Commissione grandi rischi, la “scommessa” (persa) sul terremoto

Commissione grandi rischi, la “scommessa” (persa) sul terremoto

É una scommessa. Come tale può essere persa. Secondo Marco Lombardi, docente di Crisi management alla facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, la Commissione grandi rischi ha gestito in maniera corretta la comunicazione dopo la riunione del 31 marzo 2009, pochi giorni prima della scossa che ha devastato L’Aquila il 6 aprile. In quell’occasione gli scienziati tranquillizzarono la popolazione sull’eventualità di una forte scossa e ora sono a processo per omicidio colposo plurimo per non aver dato una informazione completa e aver rassicurato sull’eventualità di un terremoto. Ma secondo Lombardi, curatore del libro La comunicazione dei grandi rischi, “anche se avessero detto il contrario non avrebbero sbagliato”. Un’analisi del rapporto complicato tra l’analisi di un rischio potenziale e la sua comunicazione: non senza contraddittori vicoli ciechi.

Che opinione si è fatto del processo per omicidio colposo ai componenti della Commissione grandi rischi?
Dal mio punto di vista quella del procuratore è questione di lana caprina, da azzeccagarbugli. Dire “state tranquilli” quando è in corso uno sciame sismico è una affermazione corretta, quando lo sciame sismico rimane tale. Si sta discutendo perché poi lo sciame sismico è diventato terremoto. Credo di poter sostenere con convinzione che un terremoto non è prevedibile. Le uniche previsioni che si possono fare, è opinione condivisa, sono solo su specifiche decennali

Però il pm ha più volte ribadito che non si tratta di mancata previsione di un terremoto.
Gli scenari di rischio sono fatti periodicamente. Esiste una mappa del rischio sismico e su questa base degli obblighi che i sindaci poi devono rispettare sulla prevenzione e la sicurezza. Questo tipo di comunicazione avviene con l’aggiornamento della mappa.

E allora vista la zona, che è tra quelle a più alto rischio sismico, non si poteva agire in maniera diversa?
No, il “warning”, l’allerta, non c’è stato perché non era possibile fare una previsione. Non c’è stata mancanza di informazione perché non c’era la possibilità di prevedere qualcosa di imminente. Non c’era la possibilità di mettere in emergenza il sindaco.

Ma non poter fare una previsione e allo stesso tempo dire: “state tranquilli” non è un controsenso logico? Non posso fare previsioni ma dico che non c’è pericolo.
Non poter prevedere il terremoto non significa non poter prevedere il rischio. Faccio un esempio: il Vesuvio potrebbe esplodere, questo lo sanno tutti. Ma non è possibile prevedere quando. Dire “state tranquilli” non significa che non c’è il rischio sismico.

Ma allora come comunico un rischio alla gente senza generare un allarme, sapendo che non posso prevedere?
Non è facile da spiegare. Nella comunicazione del rischio abbiamo da una parte una situazione di stress, come era a L’Aquila. Diventa un problema enorme perché l’obiettivo è sempre che la popolazione sia consapevole ma non allarmata perché potrebbe scoppiare il panico. Bisogna essere estremamente semplici, parlare “in tuning” con la gente, farsi capire dal destinatario. Il messaggio che devo trasmettere però è complicato, di tipo tecnico, che riguarda i dati delle misurazioni. Se semplifico troppo si perdono delle informazioni.

Ma col senno di poi, era possibile dire o fare qualcosa di meglio?
Col senno di poi è sempre possibile fare qualcosa di meglio, anzi, proprio le situazioni passate sono la base su cui costruire modelli sempre migliori. Altrimenti non servirebbe a nulla. Col senno di allora invece posso dire che quello che è stato fatto è giustificato. Ma poteva essere anche giustificato l’opposto. Se avessero detto “Attenti, potrebbe arrivare la scossa”, li avrebbero potuti processare per procurato allarme. Si ricorda la Garfagnana, nel 1985? Zamberletti (capo di quella che sarebbe poi diventata la Protezione civile odierna) fece evacuare l’intera zona, (100.000 persone ndr) prevedendo un terremoto che non c’è stato. Zamberletti non fu incriminato per procurato allarme ma fu comunque rovinato. E’ una scommessa.

Una scommessa persa però.
Anche con probabilità del 99 per cento un evento è una scommessa, nella misura in cui si valuta anche una percentuale di incertezza. E lì si deve sottolineare quello che non si sa.

Molti testimoni hanno raccontato che sarebbero usciti dalle case se la Commissione grandi rischi non avesse rassicurato tutti. Non era meglio essere più cauti nella strategia di comunicazione e affidarsi al buon senso “tradizionale” di chi convive da sempre col terremoto?
Sì, probabilmente io avrei scelto una strada di questo tipo.

Allora non è vero che non si è sbagliato. Che è satato fatto tutto correttamente.
Il problema è che una popolazione sotto stress non è in grado di prendere una decisione. La Commissione doveva fornire una comunicazione che risolvesse il problema dell’incertezza. Più la comunicazione è precisa, sintetica, gerarchica e più è funzionale. Da loro ci si aspettavano delle indicazioni chiare. Dire “attenetevi a quello che avete sempre fatto” avrebbe salvato capra e cavoli dal punto di vista giudiziario ma allora sarebbe potuto essere disastroso. Spesso dare certezza fa assumere grandi rischi a livello giuridico a chi comunica.

De Bernardinis non è un geologo. Era la persona giusta per comunicare l’esito della riunione?
La Protezione civile è consapevole di come portare avanti la comunicazione. In questo sono d’accordo, in situazioni come queste è necessario esporre personaggi apicali, riconosciuti da tutti come tecnici ed esperti. Il fatto che De Bernardinis non fosse un geologo non significa che non ci sia stata una strategia dietro alle sue parole. Ma non ero presente quindi non ne posso essere certo di come sia stato elaborato il messaggio.

C’è il rischio, come fanno notare diversi media internazionali e gli appelli di tantissimi geologi da tutto il mondo, che questo processo comprometta il rapporto di fiducia tra scienza, istituzioni e popolazione?
Il rapporto tra scienza e popolazione è sempre più complicato. Statistiche alla mano c’è sempre meno fiducia nei risultati potenziali della scienza, oggi, rispetto a 30 anni fa. In questo senso il sogno si è rotto. Una volta si credeva che la scienza avrebbe risolto la fame nel mondo o curato mali incurabili. Ora il sogno si è interrotto. Alle istituzioni il compito di far sì che la scienza abbia la fiducia della gente.

E gli scienziati avranno più paura nel presentare studi e scoperte che riguardano il rischio?
Sarebbe drammatico se un medico non operasse più perché teme che le eventuali complicazioni di un’operazione lo possano portare a cause giudiziarie col paziente o la famiglia. Così i geologi che potrebbero avvertire sul rischio di un terremoto ma se ne stanno zitti. E’ compito delle istituzioni e, in questo caso, del giudice, far sì che questo non accada. Però no, non credo che la scienza stessa sia messa in discussione.
 

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