Mi consentoL’operaio simbolo della Thyssen si schiera contro lo sciopero Cgil

L’operaio simbolo della Thyssen si schiera contro lo sciopero Cgil

Che alcuni parlamentari del Pd, per ora un’esigua minoranza, elaborino e stendano un documento per criticare la scelta della segretaria Cgil Susanna Camusso di indire lo sciopero generale contro la manovra, è già una notizia. Anche se, ovviamente, rientra in quella che dovrebbe essere una naturale dialettica all’interno di un partito. Ma che a firmarla sia anche il volto simbolo della classe operaia, che oggi siede a Montecitorio, beh questo sì che desta scalpore.

E già, perché tra i firmatari del documento contro l’opportunità di scioperare c’è anche Antonio Boccuzzi, che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre era di turno alla linea 5 dell’acciaieria Thyssen di Torino. La fuoriuscita di olio bollente provocò un rogo. In sette morirono. Lui fu l’unico sopravvissuto. Walter Veltroni lo candidò, e adesso è deputato del Pd.

Insomma, che succede, sono le conseguenze della bella vita parlamentare?
«No, assolutamente. Innanzitutto voglio dire che io, ovviamente, sono sempre stato al fianco dei lavoratori quando ho riconosciuto le ragioni e la tempistica dello sciopero».

E stavolta invece?
«Stavolta, secondo me, è sbagliata la tempistica. Non si proclama uno sciopero generale prima ancora che cominci il percorso parlamentare per modificare la manovra. Il 5 ci sarà la discussione generale, ma di fatto i lavori saranno avviati proprio il 6, giorno dello sciopero».

Solo inopportunità sui tempi?
«Beh, nel merito sono d’accordo. E mica solo io. In realtà lo siamo tutti. Questo è il punto. Non si era mai visto uno spettacolo del genere. Non ce n’è uno, nemmeno nella maggioranza, che difenda la manovra. Insomma, proprio adesso che il clima è più che propizio per portare a casa modifiche sostanziali uno sciopero generale sembra fuori luogo»

Forse lo sciopero, nelle intenzioni della Camusso, serve a dare più peso alle critiche alla manovra.
«Mah, non credo. Le critiche sono note. Del resto, nei giorni precedenti ci sono stati incontri con le parti sociali, sia da parte del governo che delle opposizioni. In quelle sedi sono state ovviamente raccolti i suggerimenti e le istanze. Non c’era bisogno di questo passaggio in piazza».

Non ora, non qui, insomma.
«Sì. Stiamo assistendo a uno spettacolo mai visto in questa legislatura. Nella stessa maggioranza ci sono molti mal di pancia. C’è un’evoluzione del dibattito interno che sarebbe un delitto non sfruttare. Ovviamente la Cgil ha tutto il diritto e la libertà, ci mancherebbe, di indire lo sciopero generale, ma non vorrei che finisse col compattare la maggioranza e rendere più problematico il raggiungimento del nostro obiettivo, che è quello di modificare la manovra. È ovvio che anch’io sono contro la soppressione delle festività, l’attacco all’articolo 18 e ai lavoratori del pubblico impiego. Sono critiche sacrosante e inderogabili. Ma è proprio per questo che abbiamo preparato una serie di proposte alternative».

Qualcuno potrebbe dirle che si è imborghesito.
«Non direi proprio. Guardi, pur essendo stato in passato iscritto all’Uil, ho criticamente aspramente l’accordo sottoscritto da Uil e Cisl alla Fiat. Lì venne confuso il diritto al lavoro con il diritto al lavoro a tutti i costi. Mi schierai decisamente al fianco della Cgil. Non vorrei che questa mia posizione adesso fosse confusa con una posizione anti-sindacale. Ci mancherebbe. Ne faccio, ne facciamo, solo una questione di opportunità sui tempi. Poi, che cosa vuole che le dica, che preferivo stare alla catena di montaggio? La notte ho ancora gli incubi».

E se la manovra dovesse essere approvata così com’è, lei in piazza ci scenderebbe?
«So bene che così non servirebbe a niente. Gli scioperi postumi servono a nulla, o a poco. Ma forse si poteva seguire prima l’andamento dei lavori parlamentari».

Perdoni quel che può sembrare una digressione, ma lei come mai era nella Uil?
«Mah perché allora era il sindacato che mi concedeva più margini di manovra. Insomma potevo prendere decisioni senza particolari problemi di linea politica».

Dalla fabbrica alla casta. Che effetto le ha fatto? Che cosa le dicono gli amici?
«Mah, nessuno mi ha tolto il saluto. Se è questo che intende. Certo, c’è un profonda insofferenza nel Paese. Contro i partiti, i sindacati, la stessa Chiesa, basta farsi un giro sui social network. In tanti mi chiedono se è vero che a Montecitorio siano effettivamente così insensibili».

E lei che cosa risponde?
«Non amo generalizzare, in Parlamento c’è tanta gente che lavora. Ovviamente non alla catena di montaggio. Certo, un segnale noi parlamentari potevamo darlo. Magari subito, da questa legislatura, abolendo i vitalizi. E magari anche riducendo il numero dei parlamentari. È naturale che chi è costretto a lavorare quarant’anni per garantirsi una pensione non possa sopportare che invece ai parlamenrari di anni ne bastano cinque. È inammissibile».

L’hanno chiamata i suoi amici per questa posizione contro lo sciopero?
«A dire la verità finora mi hanno chiamato solo i giornalisti».