Ma stavolta sull’economia Bernanke aspetta Obama

Ma stavolta sull'economia Bernanke aspetta Obama

Questa volta Ben Bernanke scende dall’elicottero e decide di non iniettare nuova adrenalina in un sistema economico statunitense addormentato, ma non del tutto in catalessi. Helicopter Ben, il nomignolo appiccicato dai critici al numero uno della Federal Reserve, la banca centrale statunitense, in riferimento a una frase che pronunciò prima di diventare il presidente dell’istituto centrale più importante al mondo: «Non esiterei a mettere mano agli elicotteri per inondare le strade di denaro». Il riferimento era alla ricetta del suo maestro Milton Friedman per combattere la deflazione, e dopo tre anni di “alleggerimento quantitativo” e 2.300 miliardi di dollari pompati nell’economia Usa, stavolta Bernanke aspetterà Obama.

Il prossimo 5 settembre, infatti, il presidente Usa annuncerà, con un discorso al Congresso, il suo piano per creare nuova occupazione, esattamente il giorno dopo la festività del Labour Day. Evidente, nelle parole di Bernanke, il riferimento al tasso di disoccupazione degli States, di poco sopra il 9 per cento. Un tema che, sul breve termine, la Fed non ha strumenti per affrontare. «La nostra economia sta soffrendo di un elevato tasso di disoccupazione sul lungo periodo, con più della metà dei disoccupati fuori dal mercato del lavoro da più di sei mesi […] la maggior parte delle politiche economiche di supporto a una crescita duratura sono al di fuori del raggio d’azione di una banca centrale».

Toni che riecheggiano quelli del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, quando, nell’annunciare l’innalzamento dei tassi, affermava che non tocca all’istituto di Francoforte adottare le misure per tranquillizzare i mercati. Bernanke, forse irritato dalla brutta uscita del Governatore del Texas, Rick Perry, che l’ha definito “traditore”, ha inoltre puntato il dito contro l’impasse sull’innalzamento del tetto al debito Usa, sostenendo che: «Eventi simili in futuro potrebbero seriamente compromettere la disponibilità degli investitori di tutto il mondo a mantenere attività finanziarie americane o effettuare investimenti diretti a creare posti di lavoro in imprese statunitensi». E ancora: «Le negoziazioni effettuate durante l’estate hanno sconvolto i mercati finanziari».

Soltanto dopo il piano per il lavoro, dunque, potrebbero arrivare nuove misure. Anche perché, come ha sottolineato stamattina Paul Donovan, capo economista di Ubs, è al Fomc che spettano le decisioni, ed è stato il Fomc, peraltro con l’opposizione di tre membri su 12, a decidere per i tassi zero fino a 2013 inoltrato. «Abbiamo una gamma di strumenti per sostenere la crescita», ha detto Bernanke, che verranno valutati più approfonditamente a settembre, «tenendo conto degli sviluppi economici e finanziari». Come l’inflazione, che «ci aspettiamo scenda sotto il 2% nei prossimi trimestri». Anche questo è un indicatore per capire le future mosse della Fed.

Il discorso, molto più politico che tecnico, non è piaciuto ai mercati: il Dow Jones ha ceduto l’1,63%, il Nasdaq l’1,12% e lo S&P 500 l’1,61%, mentre Piazza Affari affondava a -3,15 per cento. Il rally di un anno fa, quando l’apertura su nuove misure a sostegno dell’economia portò alla seconda fase di quantitative easing, non si è dunque concretizzato. Anzi, sebbene i fondamentali siano solidi, e la visione della Fed sul lungo termine sia più ottimistica rispetto a un anno fa, Bernanke ha posto l’attenzione sui nuovi campanelli d’allarme, come l’invecchiamento della popolazione.

Ieri, il Nobel all’Economia Paul Krugman, editorialista del New York Times, aveva pubblicato sul suo blog un paper risalente al 2000, in cui Bernanke, che allora insegnava a Princeton, criticava la riluttanza della Banca centrale giapponese ad acquistare obbligazioni statali a lungo termine per stimolare la ripresa economica. Una lettura che torna utile oggi, proprio quando i riferimenti all’impatto degli anziani sulla forza lavoro, unita ai tassi zero, annullano la distanza storica tra Tokyo e Washington.

Uno spettro, quello della stagnazione, che preoccupa quella che lo stesso Bernanke ha definito «ancora la più grande economia mondiale», dopo che, nelle ultime tre settimane, le più importanti banche d’affari, da Morgan Stanley a Goldman Sachs, da Citigroup a JP Morgan, hanno rivisto al ribasso le stime sul Pil 2011 degli Usa, che nel secondo trimestre, dato di oggi, si è assestato a +1%, moderatamente al di sotto delle aspettative, che lo davano a +1,3 per cento. Appuntamento al 20 settembre.

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