“Io imprenditore deluso da governo e Confindustria”

“Io imprenditore deluso da governo e Confindustria”

«Il gruppo dirigente del nostro Paese è giunto alla crisi con le braghe calate, ci è arrivato consumato, il livello qualitativo è basso». Il bresciano Flavio Pasotti, 51 anni, imprenditore ramo meccanica, non nasconde una delusione totale nei confronti della politica in generale e del governo in particolare. «Il livello qualitativo è basso e quando, come è stato di recente, c’è stato da produrre qualcosa, non aveva più uno straccio di idea di società,  anzi, diciamo pure che il magazzino delle idee era completamento vuoto».

E senza idee non c’è futuro per il Paese, ripete Pasotti al telefono con Linkiesta. Come imprenditore lo sa bene: la sua azienda, la Eng.In Group – 20 dipendenti, di cui 14 ingegneri, 8 milioni in media di fatturato annuo – vive di idee, di creatività applicata alla tecnologia. La Eng.In progetta e sviluppa impianti e prodotti per l’elettrodomestico, l’automotive e l’aeronautica. Milioni di famiglie europee hanno nelle loro case prodotti disegnati dalla piccola azienda di Borgosatollo (Brescia) per conto di grandi aziende come Ariston Thermo Group, Hotpoint Indesit, Electrolux. 

Ma il disincanto di Pasotti non è solo per la classe politica. «Questo discorso vale anche per anche gli imprenditori: che cosa hanno avuto dalla loro associazione? Nulla. Dopo gli accordi di luglio ’93 non si è più visto un disegno strategico né nei rapporti sindacali né nei rapporti col governo. La capacità di incidere delle associazioni è stata zero, i loro vertici sono lo specchio della politica. E tutte sono diventate una macchina che lavora fine a se stessa, non per i soci». Detto da uno che è stato quindici anni vicepresidente nazionale della Confapi (la confederazione delle industrie piccole e medie, alternativa a Confindustria) e poi presidente dell’Associazione piccola e media industria (Api) di Brescia, è un po’ forte. 

Non salva nemmeno l’associazionismo di impresa?Eppure ci è stato dentro a lungo, dal ’90 al 2008.
Uno dei motivi per cui ho smesso è che ritengo che il sistema della rappresentanza sia alla fine della sua parabola e che, a causa delle sue strutture burocratiche e della debolezza culturale degli imprenditori, non sia riformabile. Confindustria è fatta a modo suo, ha da sempre un occhio di riguardo per le imprese sopra 50 dipendenti: all’interno delle associazioni territoriali, bastano tre aziende grandi per cambiare gli equilibri. Questo spiega perché in Italia, al di là di tanta retorica, la piccola e media impresa industriale non trova rappresentanza.

E le organizzazioni più piccole, Confapi? Rete Imprese Italia?
Confapi ha fatto una scelta di collateralismo al governo, che naturalmente impedisce di dire qualsiasi cosa. Lo stesso tentativo di Rete impresa Italia (che mette assieme cinque organizzazioni di artigiani e commercianti, ndr) è ben poca cosa se si limita ad un accordo tra vertici. Inoltre mostra lentezze nelle reazioni poco compatibili con la dinamica dei problemi di un imprenditore.

Ma lei ha capito quale è la posizione degli imprenditori sull’idea di mettere in Tfr in busta paga?
Stanno zitti e non prendono posizione sul Tfr, perché se dici qualcosa sul Tfr vai a danneggiare i commercianti, che sono gli unici che eventualmente potrebbe guadagnarci qualcosa. 

Di recente, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si è espressa apertamente contro
Le piccole associazioni non hanno interesse a farlo perché andrebbero a intaccare quel collateralismo sui cui prosperano i gruppi dirigenti. 

E lei cosa ne pensa?
È un’operazione che non serve, tanto più che c’è una parte del Tfr che è già collocato nell’Inps e nei fondi pensione. Dopo aver cercato di educare i cittadini sul loro futuro pensionistico, inculcandogli l’idea di poterlo gestire autonomamente, gli suggeriamo di impiegare queste risorse non, come si faceva una volta, per il matrimonio del figlio, la casa o per un evento familiare straordinario, ma dal panettiere all’angolo? Ma che messaggio stiamo mandando, culturalmente, politicamente?

