It’s the economy, cari Obama e Zapatero

It's the economy, cari Obama e Zapatero

“Scurdammece o’ passato” e quei leader della sinistra mondiale che restavano a lungo sulla scena mondiale, come Mitterrand o Willy Brandt, o la cui fama resisteva alla loro morte, come i due fratelli Kennedy (ma il terzo, Ted, ha dominato la politica americana per decenni). La longevità politica non era solo il connotato dei burosauri del comunismo internazionale. Anche la socialdemocrazia europea, e i democrats americani, coltivavano i propri miti attraverso stagioni politiche lunghe e complesse. A resistere sulla prima scena della politica sono rimasti solo i leader della sinistra italiana post-comunista, tragicamente eterni e poco amati. Gli altri invece sembrano stelle di improvviso fulgore e di rapide cadute. Leader che hanno infiammato i cuori per pochi mesi e poi si sono spenti come piccole candeline.

È il caso di Zapatero e di Obama. “Bambi”, come lo chiamò il numero 2 del Psoe, Alfonso Guerra, arrivò al potere in Spagna quasi per caso, dopo che il suo predecessore Aznar aveva sbagliato a indicare nell’Eta il colpevole del terribile attentato del 2004. Faccia pulita, abiti da ceto medio, il capo del socialismo iberico ereditava il testimone che a lungo aveva portato con arroganza e fantasia quel Felipe Gonzales che aveva spinto la Spagna nella modernità. Pochi scommettevano su di lui. Quando venne a parlare a un convegno romano della dalemiana fondazione “Italianieuropei”, prima della vittoria elettorale, sembrò un personaggio di scarso avvenire. La sua ascesa coincideva con l’appannamento di leadership naufragate. Sia quella di Gerhard Schroeder in Germania, protagonista vittorioso di epici scontri con il liberal poi diventato estremista, Oscar Lafontaine, e poi finito a fare il consulente di Vladimir Putin, sia quella di Tony Blair il rifondatore del Labour britannico, che, come Alberto Sordi, era stato “fregato dalla guerra”, quella in Iraq per intenderci.

Anche la scalata di Obama aveva conosciuto un picco improvviso che aveva scagliato nel firmamento della politica un personaggio senza esperienza al posto della matura Hillary Clinton, erede controversa di un marito-presidente che, scandali sessuali a parte, molti indicano come uno delle maggiori personalità della politica americana del secondo dopoguerra.

Zapatero impresse subito un cambio di marcia alla socialdemocrazia europea. Dopo i leader liberisti che avevano messo in soffitta la centralità del Welfare, la Spagna che stupiva il mondo per il suo successo economico, sceglieva un’altra strada. Lui la spiegò così: «La sinistra storicamente sorge e concentra tutto il suo progetto sui temi economico-sociali e nel come costruire un’alternativa a ciò che abbiamo conosciuto come capitalismo. Ma si disinteressava completamente del come organizzare politicamente la società, del come scrivere da sinistra il racconto della democrazia». Nasceva così questa nuova stagione del socialismo europeo fondata sui diritti della persona.

Sembrava il trionfo del Pannella iberico, con le armi puntate sulle vecchie idee e i vecchi costumi, in nome del trionfo dell’individuo. Zapatero trovò sulla sua strada due papi ma la Spagna secolarizzata sembrava resistere alla reazione scomposta della sua tradizione confessionale. Purtroppo “ciò che abbiamo conosciuto come capitalismo” faceva sentire la sua pesante eredità e la Spagna che con Suarez, il mitico baluardo contro il golpista colonnello Tejero, e con Gonzales aveva stupito il mondo per la sua economia priva di lacci e lacciuoli, si avviava invece tristemente verso il fallimento. Il leader che voleva “organizzare politicamente la società” si era dimenticato dei fondamentali dell’economia rivelandosi del tutto inadatto a fronteggiare una crisi paurosa. Con un ultimo sussulto di dignità, “Bambi” ha lasciato lo scettro del comando e, con un gesto sconosciuto ai suoi omologhi italiani, ha annunciato, prima della sconfitta, il ritiro.

A Obama può andare anche peggio e ritrovarsi nella non invidiabile posizione dei presidenti da un mandato solo. Tipo Ford e pochi altri. La sua biografia è piena di fatica e di contrasto della sfortuna. Il direttore del New Yorker, David Remnik, l’ha romanzata in un bel racconto lungo in cui è ricostruita la lunga preparazione e la rapida ascesa dell’uomo che ha portato per primo gli afro-americani sulla vetta del mondo. Anche Obama sembrava il frutto tardivo della grande stagione dei diritti, quelli inclusivi ereditati da Martin Luther King, persino con quel richiamo ad una società più giusta che fu rappresentata da un presidente, Lindon Johnson, la cui “Great Society”, non ha avuto grandi cantori per la cattiva fama dell’inquilino della Casa Bianca sospettato a lungo, come si può leggere in questi giorni nell’intervista postuma di Jacqueline Onassis, di aver congiurato contro il primo dei Kennedy e soprattutto identificato con l’escalation nella guerra vietnamita.

Obama, che voleva passare alla storia come il primo presidente che era riuscito a portare il welfare il più vicino possibile ai suoi cittadini, con una riforma sanitaria tentata e fallita anche da Bill Clinton, rischia invece di esser ricordato come il leader che ha portato alla fine dell’impero Usa. L’economia virtuale sta uccidendo i suoi sogni di carta distruggendo il sogno dei neri americani e della stessa sinistra mondiale. Noi che abbiamo alle spalle decenni di frequentazione del comunismo mondiale, poi abbandonato prima che Eltsin ammainasse la bandiera rossa sul Kremlino, potremmo dire, mordendoci la lingua, che è il trionfo postumo di Mao tze tung che definì gli Stati uniti una tigre di carta, non immaginando, il satrapo orientale, che quei bigliettoni verdi che perdevano potere avrebbero dannato l’esistenza dei suoi comunisti-liberisti che oggi fanno il bello e il cattivo tempo a Pechino.

L’eclisse di Zapatero e il triste epilogo di Obama lasciano così la sinistra mondiale priva di leadership ma soprattutto priva di sogni. Il capitalismo agonizzante, e pronto a una nuova reinvenzione di se stesso, l’ha trovata impreparata e priva di strumenti per comprendere il passaggio storico. Quello che più colpisce in questa epoca è l’assenza di personalità che riuscivano nel passato a contrassegnare un’epoca. Se appena volgiamo lo sguardo verso qualche decennio fa troviamo in Occidente o nel cosiddetto Terzo Mondo un pullulare di figure carismatiche capaci di guidare il mondo e di scavalcare catastrofi e guerre mondiali. Invece oggi, nel momento in cui la crisi dell’economia mondiale lascia immaginare scenari paurosi ma anche affascinanti per il prossimo futuro, i leader mondiali appaiono figurette prive di spessore. In questo l’Italia è arrivata prima.