittadini ma direttamente nelle casse del ministero di via XX Settembre. Il quale, di fatto, con un simile meccanismo di tassazione, riconosce che – grazie alle tariffe fissate dall’Authority per l’energia attraverso una complessa formula legata all’inflazione e ad altri parametri – le società hanno realizzato degli extraprofitti “insostenibili” nella rete di distribuzione elettrica e del gas. Oltre al paradosso che, essendo partecipate pubbliche che generano cospicui dividendi per lo Stato italiano, il provvedimento è sostanzialmente un’autotassazione. 

Discorso diverso per le local utility, i cui dividendi sono (emblematico il caso del Comune di Brescia, le cui entrate ordinarie dipendono per la metà dalle cedole di A2a), di vitale importanza per le amministrazioni territoriali in procinto di subire ulteriori tagli ai trasferimenti da Roma. Gli analisti calcolano un impatto del 7-8% sull’utile netto: che potrebbe essere troppo per chi, come insegna la storia di Acea, la utility del Comune di Roma, è già stato pesantemente colpito dalla vittoria del sì al referendum sull’acqua pubblica.

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