Silvio non è Giuliano Amato ma la sua manovra costa di più

Silvio non è Giuliano Amato ma la sua manovra costa di più

La differenza – quando si devono affrontare delle crisi gravi – fra l’Italia e la Gran Bretagna è nel sistema politico. Quello inglese – se emerge una maggioranza solida – può reagire molto meglio. Un sistema di «dittatura eletta», come quello inglese, può infatti prendere delle decisioni come nessun altro. Di fatto monocamerale, con un sistema elettorale che premia in maniera secca il vincitore. In Italia, invece, anche per evitare il ripersi dell’esperienza fra le due guerre, il sistema politico spezzetta le decisioni nella massima misura possibile. Perefettamente bicamerale, con un presidente del consiglio, che è un coordinatore e non è un primo ministro.

Dunque se è vero che un paese durante una crisi economica è governato meglio se le decisioni sono prese velocemente, allora l’Italia è penalizzata. La finanza si muove velocemente – è come uno zodiac con due motori potenti. La politica si muove lentamente – è come una petroliera che deve virare decine di chilometri prima del porto. E la ragione è che la prima non è eletta e le decisioni sono prese da poche persone, mentre la seconda è eletta e deve cercare il consenso.

Ma esistono i “colpi di reni” della politica.

Si potrebbe ricordare il governo Amato I, quello della «madre di tutte le manovre», che ci salvò dopo la svalutazione della lira del 1992. Si aveva allora una crisi finanziaria grave con quasi tutti i parlamentari che sapevano – a causa di Mani Pulite – che non sarebbero stati rieletti. Dunque, un governo del leader di fatto, e con un parlamento debole di fatto. Dunque ancora, un esecutivo forte, e un legislativo debole. E – per qualche mese – fummo britannici.

La manovra da 90 mila miliardi di lire fu varata. La manovra tagliava molto le spese “tendenziali” e poco quelle “vive”. Il taglio di una spesa tendenziale si volge in questo modo: proiettando una spesa deliberata si ha che in futuro la spesa odierna di 100, sarà di 120. Il suo taglio consiste nel non farla crescere e dunque nel tenerla pari a 100 anche nel futuro. Una spesa viva è l’opposto: una spesa deliberata di 100 diventa subito o in poco tempo di 80. Dunque venti anni fa non erano molti quelli che vedevano tagliato il valore assoluto del proprio reddito – una spesa pubblica è, infatti, reddito diretto o indiretto dei cittadini che ne usufruiscono. Vedeva tagliato il valore che un giorno il suo reddito avrebbe avuto. Il taglio delle spese tendenziali – non essendo visibile qui e ora – ha un costo politico inferiore a quello delle spese vive.

Oggi abbiamo la manovra del Berlusconi III. Tralasciamo la discussione politica che il Cavaliere non ha mantenuto quel che aveva promesso, e che non ha, oltrettuto, agito per tempo, ma per costrizione – peraltro proprio come fece il governo Amato I. Essendo la costrizione la crisi finanziaria che si sarebbe potuta avere in caso di inazione.

La manovra da 45 miliardi di euro (pari a 90 mila miliardi di lire), o forse qualcosa di più, di Berlusconi III resta inferiore in valore assoluto alla manovra di Amato I. Infatti, i 90 mila miliardi degli anni novanta, contando l’inflazione, sono molto più di 45 miliardi di euro di oggi. Dunque è una manovra meno drammatica in termini assoluti. È, invece, più drammatica come costo politico. Infatti, si hanno più tagli delle spese vive e innalzamento delle entrate che tagli delle spese tendenziali. Siamo diventati britannici per la seconda volta?

Perchè mai il Cavaliere – così italiano – è diventato britannico? Ognuno dia la propria risposta: 1) pensa che comunque perderà le elezioni, e allora tanto vale uscire di scena con decoro; 2) fa la scommessa “folle” di ripresentarsi alle elezioni fra due anni, come colui che – dopo non aver agito per lungo tempo – ha poi agito “salvando la patria”?; 3) un altro modo di interpretare il punto 2) è quella di pensare che il Cavaliere sia diventato il “governo tecnico” di se stesso.

*Direttore della Lettera economica del Centro Einaudi.
 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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