Il lunedì, da un po’ di tempo a questa parte, è più cupo del solito.
Mentre si avvicina, porta con sè l’ansia per l’apertura dei mercati. Ogni volta, Piazza Affari e le altre, sono attese a dare i voti, e in qualche modo un prezzo complessivo, al nostro paese. E ormai siamo siamo abbonati ai brutti voti, siamo proprio finiti tra quegli studenti a rischio bocciatura. Negli ultimi sei mesi, la nostra borsa è la peggiore del G7, Giappone post-Fukushima compreso. Non parliamo degli spread, che dicono quanto siamo considerati affidabili come “sistema paese” rispetto ai più affidabili di tutti, che sono naturalmente i tedeschi. Una fisarmanica di su e giù che punta comunque, decisamente, al peggio, per noi, e che ha già toccato più volte quota 400: un numero che a molti operatori di primo livello fa vedere “il baratro”.
È per questo che lunedì è un po’ peggio del solito. Lo è per un paese di persone che risparmiano, investono, che rischiano e lavorano. Il prezzo che danno i mercati ogni giorno, dopo tutto, lo pagano loro: non facendo utili o vedendoli “bruciare” quando li si è reinvestiti; vedendo i propri risparmi che, virtualmente, valgono magari il 30% di quello che erano due anni fa; ricevendo lettere dalle banche che annunciano il rialzo improvviso dei tassi di interesse sui debiti della propria impresa; o non vedendo rinnovato un contratto di lavoro a tempo determinato da 1000 euro al mese. È l’Italia di chi vive e lavora di impresa, che investe in borsa o chiede alla sua banca di farlo per lui. È il paese che nella provincia del Nord vede la spesa pubblica come un contenitore opaco di enormi sprechi. E che non ha mai sentito il fisco come amico. Insomma, è il “paese reale” che tre volte, in questi diciassette anni, ha portato al governo, votandolo, Silvio Berlusconi e i suoi alleati.
Non è solo colpa di Silvio Berlusconi se siamo ridotti così, e questo glielo riconoscono anche i suoi più duri critici, e perfini quelli che lo hanno votato anche entusiasti e ora lo disprezzano. Ma certo le sue responsabilità si vedono tutte, e non c’è make up che tenga, adesso che nel pieno della crisi il governo si è messo addirittura a far melina per un mese sulla manovra finanziaria che ci chiedeva chi ci chiedeva l’Europa mentre ci proteggeva.
E insomma, la scossa di comprensibile preoccupazione, di paura senza troppe speranze, è arrivata fin laggiù, proprio nel paese reale che produce e vive di economia privata, e che di Berlusconi si è fidato molte volte, preferendolo sempre e nonostante tutto. Proprio quell’Italia non fa fatica – sarà reale ma non è stupido, questo paese – a capire che stavolta Silvio la sta facendo grossa, non governando da tempo la nave che gli hanno affidato. E rischiano loro, non lui. E sono loro, proprio loro, a mettere drasticamente in dubbio – se non addirittura ad invocarne un pensionamento rapido e indolore – Silvio Berlusconi in persona. Il suo paese, quello che disse di amare, quello che nel 2006 stava per farlo vincere contro Romani Prodi quando nessuno tranne lui ci credeva, gli sta voltando le spalle.
C’è chi invoca – e sono in tanti – di sterilizzare l’ambiente con un governo tecnico, di transizione, di larghe intese, tecnico-politico. Definizioni diverse accomunate da un’idea precisa: un governo senza di lui, per fare cose certamente importanti. C’è chi vorrebbe le urne presto: perché in democrazia si fa così. Qualunque exit strategy si preferisca passa per la volontà del Parlamento, e anzitutto per la maggioranza composta da Pdl e Lega. Vedremo.
Sicuramente però, fin da subito, sarebbe il caso di occuparsi di quel paese che, non sentendosi più rappresentato da Berlusconi, lo esclude dal proprio futuro politico civico ed elettorale, ma senza avere alcun serio punto di riferimento alternativo. Un paese che a sinistra non voterà mai, perchè quella storia e quegli interessi rappresentati non gli somigliano.
Sia che il governo di Berlusconi duri fino a fine legislatura, sia che si organizzi una qualche transizione, sia che cada di schianto, entro la metà del 2013 si andrà a votare. Venti mesi (al massimo) non sono tanti, ma neanche pochi per sviluppare una riflessione sulla rappresentanza politica di quel sistema di piccole-medie imprese, professioni, borghesia urbana e produttiva che in varie forme e con diverso tasso di entusiasmo ha aderito, in questi anni, al progetto berlusconiano. E anche, potenzialmente, per quel mondo “moderato” che in Berlusconi non si è mai riconosciuto, e auspica solo una destra normale. Per queste ragioni ci confronteremo su Linkiesta con intellettuali, imprenditori e professionisti di ogni generazione, sull’eredità politica di Silvio Berlusconi. Questa borghesia del resto rappresenta lo scheletro su cui si muove il “sistema Italia”: e ha il diritto, ma forse anche il dovere, di iniziare a capire come farsi rappresentare nella prossima Italia. Senza Berlusconi.