Obama fa vivere agli Usa la paura di un’altra Lehman

Obama fa vivere agli Usa la paura di un'altra Lehman

Wall Street rivede lo spettro di Lehman Brothers. A quattro anni dallo scoppio della crisi finanziaria, torna il panico sulle piazze finanziarie statunitensi. Dopo una giornata particolarmente nervosa anche per i problemi dell’eurodebito, l’indice Dow Jones ha chiuso in contrazione del 5,55%, lo Standard & Poor’s 500 in calo del 6,66% e il Nasdaq del 6,90 per cento. Crolli che non si ricordavano da ormai tre anni. A nulla è servito il discorso del presidente americano Barack Obama, che alle 19:40 italiane si è rivolto agli Usa nel tentativo di arginare la crisi di sfiducia degli investitori. L’obiettivo è stata mancato e per l’America si prospetta una settimana che potrebbe ricordare da vicino quella vissuta a partire dal 15 settembre 2008, data del crack Lehman Brothers.

Le parole di Obama dovevano ripristinare la fiducia negli americani, ma così non è stato. In particolare, sono state cruciali le parole utilizzate dal presidente americano, che ha citato implicitamente il finanziere Warren Buffett, numero uno di Berkshire Hathaway. «Io sono convinto che, nonostante il giudizio di Standard & Poor’s, gli Stati Uniti sono una nazione da AAA», ha detto Obama rivolgendosi agli americani. Il responso di quest’ultimi è stato tranchant. Un’ondata di vendite ha colpito tutti i listini statunitensi, che hanno peggiorato la loro performance. A testimonianza dell’avversione al rischio nei confronti dell’America, l’oro ha ritoccato i massimi, allineandosi con il prezzo del platino. Inoltre, l’indice di volatilità del mercato, il Vix, ha toccato un aumento del 50%, sfiorando i 48 punti, un livello mai toccato dal 2009.

In particolare sofferenza è stata Bank of America. Complice una citazione in giudizio per 10 miliardi di dollari intentata da AIG (American International Group) in merito da diversi mutui subprime, l’istituto di credito di Charlotte ha iniziato a subire le vendite degli investitori, arrivando a perdere oltre il 20% del proprio valore a Wall Street. Direttamente proporzionale al crollo del valore sul Dow Jones è stata la performance di BofA nel mercato dei Credit default swap (Cds), i derivati che immunizzano contro il fallimento di un asset. Secondo i dati di Markit, i Cds su Bank of America hanno avuto in incremento di 105 punti base, attestandosi a 310 punti. Troppo per evitare una sequela di vendite. Fortemente in ribasso anche Citigroup (-16,42%), Morgan Stanley (14,49%), J.P. Morgan (-9,41%), Wells Fargo (-9,04%), American Express (-8,83%) Goldman Sachs (-6,01%).

A peggiorare la situazione ci ha pensato Standard & Poor’s. L’agenzia di rating newyorkese, dopo aver tagliato il giudizio sugli Usa, ha declassato anche Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie governative che controllano la maggior parte del settore dei mutui statunitensi. Il timore di S&P è che, dopo il downgrade, possa scatenarsi una serie di insolvenze dei mutuatari, simile a quelle vissute fra il giugno 2007 e il gennaio 2009.

L’impressione dominante è che sia arrivata al capolinea l’Amministrazione Obama. Il crollo odierno di Wall Street, immediatamente dopo le parole del presidente statunitense, è un segno dell’intolleranza degli investitori nei confronti di Obama. La sua principale colpa è stata quella di far perdere la credibilità internazionale agli Stati Uniti, attraverso il debt ceiling. Le trattative sull’innalzamento del tetto del debito federale, protrattesi per oltre due mesi, hanno visto perdente il presidente americano. Infatti, dopo l’accordo sul debt ceiling, Obama disse apertamente che l’accordo siglato «non era quello sperato». Ma a preoccupare era di più il timore della perdita della tripla A in seguito allo stallo sul tetto del debito. Detto, fatto.

Quello che sarà dopo il downgrade degli Usa lo stiamo sperimentando in queste ore. Un mondo con l’America senza tripla A, fino a quattro anni fa, non era immaginabile. Ma non era nemmeno ipotizzabile la bancarotta della quarta investment bank di Wall Street, Lehman Brothers. Ora che l’universo economico deve fare i conti con un’America meno sicura di quanto previsto. La Cina, forte dei 1.158 miliardi di dollari investiti in Treasury, ha fatto la voce grossa dopo il declassamento del rating sovrano di Washington. Pechino sa perfettamente quali sono i rischi prossimi venturi, ma almeno può contare su riserve bancarie di notevole rilevanza e su una diversificazione degli investimenti in valuta estera. Diverso è il discorso per il Brasile. Il presidente Dilma Rousseff ha oggi commentato aspramente la scelta di S&P: «Non consideriamo meno sicuri gli Usa e non comprendiamo la decisione del downgrade». Parole vanificate dal crollo del Bovespa (-8,08%), la Borsa brasiliana, colpita dalle vendite per via della forte esposizione al mercato statunitense. Il mondo è cambiato, Washington non è più il luogo più sicuro al mondo dove investire i propri risparmi. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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