Per i mercati siamo già in recessione

Per i mercati siamo già in recessione

La recessione è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove stia nessun lo sa. Per capire la giornata borsistica odierna è necessario scomodare il poeta seicentesco Pietro Metastasio e le sue celeberrime “arie”. Per dirla in termini economici: i mercati stanno già scontando uno scenario recessivo che, tecnicamente – ovvero quando per due trimestri di fila il Pil è negativo – non si è ancora palesato. Oggi come ieri, Piazza Affari è ancora la peggiore borsa comunitaria, chiudendo a -2,46%, pesanti anche Francoforte (-2,19%), Parigi (-1,92%) e Londra (-1,01%).

Pochi istanti dopo l’apertura contrastata di Wall Street (Dow Jones -0,89%, Nasdaq +0,22%, S&P -0,24%) le borse europee avevano tentato di limitare i ribassi, fino a mezz’ora dalla chiusura, quando il Ftse Mib quotava con perdite al di sotto del punto percentuale. Non è bastato. Nuovamente investita da forti vendite la galassia Fiat, con i titoli della casa automobilistica e della divisione Industrial rispettivamente a meno 4,30% e 6,40 per cento. Tra le peggiori performance si registrano anche Tod’s (-6,36%) e le due principali banche italiane, cioè UniCredit (-5,81%) e Intesa Sanpaolo (-5,35%). «Siamo vicini ai minimi di marzo 2009, quando le banche sembravano sull’orlo del collasso, è vero che il Roe è sceso molto rispetto ai bei tempi, ma nonostante ciò stanno continuando a produrre utili, seppure marginali. Non stanno cioè bruciando cassa», spiega a Linkiesta Patrizio Pazzaglia, gestore azionario di Banca Insigner de Beaufort. «Per quanto riguarda Fiat», osserva, «la perdita della leadership in Brasile e i timori della recessione in Usa hanno influito sulle vendite, ma Marchionne ci ha abituato a dei recuperi, e come per le banche italiane riteniamo che sia possibile un processo di accumulo da parte degli investitori, seppure abituandosi a un livello di rischio molto diverso rispetto al passato, quando gli investimenti in Cina e India daranno i loro frutti». 

Notizie non buone anche sul fronte del reddito fisso, con i titoli di Stato decennali che hanno nuovamente allargato il differenziale di rendimento sui bund tedeschi, considerati i più sicuri dell’Eurozona, a quota 291,44 punti base, rispetto all’apertura ordierna a 287 punti base. Aumenta anche il valore dei Cds, derivati che proteggono dal rischio di fallimento di un’emittente, sul debito italiano a scadenza quinquennale, a 360 punti base (dati Markit).
A pesare sui ribassi del Dax, oltre all’onda lunga del Pil tedesco del secondo trimestre e al raffreddamento dell’economia americana che potrebbe influire sull’export di Berlino, sono stati i dati sui prezzi alla produzione, che hanno segnato un aumento congiunturale dello 0,7% a luglio scorso, rispetto ai 30 giorni precedenti, e tendenziale del 5,8% sul luglio 2010, superiori alle attese degli operatori (rispettivamente +0,1% mese su mese e +5,3% anno su anno). Insomma, al di là delle vendite di ieri sui titoli alla scadenza dei contratti di opzione, il trend discendente del listino, meno “teutonico” degli anni precedenti, sembra legato più alla brutta performance di titoli orientati alle esportazioni con un notevole peso in termini di capitalizzazione, come Volkswagen, rispetto a motivazioni tecniche dell’ultim’ora. 

Dopo il report di ieri di Morgan Stanley (oltre a quello di Deutsche Bank sul rallentamento della Cina), oggi è andata in scena una sorta di gara tra le banche d’affari a chi diffondeva per primo le avvisaglie della recessione negli Usa, rivedendo al ribasso le proprie stime sul Pil di Usa, Europa ed Asia. Per JP Morgan, l’economia statunitense crescerà dell’1% nel nel quarto trimestre dell’anno, rispetto al 2,5% della precedente rilevazione, e dello 0,5 da gennaio a marzo 2012, rispetto all’1,5 per cento, mentre Citigroup abbassa a 1,6% rispetto all’1,7% le previsioni sul Pil americano nel 2011 – interessante notare, tra le spiegazioni, la «paralisi politica» in Usa e Ue – e dal 2,7 al 2,1% quelle sul 2012. Barclays ha invece puntato la sua attenzione sull’Eurozona, tagliando l’incremento del Pil comunitario nel 2012 dall’1,6 all’1,1 per cento.

A proposito di economia europea, anche oggi Bruxelles non è stata avara di dichiarazioni contraddittorie. Stamani, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, Jurgen Stark, membro del comitato esecutivo della Bce, aveva rifiutato l’idea degli eurobond. All’ora di pranzo, invece, è arrivata l’apertura di Olli Rehn, eurocommissario agli Affari economici e monetari, che ha affermato come la Commissione Ue sia pronta a delineare un quadro legislativo per introdurli, dopo il processo di consolidamento fiscale comunitario. Infine, in concomitanza con la chiusura dei mercati, Angela Merkel ha confermato la sua posizione espressa al vertice di Parigi, bollandoli come una «risposta sbagliata» alla crisi del debito sovrano. Infine, nuovamente Stark, secondo cui: «Gli interventi della Bce nell’acquisto di bond sul mercato secondario servono a prendere tempo». 

Qualche analista ha ironizzato sul fatto che la palma alla migliore performance sia andata alla borsa di Riga, per via di volumi di contrattazioni praticamente pari a zero. Da notare anche il record negativo della Piazza di Atene che ritorna indietro al 1995, proprio nel giorno in cui, secondo alcune voci, il Paese avrebbe nuovamente contestato i dati Eurostat relativi al suo deficit, negando che potrebbe arrivare all’8,5% entro il 2011. Una storia, purtroppo, già sentita.