Il problema dell’Italia non sono i costi della politica

Il problema dell’Italia non sono i costi della politica

A proposito di costi della politica, vorrei fare qualche considerazione. Seguo oramai distaccata le vicende italiane. Ma non posso far a meno di notare alcuni numeri, e non capire perché su questi numeri si alzi un polverone. O non si alzi affatto. 

I guadagni dei parlamentari. Quanto guadagnano i parlamentari? Si parla di stipendi record, privilegi, rimborsi per taxi, computer e altro, fino a toccare quasi 14.000 euro netti al mese. Ai quali si deve aggiungere se capisco bene 3.700 euro per portaborse, che possono essere intascati cash al posto del fido scudiero. Lo stesso conteggio per la Gran Bretagna  porta a oltre i 20mila, idem per la Francia (rimborsi per spese d’ufficio incluse).

I numeri non vanno letti in astratto. Certo, per un fannullone 17.000 euro netti al mese sono un bel guadagno. Stiamo parlando, tuttavia, dei consiglieri di amministrazione dell’organo gestorio che gestisce (o dovrebbe gestire) l’azienda più importante, l’azienda Italia. Partiamo dall’emolumento netto mensile di circa 14.000 euro, che arrotondiamo a 30.000 lordi. 360.000 annui. La remunerazione mediana degli amministratori delelgati delle società quotate in Italia secondo la rilevazione Assonime 2011 era di 358.000 euro (esclusi piani azionari). Il compenso medio di tutti gli amministratori del listino, indipendenti inclusi, era di 219.000 euro.

Alla luce di questi numeri, la remunerazione di un parlamentare non mi sembra elevata al punto da far parlare di scandalo. Anzi. Forse le seconde linee di grandi istituzioni finanziarie hanno pacchetti che tale cifra la superano. Lo stipendio, inclusi i “privilegi”, non mi stupisce affatto. Lo stipendio deve essere sufficientemente alto da attrarre persone in gamba, pronte a rinunciare al loro lavoro per servire la Patria; garantirne l’indipendenza, ovvero guadagnare bene per non cadere in tentazione. Un po’ le stesse linee guida che ci aiutano nel definire le remunerazioni dei consiglieri. Non troppo alte ma neanche troppo basse. Se si vuole che un professionista accetti di lavorare nel nostro consiglio, occorre remunerare il suo tempo almeno quanto il costo opportunità del lavoro a cui deve rinunciare.

Quello che stupisce è il “value for money”. Implicitamente siamo tutti convinti che non ci sia corrispondenza tra responsabilità, qualità del lavoro e remunerazione. In fondo, lo stipendio deve remunerare proprio questo, il grado di responsabilità e di accountability. La assunzione di tutti noi, quando gridiamo allo scandalo, dovrebbe essere questa: cosa fanno per guadagnarsi i soldi? Ma il problema non sta in quanto guadagnano, sta in cosa fanno. Inutile tagliare, occorre misurare. Esiste questa accountability nel mestiere di consigliere della azienda Italia? Probabilmente no. Nessuna misurazione. Gli eletti possono svolgere il compito loro assegnato? Infine, è proprio vero che una persona ben pagata non cade in tentazione?

Chi vive in azienda inoltre sa che i manager godono di rimborsi spese per taxi, telefono, viaggi, pc… Insomma dove è il problema se anche i parlamentari hanno rimborsi di spese di ufficio? Non mi stupiscono i rimborsi dei taxi, la gratuità dei viaggi, i rimborsi del telefono. Se i professionisti devono lavorare, occorre che possano farlo al meglio, non pagando di tasca propria spese di ufficio. Come fanno una folta schiera di persone, manager, avvocati , consulenti. Conosco molti professionisti che spendono ben oltre i mille euro annui di taxi. E oltre i 10mila di telefono, tutti debitamente rimborsati dall’azienda. Chi non ha un cellulare di ufficio? e a chi non viene dato un pc? Suvvia… Il tema non sono i rimborsi, ma cosa viene messo a rimborso. Spese personali o d’ufficio? Nelle aziende private l’abuso nei rimborsi può portare al licenziamento. Io stessa licenziai anni fa una persona perché un biglietto aereo lo aveva “billato” tre volte. 
Manca la trasparenza, e la gogna per chi sbaglia. 

Gridiamo allo scandalo se un primo di pesce costa ai senatori due euro? Ma mangiassero anche gratis se fanno bene il loro lavoro…(vino escluso perché fa addormentare dopo pranzo). Classico atteggiamento italiano, ci perdiamo nel guardare dettagli tutto sommato irrilevanti perdendo di vista la big picture. Diventiamo irriverenti nei confronti di coloro che mandano avanti il paese. Sbagliato. Dovremmo rispettarli ma quando sbagliano devono andarsene. Chi è nel Cda “azienda Italia” dimostri di aver competenze, tempo da dedicare, impegno e risultati.

Seconda considerazione, il taglio delle teste. Metodo altrettanto italico, dove si inizia sempre la dieta il lunedì, anziché cercare di cambiare la cultura alimentare. Il risparmio più efficace è il taglio. Certo, portare il numero dei deputati da 630 a 250 consente un risparmio immediato. Ma è un risparmio o una forma miopica? O peggio un gioco delle tre carte? Quanto di questo minor costo attuale si tradurrà nel tempo in risparmi duraturi? Il risparmio va valutato nel lungo termine, non nel breve.

Infine, una considerazione da consulente di corporate governance, materia fondata sugli equilibri e la contrapposizione di poteri. Forse non sono competente per commentare la proposta di addio al bicameralismo perfetto; tuttavia, dal mio punto di vista, la mancanza di un sistema di bilanciamento, di pesi e contrappesi, non è una grande mossa. È un rischio. Soprattutto in un paese di equilibristi come il nostro.

I costi della politica locale. Qui sì, rimango esterrefatta anche io. I numeri parlano proprio da soli. Leggo sull’Espresso che dei circa 3.7 miliardi di euro spesi in costi di enti e organi di governo, i Comuni ne rappresentano il 45% (certo, stiamo parlando di oltre 150.000 unità ma la cifra totale colpisce). Ancora, si legge che l’indennità dei consiglieri regionali sale fino a 11.400 euro, oltre i 14.600 per i presidenti. Mi sembra che ci sia grande sproporzione tra lo stipendio di un parlamentare e quello di un consigliere regionale. E quanti consiglieri regionali ci sono che prendono cifre di questo tipo (rispetto al numero totale dei parlamentari). Ma qui scendiamo nel micro. In un reticolo di micro clientelismo. In una territorialità italica che forse ci trova tutti complici e dunque ben silenti di fronte al tema dei guadagni altrui. Come il tassista romano che dopo essersi lamentato perché non arrivava a fine mese, confessa di fare il meccanico e essersi comprato l’ultimo modello della macchina alla moda.

*Fondatrice di Aliberti Governance Advisors

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