La lunga trafila per abortire, due medici su tre sono obiettori

La lunga trafila per abortire, due medici su tre sono obiettori

In Italia sempre meno donne ricorrono all’aborto. Nel 2010 il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) è diminuito del 2,7 per cento rispetto all’anno precedente. Si è passati da 118.579 a 115.372 casi. A rendere note le cifre è la Relazione sull’applicazione della legge 194 che il ministro della Salute Ferruccio Fazio ha presentato pochi giorni fa in Parlamento. Uno studio che ha suscitato qualche polemica, soprattutto per il ritardo con cui è stato pubblicato. «Anche quest’anno – ha denunciato stamattina la senatrice Radicale Donatella Poretti – il ministero è riuscito nel capolavoro di presentare una relazione al Parlamento appena le Camere sono state chiuse per la pausa estiva».

«Siamo in un Paese a bassa natalità, ma anche a basso ricorso all’Ivg», chiarisce il Rapporto. Non sfugge che il decremento delle interruzioni volontarie di gravidanza (parliamo di quelle legali, ovviamente, il mare magnum degli aborti illegali non è stato esplorato) si accompagna a un generale calo delle nascite. Nel periodo preso in esame del ministero di Fazio – stando alle cifre dell’Istat – il numero di bambini venuti alla luce è sceso da 568.857 a 561.944 unità. Un aspetto che non basta, tuttavia, a spiegare il calo degli aborti. In trent’anni il fenomeno si è ridotto di oltre il 50 per cento. Nel 1982 i casi di interruzione di gravidanza erano 17,2 ogni mille donne in età feconda. L’anno scorso lo stesso dato è sceso a 8,2 su mille. Il 52,3 per cento in meno. Stupisce il confronto con l’estero. Il tasso di abortività registrato in Italia è uno dei più bassi tra i paesi industrializzati. In Gran Bretagna, solo per fare un esempio, le donne che ogni anno decidono di interrompere la gravidanza sono oltre 200mila.

Secondo il Rapporto del ministero della Salute circa metà delle Ivg interessa donne con un’occupazione lavorativa (le interruzioni di gravidanza che riguardano donne disoccupate o in cerca di prima occupazione sono solo il 13 per cento). Poca o nessuna differenza per quanto riguarda lo stato civile. Le donne nubili sono il 50,8 per cento. Lo studio conferma un aumento della presenza straniera sul totale delle Ivg. Dieci anni fa un aborto di dieci interessava una cittadina non italiana. Oggi è uno su tre. La metà di questi (poco meno di 20mila casi) sono di donne provenienti da Paesi dell’Europa dell’Est.

Nella pubblicazione del ministero mancano i dati sulla Ru486, relativi alla procedura abortiva farmacologica. Le prime cifre ufficiali saranno disponibili nel 2012. Ma i dati “ufficiosi” parlano di un fenomeno in crescita esponenziale. Il presidente dei Radicali Silvio Viale, responsabile del servizio di IVG del Sant’Anna di Torino, chiarisce: «Nel primo trimestre del 2011 le pillole acquistate dagli ospedali italiani hanno già raggiunto il numero di quelle del 2010. Oltre 4.500. Gli aborti con la Ru486 sono il 5 per cento a livello nazionale e il 10 per cento in Piemonte, nonostante un diffuso boicottaggio politico e le difficoltà organizzative».

In leggera riduzione il tempo di attesa tra il rilascio della certificazione e l’intervento di interruzione di gravidanza. Nel 59,5 per cento dei casi l’Ivg avviene entro 14 giorni dal rilascio del documento. Tempi, comunque, ancora insoddisfacenti. «Dalla relazione – spiega ancora Viale – emerge in modo chiaro come i tempi di attesa continuano ad essere troppo lunghi. La situazione più scandalosa è quella del Veneto con il 60 per cento delle donne che deve aspettare più di due settimane, il 35 per cento oltre tre e il 12 per cento più di un mese dalla certificazione prima di avere la IVG».

Sollevano critiche, infine, i dati relativi al numero dei medici obiettori di coscienza. Dal 2005 al 2009 sono passati dal 58,7 al 70,7 per cento. Percentuali che crescono nelle regioni meridionali. In Basilicata i ginecologi obiettori sono l’85,2 per cento del totale. Quasi l’84 per cento in Campania. «Un fenomeno – spiega la senatrice Poretti – che sta diventando un problema organizzativo per Asl e direttori di ospedali». Dura la reazione dei sindacati. Per i responsabili della Fp Cgil «i dati sull’obiezione di coscienza destano preoccupazione. Numeri allarmanti che rischiano di penalizzare le donne, i medici e il personale sanitario che, non dichiarandosi obiettori, vedono ricadere solo su di loro il lavoro per le interruzioni di gravidanza».  

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