Salvate il giovane Celli dall’ego di suo padre

Salvate il giovane Celli dall'ego di suo padre

Insomma, hanno massacrato il povero Mattia Celli per quel cognome impegnativo. Ma come dice Stefano Casertano, che ne può il giovanotto, che ci può fare, se è nato Celli e Celli resterà? Giorni fa, tra le montagne di San Candido, ho incontrato Gaetano Gifuni, per una vita veneratissimo plenipotenziario quirinalizio e oggi pensionato. D’acchito non ho pensato a tutti quei presidenti della Repubblica che aveva servito e a tutto il potere che gli era passato per le mani. No. Stranamente mi è venuto alla mente suo figlio Fabrizio, l’attore. La questione Celli padre-figlio non era ancora spuntata nelle cronache dei giornali, ma in fondo la storia era un po’ sempre la stessa: un padre autorevole e famoso, in grado di alzare il telefono e rimuovere ostacoli, diciamo così, di varia natura.

La mia personalissima conclusione, sulla Gifuni-family, è che il padre sia riuscito nell’impresa di “liberare” il figlio Fabrizio dall’insostenibile fardello di sentirsi un raccomandato. E come ha fatto? Evitando di parlarne, anche in presenza di inevitabili (e forse anche opportune) voci maliziose. Fabrizio ovviamente ci ha messo del suo, facendo molto bene il mestiere dell’attore. Pier Luigi Celli ha gestito diversamente – ha parlato del figlio, dei figli più in generale – e adesso paga (giustamente) pegno.

Racconterò un piccolo episodio su Pier Luigi Celli accaduto qualche tempo fa a Roma, una mattina presto, in un bar di Piazza in Lucina. Il direttore della Luiss era in compagnia di un importante banchiere e il sottoscritto, assorto nella lettura dei giornali, suo involontario vicino di tavolo. Anche volendolo, impossibile non ascoltarne i discorsi.

I due parlavano del merito con parole certamente illuminate e, per sottolineare la distanza siderale tra la società civile e la politica rispetto al merito, proprio Celli fece l’esempio di quei giovani sui trent’anni che si erano accasati nel Pd, con varie cariche da funzionarietti, regolarmente assunti con tanto di stipendio. Uno scandalo. Mi sembrava davvero un esempio impeccabile e mi sarei felicitato con il dottor Celli alzandomi rispettosamente per porgergli i miei complimenti, se non mi fosse venuto alla memoria il meccanismo con cui il medesimo era stato invitato a dirigere la Rai: per chiamata nominale da parte di Massimo D’Alema, lo rivelò lui stesso.

Mi alzai ugualmente dalla mia sedia, e in luogo dei complimenti gli ricordai questa spiacevole commistione tra professione e politica. Lui si imbarazzò, ma fu comunque estremamente gentile.

Il merito è dunque una nebulosa, almeno da noi in Italia. E se poi ci si mette un padre famoso, il figlio è parzialmente spacciato. Un padre famoso ha il dovere del silenzio, lo deve fare soprattutto per amore di un figlio e poi per convenienza. Dovrebbe ricordare che ogni sua parola potrà comunque essere usata contro il ragazzo, che maledirà in eterno quella voce dal sen fuggita. Quando Mattia, nell’intervista che ha dato a Linkiesta, ha parlato di artificio retorico, riferendosi a quell’articolo in cui il padre lo invitava caldamente a lasciare l’Italia ingrata, non ha probabilmente considerato l’irrefrenabile esigenza di Pier Luigi Celli di apparire sempre e comunque diverso e più avanti dagli altri, persino calligrafico, in quella autocertificazione estetica che spesso ne rende indigeribili le proposte. Parlando di suo figlio e del merito, in realtà non voleva parlare a tutti i figli. Di pedagogico c’era davvero poco, piuttosto si stagliava luminoso quel tanto di ego(t)ismo che a distanza di tempo è riuscito a rovinare anche uno stage da 700 euro alla Ferrari.