«L’Italia è ancora un buon affare» cosa direi fossi Silvio

«L'Italia è ancora un buon affare» cosa direi fossi Silvio

Fossi il “ghost writer” del Cavaliere gli sottoporrei questo discorso per questo pomeriggio. Il “ghost writer” è di parte, ma non può essere troppo di parte. Dunque deve dire delle cose che abbiano un senso. La prima parte del discorso è molto tecnica e si articola in tre punti. Mostrare come l’Italia sia ancora un buon affare (punto primo). Mostrare come non tutto è perduto, e che i mercati non sono il giudizio divino (punto due). Mostrare come, nel caso delle banche, si abbia più un meccanismo di amplificazione della caduta dei prezzi delle loro azioni che un giudizio di vero merito sui loro conti (punto tre). Fatta questa premessa, passerei alla retorica: la forza di questo paese, le riforme da fare, ecc. Attaccherei poi l’opposizione dicendo che si mette cinicamente in coda ai meccanismi di amplificazione della caduta dei prezzi pur di mettermi in difficoltà. In Italia il complotto “giudo-pluto-masso” ha pur sempre un suo retroterra. Ringrazierei, infine, il presidente Napolitano.

Punto primo. Punto primo. 1) Se uno vende, un altro compra; ossia uno crede che il prezzo sia alto rispetto al valore, l’altro che sia basso rispetto al valore. Il debito italiano è venduto, ma anche comprato. Lo stesso vale per quello tedesco, che è comprato, ma anche venduto. 2) Vi sono poi i livelli: se il Btp decennale rende il 6,5% e il Bund decennale il 2,5%, allora si hanno questi conti. Supponendo che l’inflazione nei prossimi dieci anni sia pari all’obiettivo della banca centrale europea, che è del 2%, allora il Btp ha un rendimento reale, ossia senza inflazione, del 4,5% (6,5% – 2%) e il Bund dello 0,5% (2,5% – 2%). 3) Perciò, chi vende i Btp per comprare Bund rinuncia a un rendimento reale nove volte superiore (4,5%/0,5%), per “avere sicurezza”. Chi compra i Btp e vende i Bund fa un ragionamento opposto, ritiene che il premio per “avere sicurezza” sia sufficiente.

Secondo punto. 1) Se prevale un rendimento elevato sui mercati (precisamente sui mercati secondari, dove vengono scambiate le obbligazioni emesse), questo non ha effetto sul costo del debito e quindi sul bilancio dello stato (precisamente, fin tanto che alle aste il nuovo debito e il debito rinnovato non sono collocati con un rendimento maggiore). 2) Solo se il maggior rendimento dal mercato secondario si trasmette su quello primario, iniziano i problemi. Se il rendimento è troppo alto, le manovre di correzione diventano molto difficili da attuare, e di conseguenza il rendimento alto, come copertura dal rischio di insolvenza, è giustificato. È la famosa «profezia che si autoinvera».

Terzo punto. Il bilancio delle banche italiane – sul versante dell’attivo – è composto dai crediti verso i clienti e dai titoli di stato. Se i crediti verso i clienti crescono poco, perchè l’economia è moscia, le banche italiane guadagnano poco. Se i prezzi dei titoli di stato cadono, può ridursi, dipende dei metodi contabili, l’attivo. Dunque le banche italiane possono guadagnare poco dalle attività caratteristiche, mentre possono registrare una perdita sui titoli di stato. La perdita riduce il patrimonio. Potrebbero perciò trovarsi a dover varare degli aumenti del capitale. Se questi si possono fare solo con dei prezzi bassi delle nuove azioni, ecco che gli azionisti che le controllano debbono “cacciar fuori molti più soldi”. Potrebbero non gradire, oppure non potere. Le banche sono perciò potenzialmente più deboli, ossia meno patrimonializzate. Buttar giù il prezzo delle azioni delle banche, mentre cadono i prezzi dei titoli di stato, indebolisce il sistema bancario. Un’altra «profezia che si autoinvera».

*Direttore della Lettera economica del Centro Einaudi

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