In Tunisia ora la rivolta rischia di diventare islamica

In Tunisia ora la rivolta rischia di diventare islamica

TUNISI – «Svegliati e prega» recitano i muri di Tunisi: è lo slogan sintetico, ma efficace che anima la campagna politica del partito islamista Ennahdha (letteralmente la “rinascita”). In Tunisia come in Egitto la rivolta contro il potere costituito si è espressa inizialmente senza una connotazione religiosa, ma una volta divenuta Rivoluzione si trova oggi ad affrontare sempre più la sfida dei movimenti islamisti di diverse tendenze. La conseguenza logica è una competizione crescente tra le forze per lo più laiche, espressione della società civile, che hanno dato inizio alla rivoluzione ed Ennahdha che sta cercando di monopolizzare la spinta rivoluzionaria di cambiamento politico e sociale. Il rincorrere il corso della Rivoluzione piuttosto che avervi partecipato fin dall’inizio prova più di ogni altro argomento che le diverse espressioni dell’Islam politico tunisino sono state prese alla sprovvista dalla Rivoluzione dei gelsomini, ma è anche vero che quelle stesse espressioni stanno recuperando in fretta il tempo perduto.

Ennahdha può ritenersi il principale partito tunisino espressione dell’Islam politico, dopo che le frange più estreme di impronta salafita non hanno avuto il permesso di costituirsi legalmente in partito politico. A detta di molti Ennahdha sarebbe il partito largamente maggioritario nel paese, soprattutto per il favore che riscuote nelle fasce medio-basse e basse della popolazione che sarebbero pronte a votarlo riponendo in esso la stessa fiducia che ripongono nella religione. Molto più probabilmente Ennahdha se può contate su un largo, forse larghissimo, seguito nelle campagne, non raggiunge il 30 per cento nelle due maggiori città del paese, Tunisi e Susa. In ogni caso il mese santo del Ramadan che inizia oggi fornirà un’occasione in più a Ennahdha per fare breccia tra i tunisini. La forza di questo partito sono le reti di mutuo sostegno e aiuto legate all’organizzazione politica e dalle quali Ennahdha ha preso forma dopo che con la Rivoluzione è venuto meno il regime monopartitico di Ben Ali.

Sulla stampa tunisina si discute apertamente della neutralità politica che dovrebbe competere alle moschee, là dove invece sono stati molti i casi di sostituzione degli imam in carica con nuovi imam nominati o auto-proclamatisi grazie all’appoggio di Ennahdha. Nella prima Repubblica tunisina di tradizione fortemente laica le guide della preghiera nelle moschee erano nominate dal potere politico, cosicché è stato relativamente facile dopo la Rivoluzione reclamarne la sostituzione con l’accusa, a torto o a ragione, di una stretta connivenza con il potere dell’ex regime. Un po’ paradossalmente chi rivendica la laicità come base del processo rivoluzionario offre un buon argomento per neutralizzare la proposta di chi invece nelle scorse settimane ha chiesto di reintrodurre uno stretto controllo da parte del ministero degli Affari Religiosi sulle nomine degli imam: se laicità deve essere, allora lo Stato deve tenersi fuori dalla nomina degli imam a tutto vantaggio di Ennahdha che quanto serve è movimento religioso, mentre in altri contesti è partito politico.

A conferma di quanto stia accadendo nelle moschee, il ministero degli Affari Religiosi ha reclamato unicamente a sé la potestà l’organizzazione delle donazioni e delle opere pie a favore dei poveri, contestando indirettamente la propaganda che Ennahdha sta svolgendo attraverso le proprie reti di assistenza. È della settimana scorsa la notizia dell’organizzazione di un matrimonio collettivo per 7 coppie di novelli sposi ai quali Ennahdha ha pagato tutte le spese legate al banchetto nunziale, regali compresi, per poi poter vendere in moschea la sua magnanimità. Sta qui la forza di Ennahdha attraverso una continua opera di grandi o piccole donazioni in favore dei bisognosi, svolte nel nome dell’Islam, ma intese a guadagnare consenso politico.

Arrivano dall’estero una parte considerevole delle risorse materiali che Ennahdha utilizza per svolgere la sua campagna politica e religiosa al tempo stesso. Fa discutere e preoccupare il legame che sembra sempre più stretto di Ennahdha con l’Islam wahhabita dell’Arabia Saudita. Proprio a seguito di un sempre più consistente afflusso di denaro a favore di Ennahdha è stata approvata dal governo di transizione la legislazione sul finanziamento dei partiti che ha di fatto limitato la possibilità dei partiti di ricevere donazioni come quelle saudite. La reazione di Ennahdha è stata dura e si è manifestata con la sua uscita dalla Haute instance pour la réalisation des objectifs de la révolution, de la réforme politique et de la transition démocratique: è a seguito di questo episodio che si è innescato un periodo di forte tensione politica e sociale che ha portato ad alcuni scontri nella capitale e in alcune regioni del Sud del paese. La decisione infine di Ennahdha di rientrare nella Haute instance ha portato a smorzare la tensione politica, ma non ha risolto del tutto i problemi di un ordine pubblico precario e di una polizia che viene accusata dal suo stesso sindacato di base di avere un atteggiamento «terroristico». 

La crisi economica che sta attraversando la Tunisia rivoluzionaria, creando nuova povertà e accrescendo quella già esistente, non può che favorire indirettamente il discorso populista di Ennahdha. Nel panorama di frammentazione del sistema politico tunisino che conta più di cento partiti, Ennahdha sembra contrapporre una realtà solida e unitaria anche se le correnti al suo interno sono diverse e non sempre d’accordo. L’ambiguità del ruolo di Ennahdha, organizzazione religiosa e/o partito politico, a seconda delle situazioni e dei differenti contesti, si riflette in un programma politico debole e generalista che spesso si risolve in un rinvio alla dimensione religiosa senza mettere in campo un effettivo ventaglio di riforme. È tuttavia molto probabile che Ennahdha avrà un buon risultato alle prossime elezioni in programma per ottobre e in effetti nella società tunisina di oggi sarebbe irrealistico pensare a un sistema politico dove tutti gli attori si riconoscano su una piattaforma politica laica. La vera domanda non è dunque se nel futuro della Tunisia vi sarà o meno un partito islamico, ma se l’Islam politico praticato e predicato da Ennahdha si allineerà alla visione fondamentalista del Wahhabismo saudita o se invece si dimostrerà capace di interpretare e difendere un Islam moderato e aperto al mondo che è quello ad aver per secoli caratterizzato la scuola malikita diffusa in tutto il Maghreb, l’Occidente arabo. 

*Docente in Storia dell’Africa, Università di Pavia

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