Ma la nuova borghesia non crede alla riscossa

Ma la nuova borghesia non crede alla riscossa

Roma è sotto assedio. Alle sue porte non ci sono i barbari, ben visibili e riconoscibili. C’è un nemico più subdolo, cioè la mancanza di fiducia. Fra mercati finanziari e Roma si è giunti al punto di ebollizione, quello dopo il quale c’è solo una soluzione, lo shock. Come nel 1992, l’Italia si trova in una fase di transizione, vicina al punto di rottura. Da una parte, l’ipotesi di ripartire e la voglia di una nuova classe dirigente. Dall’altra, lo spettro di essere noi i prossimi sulla lista dei salvati dall’Europa. Con costi che sono ben diversi da quelli della Grecia. Dopo il ‘92, dalla ruota del “rinnovamento” e dal crollo della Prima Repubblica, uscirono Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, entrambi arrivati oggi sul viale del tramonto. Per molti, che al “miracolismo di Berlusconi” (copyright di Giulio Tremonti) non avevano mai creduto, il professore di diritto tributario ha rappresentato negli ultimi un’ancora di serietà. Tra critiche e lodi, Tremonti, si era conquistato il monopolio del rigore nella parabola decadente dell’ultimo berlusconismo. Anche in una certa borghesia produttiva e finanziaria che, per il premier e la sua stagione politica, non aveva mai avuto particolari simpatie.

Ma oggi è tutto diverso: e Tremonti non è più un’alternativa. In chi è stato tremontiano per rifiuto del berlusconismo, insomma, non sembra velleitario insistere sul tasto di un tecnico al potere: uno come Mario Monti. «Inutile nascondersi dietro al fatto che siamo in emergenza: anzi, proprio perchè c’è l’emergenza serve qualcuno che sia davvero in grado di gestirla». Tra i tanti osservatori che abbiamo interpellato in questi giorni, più d’uno ci tiene a dire chiaramente che «non si tratta di questioni giudiziarie. Il punto non sono nè Ruby, nè Mills, nè Cir e nemmeno la casa di Milanese». Come a prendere le distanze da chi nè fa sempre una “questione morale”, magari a senso unico. No, il punto è un altro: questo paese non cresce e la colpa è di una classe politica che ha promesso senza mantenerle meno tasse, un fisco amico delle imprese e della parti più produttive del paese, più efficienza nella pubblica amministrazione, e così via.

L’ultima goccia è quella caduta ieri dalle pagine del Financial Times. Nel 2008, nella consueta classifica annuale dei ministri finanziari europei, il quotidiano londinese aveva collocato Tremonti al sedicesimo posto. Troppo poco tempo aveva avuto a disposizione per risollevare le sorti italiane. Troppo veloce era stata l’influenza della crisi Lehman Brothers a livello globale. Dopo un anno, il quotidiano della City registra una performance notevole da parte di Tremonti. Il professore di Sondrio trapiantato a Pavia passa al quinto posto. «Ha saputo dar lustro ai conti pubblici italiani, è il tenutario del terzo debito pubblico del mondo, è la chiave di volta dell’Italia», scriveva il Ft. E tutti a tessere le lodi del tributarista diventato il più potente ministro dell’Economia dell’ultimo ventennio. In Italia si sprecano pagine d’inchiostro per lodare il suo rigore fiscale, la vera ragione per cui l’Italia ha risentito meno di altri della crisi post Lehman Brothers. Berlusconi teme il suo potere, in crescente ascesa, ma non può fare altro che assecondarlo in ogni mossa. A Palazzo Chigi si sa che chi comanda i cordoni della borsa, comanda tutto il resto. Poi, lentamente, qualcosa inizia a vacillare.

Nella classifica 2010 del Financial Times Tremonti finisce relegato alla quattordicesima posizione. Colpa della sua figura «troppo abrasiva» per la maggioranza politica di un Paese che lentamente sta vivendo il suo declino. La querelle greca è già scoppiata e Tremonti rimarca per l’ennesima volta che «l’Italia non sarà contagiata dalla crisi». Nel frattempo, invoca un sempre maggiore rigore economico nelle gestione della spesa pubblica e sopravvive a quello che definisce un «assalto alla diligenza», ovvero le richieste degli altri ministri sul budget del proprio dicastero. Tutto bene, fino a quando al centro dell’attenzione degli operatori non entriamo noi. E nella fase più dura, scoppia il caso legato a Marco Milanese, braccio destro del tributarista di Sondrio. Lui inizialmente cerca di difendere il suo consulente, salvo poi defilarsi, fino alla lettera di risposta al Corriere e al necrologio di ieri, firmato Financial Times: “Nessuno è indispensabile, neanche Tremonti”.

Nei palazzi della finanza e dell’industria milanese Tremonti ha perso credibilità, per sempre. In tanti sono gli esponenti della classe dirigente che sentono l’esigenza di prendere le distanze da quello che era universalmente riconosciuto come un dotto professore, forse un po’ troppo arrogante, ma comunque di altissimo profilo. Ora qualcosa è cambiato. Perfino nelle aule delle università, Bocconi e Pavia su tutte, si guarda con sospetto a ogni azione del ministro e tutti quelli che fino a ieri si definivano tremontiani, oggi immediatamente non lo sono più. È il segno dei tempi.

