L’Italia scala la top ten dei Paesi a rischio fallimento

L'Italia scala la top ten dei Paesi a rischio fallimento

L’Italia entra nella top ten dei Paesi con il più elevato rischio di fallimento. Questa speciale classifica, stilata da Cma Vision, società specializzata nell’analisi in Credit default swap (Cds), in base al prezzo dei Cds, vede al primo posto la Grecia, seguita da Venezuela e Pakistan. Il nostro Paese si trova da oggi in nona posizione, appena sotto la Spagna e poco sopra l’Ungheria, ultima delle dieci nazioni a più alto rischio di default nell’arco di cinque anni. La percentuale data all’Italia vede l’insolvenza al 25,98% entro il prossimo lustro. Ma a preoccupare di più è l’ammontare del valore dei Cds attivi sull’Italia: 311 miliardi di dollari di nozionale lordo (cioè la somma delle controparti, seller e buyer), 25,5 miliardi di nozionale netto (solo buyer), per un totale di quasi 9.500 contratti. Sono quindi sempre più gli investitori che stanno cercando di coprirsi dal rischio Italia. E oggi le cose non vanno meglio. Roma ha scalato la classifica, passando al settimo posto, con una percentuale di possibile default salita al 26,78 per cento. 

La Grecia rimane lo Stato il cui indice di fallimento è più elevato. Secondo i dati di Cma Vision l’insolvenza di Atene è quasi certa, dato che le probabilità che avvenga un evento creditizio da qui al 2016 è al 75,33 per cento. Certo, secondo le agenzie di rating il Pireo è già caduto, ma fino a che l’Isda (International swaps and derivatives association) non confermerà che è stato raggiunto il punto (trigger) tale da scatenare un evento creditizio tale da impattare sui Cds, non sarà davvero un default.

Ora che l’Italia sia, insieme alla Spagna, l’osservato speciale dei mercati finanziari non deve stupire. Anche perché sul nostro debito, circa 1.900 miliardi di euro (o il 120% del Pil), pesa un oceano di Cds a copertura. Il vertice del Consiglio europeo del 21 luglio doveva arginare il contagio ellenico a Roma e Madrid, ma così non è stato. Stando ai dati della Depository trust & clearing corporation (Dtcc) l’incremento della vendita di Cds per fare hedging, quindi coprirsi, sul debito italiano è stato il maggiore a livello globale. Nel complesso sono stati aperti 598 contratti, per un valore di 8,395 miliardi di dollari, e chiusi 269 contratti, ovvero 2,599 miliardi. In altre parole, l’incremento del valore lordo dei derivati di credito sul debito italiano è stato pari a 5,796 miliardi di dollari, cioè 329 contratti. Al secondo posto della classifica di Dtcc si trova la Francia, con un aumento delle posizioni suoi Cds per 4,919 miliardi, o 245 contratti. Sul gradino più basso del podio troviamo Madrid, con 293 contratti Cds aperti nella settimana successiva al Consiglio europeo, cioè 4,324 miliardi di dollari. Per la serie, se Bruxelles voleva ridare fiducia ai mercati, anche senza guardare i corsi azionari, si può capire che non ci è riuscita.

C’è tuttavia un altro aspetto che può intimorire i mercati. L’Italia è la nazione con il più alto valore di Cds attivi sul suo conto, 311,409 miliardi di dollari di nozionale lordo, 25,645 miliardi di nozionale netto, per complessivi 9.445 contratti. Anche un anno fa eravamo sempre i più bersagliati, ma i livelli erano molto più contenuti rispetto a oggi: 234,137 miliardi di dollari di nozionale lordo, 23,083 miliardi di nozionale netto, tutti assimilati in 6.438 contratti. Il vero incremento è avvenuto, tuttavia, oltre un mese fa. Al primo luglio i valori avevano iniziato a crescere, facendo segnare Cds per un nozionale lordo di 286,682 miliardi di dollari e un netto di 24,078 miliardi, spalmati su 7.985 contratti. E meglio non era andata nella settimana precedente al Consiglio europeo. Dopo la scelta di Deutsche Bank di ridurre la propria esposizione sul debito pubblico italiano dell’88% attraverso l’acquisto di Cds a copertura, in tanti altri operatori potrebbero essere andati nella stessa direzione della maggiore banca tedesca.

Nel mercato dei Cds c’è una certezza. L’Italia, complice il suo ampio debito, è un grave problema per le istituzioni finanziarie. Data la grande presenza di titoli di Stato italiani nei portafogli delle banche di mezzo mondo, è lapalissiano che queste, non appena vedono un incremento del rischio-Paese, decidano di limitare la propria esposizione proprio tramite uno strumento di protezione come i Cds. Nonostante siano osteggiati dai Governi, l’alternativa per un istituto di credito esposto sarebbe vendere direttamente i titoli di Stato sul mercato secondario. E questa sarebbe una scelta molto più drastica e dolorosa per un Paese.  

fabrizio.goria@linkiesta.it