Lasciar cadere l’Italia significa dire addio all’Ue

Lasciar cadere l’Italia significa dire addio all’Ue

Su Die Zeit potete trovare la versione in tedesco.

Come nel 1992. Il clima in Italia ricorda quello di vent’anni fa, fra George Soros, Mani Pulite e la fine della Prima Repubblica. Ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, hanno spiegato agli Italiani che «la crisi esiste», anche se è colpa «degli speculatori internazionali». Tuttavia, i problemi italiani sono strutturali: crescita anemica, elevato debito pubblico, costi della politica troppo alti, immobilismo politico. L’impressione è che, come nel 1992, sia arrivato il momento per un cambio di passo. In questo Italian bordello, come lo ha definito l’Economist, c’è una sola certezza: Berlusconi è sul viale del tramonto. E si spera che non trascini con sé l’Italia.

Al termine di una settimana durissima per Piazza Affari, Berlusconi ha deciso di introdurre «riforme strutturali». Sono quattro le misure che, secondo il Governo, saranno la soluzione al contagio che sta vivendo l’Italia: l’anticipo al 2013 (invece che al 2014) del pareggio di bilancio previsto dalla manovra finanziaria, l’introduzione del vincolo di equilibrio di bilancio nella Costituzione, la riforma del mercato del lavoro, liberalizzazioni. In realtà, si tratta di vecchie idee del governo di centrodestra guidato dal tycoon dei media, mai attuate.

Le mosse previste da Berlusconi e Tremonti non serviranno a placare il nervosismo degli investitori nei confronti dell’Italia. L’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 sembra improbabile, specie guardando i fondamentali economici. Il Pil è cresciuto nel secondo trimestre dello 0,3% su base congiunturale e dello 0,8% su base tendenziale. Troppo poco per un Paese che è sempre più immobile. Inoltre, è dal 2001 che Berlusconi parla di modifiche al mercato del lavoro e di liberalizzazioni. Dopo dieci anni, se questa è la ricetta per arginare il contagio ellenico, prepariamoci al peggio.

Il debito pubblico italiano è pari a 1.900 miliardi di euro, il 120% del Pil. Secondo i dati di Morgan Stanley, il 56% del debito è in mano a investitori italiani. Questo è un sintomo di sicurezza. Per ora non si sono verificate fughe di capitali dai titoli di Stato italiani, a parte la grossa riduzione dell’esposizione da parte di Deutsche Bank. Nonostante questo, Berlusconi e Tremonti continuano a dare la colpa delle tensioni sui bond italiani (spread con i Bund oltre 400 basis point) alla speculazione internazionale. La realtà è che nessun investitore vuole in portafoglio qualcosa di incerto. E oggi, politicamente ed economicamente, l’Italia è incerta.

In questo Italian bordello, l’Europa ha diverse colpe. L’assoluta inconsistenza delle misure anti-crisi varate nel Consiglio europeo del 21 luglio scorso si sta manifestando. Non è ancora chiaro in che modo il fondo European financial stability facility (Efsf) sarà potenziato, né quando. Non si conosce neppure le reali modalità d’azione del successore del Efsf, lo European stability mechanism (Esm), che sarà introdotto nel 2013.

L’impressione è che l’Europa stia navigando giorno per giorno, senza prospettive o obiettivi di lungo termine. Da un lato abbiamo Parlamento e Commissione, dove i politici non hanno ancora compreso la gravità di questa crisi sistemica. Dall’altro abbiamo la Banca centrale europea, che sta continuando ad agire come un prestatore di ultima istanza, cercando di spegnere i vari focolai di crisi. In mezzo abbiamo l’eurozona: 17 Stati, 17 governi, 17 voci diverse.

Non c’è solo un problema di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia o Spagna. Le criticità sono sistemiche. Questo significa che devono essere fatti sacrifici da tutti, nessuno escluso. Una soluzione sostenibile potrebbe essere l’anticipazione e il potenziamento del patto Euro Plus. Tuttavia, il caso greco di mistificazione dei conti pubblici non lascia ben sperare. Per questo, sarebbe opportuno introdurre un’authority di vigilanza europea sulla finanza pubblica, da unire a un meccanismo di sanzioni reali in caso di poca virtuosità.

La Germania, insieme alla Francia, hanno preso per mano l’Europa nell’ultimo Consiglio europeo. Il cancelliere tedesco Angela Merkel sa che serviva una risposta coordinata e ha cercato di darla, anche considerando l’esposizione delle banche tedesche alla Grecia (36 miliardi di euro, secondo i dati BIS). È arrivato quindi il secondo bailout ellenico, con il coinvolgimento dei creditori privati. Questo non è bastato a tranquillizzare i mercati e la crisi nell’eurozona è peggiorata. L’impressione è che Berlino dovrebbe prendere per mano l’Europa, dato che quest’ultima sembra aver perso la bussola.

La risposta dell’Europa alla crisi italiana (e spagnola) deve essere veloce e convincente. Roma è too big to bail, ma è anche too big to fail. Non tanto per i fondamentali economici – dopo Lehman Brothers nessuno è too big to fail – quando per via del suo status. L’Italia è la terza economia europea e uno dei Paesi fondatori dell’Ue. Lasciar cadere Roma significa dire addio all’Europa.

fabrizio.goria@linkiesta.it