Wall Street in profondo rosso aspetta Obama

Wall Street in profondo rosso aspetta Obama

L’effetto del downgrade del rating Usa colpisce Wall Street. Gli indici Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq hanno aperto in forte rosso, registrando il peggiore ribasso dal 2008, quando crollò la quarta banca d’affari statunitense, Lehman Brothers. Questo è il «Nuovo mondo» per gli Usa, come è stato definito da Mohamed El-Erian, numero uno di Pimco, il più grande fondo obbligazionario mondiale. Intanto, cresce l’incertezza degli investitori, anche sull’onda delle tensioni intorno alla crisi dell’eurodebito. 

Il timore nel pre-apertura era quello di un effetto analogo a quello post bancarotta del crac Lehman. Il declassamento del debito americano, considerato il più affidabile a livello globale, non è stato ben digerito da Wall Street. Dopo una pre-apertura molto pesante, con Bank of America in caduta libera a -8%, gli indici hanno aperto in rosso, seppure moderato. Jim Cramer, noto analista e commentatore del canale finanziario Cnbc, rimarcava che «l’effetto downgrade era già stato assorbito». Peccato che siano bastati pochi scambi per peggiorare la tendenza. Uno in particolare il driver che ha fatto virare gli indici verso un ribasso ben più sostenuto di quello dell’apertura.

Un’ora dopo l’apertura delle contrattazioni, Wall Street riceve infatti una notizia che, sebbene fosse ipotizzabile, ha avuto un effetto devastante. Standard & Poor’s ha tagliato il rating di Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie governative che controllano il 55% dei mutui statunitensi. Negli Usa si scatena il panico e partono gli ordini di vendita. I tre indici principali – Dow Jones, S&P 500, Nasdaq – crollano immediatamente e il Vix, l’indice della volatilità, sale ai massimi dal 2010, sintomo dell’incertezza degli investitori.

Gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare per la prima volta un downgrade. Nonostante il finanziere Warren Buffett, numero uno di Berkshire Hathaway e maggiore azionista di S&P, abbia ribadito che «continuerà a comprare titoli di Stato americani», qualcosa è cambiato. Gli Stati Uniti, complice l’impasse sull’innalzamento del debt ceiling, hanno mostrato tutta la loro fragilità. Il presidente Barack Obama e lo speaker della Camera John Boehner hanno dovuto trattare per oltre due mesi al fine di evitare un default tecnico che avrebbe paralizzato l’America.

Lo spauracchio peggiore, tuttavia, non era stato fugato. Il rischio downgrade era ancora presente e S&P lo ha materializzato sul finale della scorsa settimana. L’America ora si ritrova a navigare nel mare dell’incertezza degli investitori, paralizzati dall’avversione al rischio e dall’immobilismo di Washington. «Non modifichiamo nessuno dei nostri target sugli Stati Uniti», ha detto Goldman Sachs in una nota. Stessa opinione per Morgan Stanley e J.P. Morgan. Nel frattempo però stanno aumentando le indiscrezioni di un nuovo quantitative easing, quindi di una  nuova iniezione di liquidità, da parte della Federal Reserve. L’allentamento quantitativo, la terza edizione dall’inizio della crisi finanziaria, dovrebbe giovare all’economia americana. Sono ancora elevati infatti i timori sui fondamentali, quali la disoccupazione.

Solo nei prossimi mesi si potrà verificare quale sarà il “Nuovo mondo” per gli Usa. Secondo El-Erian (Pimco) non è da escludere che possa arrivare un nuovo downgrade. «L’America non è più sicura come una volta, dobbiamo abituarci a questa condizione», ha detto oggi in una nota. Simile la visione di S&P: «Potrebbe arrivare un altro declassamento, se il piano di consolidamento fiscale varato dall’amministrazione Obama non sarà rispettato». Del resto, una volta persa la tripla A, il declino degli Stati Uniti può solo continuare.  Anche se un segnale positivo per gli Usa sembra arrivare dalla potenza emergente del Brasile con la presidente Dilma Rousseff che si è detta in disaccordo con la mossa di S&P di tagliare il giudizio sul debito Usa. 

[Ma nel suo discorso, pronunciato a mercati aperti, il presidente Usa Barack Obama si è sbilanciato. Ha dichiarato che «non importa quello che può dire una agenzia, l’America è e sarà sempre una tripla A». Riconosce che occorre una soluzione «per il lungo periodo», altra cosa che, sostiene, non era necessario che venisse ricordata da un’agenzia. Il downgrade, aggiunge, è dovuto a «problemi di carattere politico», anche perché «i mercati sono ancora convinti che l’America sia una tripla A». Lo scetticismo diffuso, spiega, è comprensibile, «considerando le liti sul debito». E, con delicatezza, ricorda che il problema è risolvibile, «con compromessi e buon senso». riferendosi all’ipotesi di aumentare «i tagli alla spesa, ma anche di cambiare il sistema di tassazione, facendo pagare i più ricchi» delle quote più giuste.

Questo avrebbe dovuto rassicurare i mercati, ma la risposta, immediata, è negativa.]

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