“Quando leggiamo sui grandi giornali che l’Italia è come la Germania per i dati dell’export – annotano alcuni attori importanti della nostra economia – viene un da sorridere amaramente”. Già, perchè ci si dimentica sempre di guardare altri dati: quelli della bilancia commerciale, ad esempio, che vedono la Germania in positivo per quasi 200 miliardi di dollari, mentre l’Italia è in negativo per 50. «Non parliamo poi dei tassi di crescita del prodotto interno lordo» annotano voci importanti dell’economia reale, «che ci vedono sempre lontanissimi dalla Germania».

Non cambia il discorso se guardiamo alla Roma che conta. Nei salotti buoni della capitale Tremonti, fanno notare alcuni osservatori, era invitato solo per via della sua forza negoziale nei confronti di Berlusconi. Ora che questa è venuta a mancare, si scherza sulle frequentazioni dei collaboratori del professore di Sondrio e si invoca una purga per colui il quale ha sempre agito da grande inquisitore, fra lotta all’evasione fiscale e rigore nella vita pubblica. I dettagli che emergeranno dalle indagini legate al caso di Milanese non fanno tremare le terrazze di Roma, fanno infuriare le persone che avevano riposto la loro fiducia in Tremonti. Sono in tanti, anche tra quanti ci hanno sempre tenuto a prendere distanze chiare da Berlusconi e che in lui avevano voluto vedere un’ancora di salvezza, un rifugio di serietà.

L’errore del ministro più potente è stato duplice. Da un lato, la sua risposta al Corriere della Sera è stata letta come l’esempio della supponenza di un uomo ormai finito, senza via di scampo. Troppo leziosa, troppo lacunosa, troppo arrogante. Dall’altro, come si parla sull’asse Roma-Milano, lo sbaglio più grande del professore di Sondrio è stato quello di attorniarsi di collaboratori discutibili nei comportamenti e, ancora di più, nei gusti ancora. In tanti sono sicuri che, dopo lo scandalo Milanese, emergeranno altri particolari sui diversi consiglieri dell’inquilino di via XX settembre. Del resto, una volta aperto il vaso di Pandora, non c’è nulla che si possa fare per richiuderlo. 

Una cosa è certa. Tremonti ha perso il credito della classe dirigente che lo appoggiava. Tastare gli umori di chi apertamente condivideva le idee e la politica economica del ministro è qualcosa che lascia spiazzati. Facce scure, parole sommesse, poca voglia di condividere un pensiero, tanto desiderio di dimenticare e andare avanti: ecco quali sono i sentimenti prevalenti. In tanti scherzano sulla battuta che Tremonti fece parlando del pacchetto di austerity, fortemente spinto da Berlino, quella del Titanic. È il segno di una fase che è ormai finita. E dire che lo stesso ministro aveva specificato la sua ricetta per ripartire. «Oggi in Europa c’è l’appuntamento con il destino: la salvezza non arriva dalla finanza ma dalla politica. Ma la politica non può fare errori», disse il 14 luglio scorso. Già, la politica, la stessa che, per amor dell’Italia ancor prima che proprio, dovrebbe garantire un’alternativa che tanti reclamano a gran voce, ma che ancora non si vede.

A rileggerle oggi, a due mesi dal primo scossone dei mercati, quello di Moody’s dello scorso 17 giugno, le parole di Tremonti fanno sorridere. «È come sul Titanic: non si salvano neanche i passeggeri in prima classe», affermò nelle ore più concitate della discussione sul programma di correzione di bilancio. Già, nemmeno i ministri possono stare al sicuro. Ma quale può essere la soluzione per un Paese che, dopo essere rocambolescamente entrato nell’euro, si ritrova strozzato dagli stessi problemi di vent’anni fa?

In molti, nemmeno troppo sommessamente, continuano a parlare di Mario Monti come prossima guida dell’Italia nel mare delle riforme. Anche la borghesia italiana, finanziaria o produttiva che sia, è spaccata: un pezzo ancora crede (ma come?) a un ultimo scatto del blocco berlusconiano; un altro, invece, è convinto che è ora di farsi da parte davvero.

Tuttavia, è difficile che Berlusconi lasci di sua spontanea volontà. Del resto, la maggioranza al suo governo non manca. Quello che manca è la credibilità, ma a quello ci ha fatto il callo. Tanti, fra Roma e Milano, ritengono che l’ultimo colpo di coda del Cavaliere potrebbe proprio essere lasciar che la folla sbrani Tremonti, come sta già facendo, per salvarsi la pelle e restare in sella fino al 2013. Una strategia positiva per lui, negativa per l’Italia. Oppure che tamponi in qualche modo le fratture interne e la scarsa considerazione esterna in qualche modo, rinviando scelte strutturali che non ha la forza politica di attuare. E non è di questo che il nostro Paese ha bisogno.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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