La Cgil e lo stanco rito dello sciopero generale

La Cgil e lo stanco rito dello sciopero generale

Quattro mesi senza sciopero generale per la Cgil posson bastare. E così, dal 6 maggio si va al 6 settembre. Susanna Camusso concede il bis. Chiama i lavoratori in piazza contro una manovra “depressiva” e “socialmente iniqua”. Alzi la mano chi non se l’aspettava. Una sorta di riflesso condizionato. Con la singolarità di uno sciopero proclamato contro una manovra che è ancora provvisoria, e che peraltro al momento non tocca praticamente le pensioni. Ma anche con una motivazione solida. Nel testo compare infatti la possibilità che gli accordi aziendali possano regolare le condizioni di lavoro in deroga al contratto nazionale. Di fatto, mette in discussione l’esistenza di un sindacato. Si può essere d’accordo o meno, ma per un sindacato è certamente un buon motivo per protestare. Forse, anzi probabilmente, lo sciopero generale è un’arma ormai obsoleta, se ancora può essere definita un’arma. Figlia di un tempo che non c’è più. È ormai un rito cui non sembra credere più nessuno. Ma chiedere alla Cgil di comprendere il tempo che stiamo vivendo è senza dubbio troppo. Senza forse.