Il debito giapponese fa paura ma Piazza Affari tira dritto

Il debito giapponese fa paura ma Piazza Affari tira dritto

La benzina americana si fa sentire sui listini europei, compresa Piazza Affari. Il Ftse Mib, principale listino italiano, apre a +1,18% dopo aver perso, nella seduta di ieri, un punto percentuale, in controtendenza rispetto al resto d’Europa. A Londra, il Ftse 100 segna +0,54 per cento. Sul mercato del debito, il differenziale di rendimento tra Btp decennali e bund tedeschi, considerati il punto di riferimento in Eurozona, scende a 286 punti base, mentre i Cds, i derivati che assicurano dal rischio di default di un’emittente, sul debito italiano a scadenza quinquennale salgono a 379 punti base (dati Markit). In leggerissimo arretramento l’euro nei confronti della divisa statunitense, che cede lo 0,16% a 1,4418 dollari.

Brutta seduta sui mercati asiatici. Intorno all’1.05 è arrivato il declassamento del giudizio sul Giappone da parte di Moody’s, prima quindi dell’apertura di Tokyo. L’agenzia di rating americana ha abbassato di un “notch”, ovvero un “gradino”, il debito sovrano nipponico da Aa3 ad Aa2 (con outlook stabile), per via dell’elevato deficit di bilancio e del continuo accumulo del debito dalla recessione del 2009, oltre alle «deboli» prospettive di crescita, che renderanno sempre più difficile gestire questo debito. L’impatto sui bond governativi giapponesi, è stato limitato, in quello che è suonato più come un avvertimento “politico” al successore del primo ministro Naoto Kan, che verrà designato la prossima settimana. Intanto, il ministro delle Finanze, Yoshihiko Noda, ha annunciato la creazione di un fondo di supporto da 100 miliardi di yen per le imprese esportatrici colpite dall’apprezzamento della valuta, che al giro di boa della seduta asiatica quotava 76,64 dollari, ai livelli più alti dal secondo dopoguerra, in un continuo rialzo da quando, nel marzo scorso, un terremoto ha colpito la centrale nucleare di Fukushima.

Di tutt’altro segno il peso del downgrade sul Nikkei 225, il principale listino giapponese, che inizialmente ha aperto in rialzo dello 0,91% in scia ai cospicui guadagni di Wall Street, per poi chiudere a -1,07% con pesanti vendite nel settore bancario, trascinando al ribasso i contratti futures su Wall Street, come lo S&P 500 con scadenza a settembre, a -1 per cento. A Hong Kong, l’indice Hang Seng ha lasciato sul terreno 1,11 punti percentuali, mentre il paniere dell’area asiatica, Msci Asia Pacific, è arretrato di 1 punto percentuale.

Si arresta, invece, la corsa all’oro. Ieri sul Comex di New York il metallo giallo ha ceduto 30,6 dollari, ovvero l’1,6%, per assestarsi a 1.861,3 dollari l’oncia (31 grammi), mentre nel mercato afterhour è ulteriormente sceso del 3,5%, la maggiore contrazione dal luglio 2010. Ieri, l’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, aveva dichiarato di «Non vedere nessun segnale di bolle speculative sull’oro». Vista l’enorme ondata di acquisti sui listini Usa, che nella seduta di ieri hanno chiuso con ampi guadagni, il bene rifugio è stato meno preso d’assalto rispetto al solito.

Dopo una settimana in discesa, al contrario, ritornano a salire le quotazioni dell’oro nero, con la qualità texana Wti a 85,89 dollari a barile, in aumento dello 0,5% rispetto a ieri, e l’europeo Brent che sfiora i 110 dollari a barile (109,30). Secondo molti report delle banche d’affari, da Barclays a Goldman Sachs, per avere la piena operatività delle raffinerie libiche ci vorranno tempi lunghi.

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