Il calo del Pil tedesco prova che la Bce ha sbagliato

Il calo del Pil tedesco prova che la Bce ha sbagliato

In Europa, si ripete, manca una politica comune nella gestione dell’economia e della crisi in particolare. È vero. Solo che se uno guarda l’attitudine della politica monetaria, unico campo in cui vi è una gestione accentrata e unitaria, di questa assenza verrebbe quasi voglia di rallegrarsene.  

Dopo i dati Eurostat sulla crescita del Pil europeo, diffusi questa mattina, appare chiaro che la naturale propensione della Bce – al di là dell’obiettivo ufficiale di mantenere la stabilità dei prezzi – sia di essere, come usa dire, behind the curve, dietro la curva. In altri termini, “sfasata” rispetto alle tendenze dell’economia. È la seconda volta che accade in tre anni (la prima fu nel 2008), e in modo così clamoroso.

In Europa, l’economia è rimasta quasi immobile (+0,2% in media): in Francia e Portogallo è stallo totale, l’Italia va poco meglio (+0,3%), ma la sorpresa è che in Germania, il balzo del Pil nel primo trimestre (+1,3%) si è stemperato a un punto tale da essere impercettibile (+0,1%). Dunque, la cosiddetta locomotiva d’Europa pare avere esaurito il carburante. Eppure, a luglio la Bce parlava di una «continua espansione dell’area euro nel secondo trimestre di quest’anno, sebbene a un passo più lento». Ancora, giovedì 4 agosto, ribadiva l’attesa di una «continua moderata espansione». 

La frenata si poteva già intuire nelle scorse settimane, quando la macchina tedesca dell’export, su cui Berlino ha affidamento per riemergere dalla crisi, ha cominciato a rallentare (-1,2% mensile a giugno). A luglio il Fondo monetario internazionale aveva visto bene: «Le sue prospettive di crescita a lungo termine rimangono deboli e dipendono in larga misura dalle esportazioni, il che riduce in misura sostanziale la sua capacità di contribuire alla crescita europea per non parlare di quella mondiale». Per dirla con Ashok Mody, capo della divisione Europa del Fmi, «la Germania non può essere considerata una locomotiva economica per l’Europa».  

Per la Bce, invece, la preoccupazione principale erano (e restano) le pressioni inflazionistiche. E ciò nonostante sia ben chiaro che a far salire il tasso di inflazione al 2,7% erano stati i prezzi del petrolio e dell’energia in genere, al netto dei quali la cosiddetta inflazione core è all’1,8 per cento. 

Il risultato è che oggi l’Europa, e l’Eurozona in particolare, si ritrova con un’economia ferma. In compenso, lo scorso 7 luglio la Bce ha aumentato il tasso di riferimento di 25 punti base (all’1,50%), dopo un analogo incremento ad aprile. Morale della favola: per evitare un surriscaldamento inflazionistico, un fantasma che abita i sonni dei nostri banchieri centrali, siamo finiti dentro una gelata dell’economia in piena estate.

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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