L’Fmi striglia le banche, l’Europa fa finta di niente

L’Fmi striglia le banche, l’Europa fa finta di niente

È alta tensione fra il Fondo monetario internazionale e l’Europa. Nell’ultima riunione della Federal Reserve tenutasi a Jackson Hole, il numero uno del Fmi, Christine Lagarde, ha evidenziato che la situazione delle banche europee è in peggioramento e urgono misure repentine per evitare un ulteriore ondata di crisi. «Occorre una ricapitalizzazione obbligatoria», ha detto la Lagarde. Oggi gli ha risposto la Commissione europea, per bocca del portavoce Amadeu Altafaj-Tardio. Dure le parole utilizzate: «Non è necessaria una ricapitalizzazione delle banche europee oltre a quanto è già stato concordato in seguito agli stress test».

La signora Lagarde ha sempre avuto un atteggiamento diplomatico nella dialettica istituzionale. Nella sua carriera politica, il cui punto più alto rimane la carica al vertice del ministero delle Finanze transalpine, non aveva mai usato parole di fuoco come quelle pronunciate a Jackson Hole. Un attacco senza precedenti al cuore di un’Europa in crisi d’identità e con diverse criticità sistemiche ancora irrisolte. Tre i punti su cui il numero uno dell’istituzione di Washington ha voluto insistere. Il primo sono i debiti sovrani, che «devono essere riportati ad un livello sostenibile». Il secondo è la credibilità europea, che deve tornare a essere elevata a livello internazionale. Per fare ciò, la Lagarde ha raccomandato ai politici comunitari di parlare con una sola voce, con maggiore unità, al fine di evitare un guazzabuglio di dichiarazioni. In sostanza, niente più «equivoci e incertezze sulla direzione da prendere». Infine, il punto più importante. Per la Lagarde occorre «un’urgente ricapitalizzazione delle banche». Queste «devono essere forti abbastanza per reggere ai rischi legati ai debiti sovrani e a una crescita debole». Proprio quest’ultima sembra essere, per la francese, «la chiave per tagliare la catena del contagio».

Le parole della Lagarde non sono casuali, né estemporanee. Nell’ultimo mese c’è stato un costante deterioramento della situazione bancaria europea, scaturita dall’incertezza e dall’instabilità che sta vivendo l’eurozona. Le prime ad essere colpite sono stati gli istituti di credito italiani per via della loro forte esposizione ai titoli di Stato italiani. Sono poi seguite le banche francesi, Société Générale su tutte, per via dei timori di una imminente ricapitalizzazione, subito smentita dai dirigenti dell’istituto parigino. Le raccomandazioni alla calma dei banchieri non sono bastate per evitare un rallentamento dello stress sul mercato interbancario, congelato per via della mancanza di fiducia.

Oggi è stata la Commissione europea a smentire il Fmi. «L’argomento è stato già affrontato tra Ue e Fmi e il Fondo è ben consapevole dei risultati e di quanto deciso dopo lo stress-test», ha sottolineato Altafaj-Tardio. Eppure, qualcosa non torna. L’ultimo giro di test sulla solidità patrimoniale delle banche europee, organizzato dalla European banking authority (Eba), ha evidenziato come solo otto banche (cinque iberiche, due greche e una austriaca) su 91 hanno necessità di rafforzare il proprio capitale. A tal proposito Altafaj-Tardio ha spiegato che «tutte le banche che ne avevano bisogno hanno intrapreso un processo di consolidamento che si deve realizzare attraverso i normali meccanismi di mercato, cioè senza gravare sui conti pubblici dei singoli Paesi». È evidente che il Fondo monetario ci crede poco, anche alla luce dell’impasse sul potenziamento del fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf). Non è un caso infatti che la Lagarde abbia raccomandato, per l’iniezione di capitali freschi, l’uso dei fondi privati, prima di quelli pubblici.

Rimane una domanda senza risposta. Le banche europee sono ben capitalizzate o no? L’impressione è che le difficoltà siano evidenti e in aumento. I money market fund statunitensi hanno ridotto del tutto (o quasi) la loro esposizione sugli istituti di credito italiani e francesi. La colpa è da ricercarsi nella crescente incertezza in merito alla crisi greca e ai costi che dovranno sopportare le banche coinvolte nella ristrutturazione del debito ellenico. Oltre a ciò, ci sono i singoli casi, come quello di Banca Popolare di Milano, una delle società più bersagliate dalle vendite negli ultimi mesi. L’aumento di capitale da 1,2 miliardi di euro è stato approvato la scorsa settimana ed è forse stato il primo di una lunga serie per il sistema italiano. Da tempo si parla nelle sale trading di una ricapitalizzazione per UniCredit, valutata dai bene informati fra 6 e 7 miliardi di euro, da completare entro la fine dell’anno. Il tutto nonostante lo scongelamento delle quote libiche. In Francia non va meglio, dove SocGen è data in sofferenza, insieme a BNP Paribas e Crédit Agricole, proprio in seguito allo swap di titoli governativi ellenici.

Il sentore è che il numero uno del Fmi sia a conoscenza della situazione bancaria europea più dei governanti Ue. Quello che nel 2009 è stato nominato dal Financial Times «il miglior ministro delle Finanze dell’eurozona» ha lanciato l’allarme. C’è da sperare che qualcuno se ne accorga e corra ai ripari.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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