Prendi i soldi e spendili, finché ci sono.
È l’idea di un governo con un orizzonte di sei mesi ed è un’idea che crea un problema oggettivo di liquidità alle aziende. Un problema che in questo momento eviteremmo volentieri. Mi sembra, comunque, che sia l’accettazione del fatto che abbiamo stipendi troppo bassi e quindi dobbiamo aumentarli attualizzando una retribuzione differita. Allora, dico io, fai un’operazione seria sull’Iva o sulle pensioni poi compensa con una riduzione del carico previdenziale e fiscale sul lavoro. Invece che messaggio mandi pagando subito il Tfr? Eccoti dei soldi, pochi e maledetti, scendi nel negozio più vicino e vedi di spenderli, oppure pagati il mutuo. Con la manovra varata dal governo, alla gente si dà una bastonata, si dà la frustata, ma non si fa vedere la strada.

Però, i commercianti fanno resistenza.
Il problema è dei commercianti: i quali non vogliono correre rischio né di incamerare l’aumento dell’Iva, riducendosi i guadagni, né di traslarla sui prezzi finali, rischiando di perdere clienti o volumi. Ma il rischio di mercato è un rischio che noi del manifatturiero corriamo tutti i giorni, perché i commercianti dovrebbero esserne esentati?

Dicono che così si deprimono i consumi. 
Se aumenti l’aliquota sull’Iva in modo intelligente, non è per niente detto che si geleranno i consumi, che per altro sono fermi da cinque anni per altri motivi. E non certo per colpa delle imposte indirette.

Che effetto avrà, secondo lei, la manovra bis? 
Non è che uno, un giovane, si alza alla mattina e va a lavorare per l’entusiasmo di pagare il debito pubblico. Alla gente si dà una bastonata, una frustata, ma non si fa vedere la strada.

E quale strada indicherebbe?
Occorre intervenire sulle pensioni: alzando l’età pensionabile, si libererebbero risorse per lo sviluppo. In questo modo ci sarebbero i soldi per alleggerire gli oneri previdenziali per chi entra nel mondo del lavoro, con un adeguamento crescente nel tempo. Dovrebbe trattarsi non di un intervento a favore di questo o di quel settore, o di un’area geografica specifica, ma di un’operazione sistemica e strategica per il Paese, una compensazione necessaria per bilanciare l’allungamento età pensionabile. E più uno è scolarizzato, maggiore dovrebbe essere l’agevolazione.

Più ti sei preparato più ti aiutiamo a trovare lavoro?
Facciamo passare il principio che l’ignoranza è un costo sociale ed individuale, cominciamo a dire ai giovani che quando saranno laureati costeranno meno e avranno più possibilità di entrare nel mondo del lavoro, riattiviamo il ciclo virtuoso. Mio padre era figlio di contadini, se fosse andato a lavorare senza diploma avrebbe avuto meno opportunità. Perciò il messaggio che dovrebbe essere mandato al Paese è: studiate e potrete beneficiare di incentivi per entrare nel mondo del lavoro, e una volta dentro, se sarete capaci, farete anche carriera. Quindi, sai che se studi, ti formi, hai più possibilità. Prendiamo il caso della mia azienda, la Eng.In. Dieci anni fa c’era un imprenditore, mio padre, il figlio, che sarei io, due tecnici capaci e dipendenti formati all’interno. Oggi, io ho un socio e 20 dipendenti, di cui 14 sono ingegneri, gli altri tecnici.

Avete rivoluzionato l’attività?
Più o meno facciamo lo stesso lavoro, ma a un grado di evoluzione tecnologica superiore. Quando diciamo che nei prodotti c’è molto più immateriale diciamo questo: che servono lavoratori con un grado di preparazione e conoscenza tecnica superiore. Il livello di preparazione che serve in un’azienda oggi non è confrontabile con quello di dieci anni fa, salvo per i ruoli bassi, che da anni sono integralmente coperti dalla manodopera straniera. 

Lei chiede un nuovo patto sociale fra vecchi e giovani.
Solo così l’aumento dell’età pensionabile comincerà a essere visto non come una mazzata ma come un investimento, come una diversa articolazione del proprio percorso lavorativo. Sennò non ne usciamo. Come fa a funzionare una società a cui non dai un afflato sul futuro?

lorenzo.dilena@linkiesta.it