Così Martinazzoli rispose a Parri deluso dagli italiani

Così Martinazzoli rispose a Parri deluso dagli italiani

Si è spento oggi a Brescia, all’età di 79 anni, Mino Martinazzoli, esponente storico della Democrazia Cristiana e ultimo segretario politico del partito. Gli rendiamo omaggio pubblicando una sua lettera inviata a Parri, databile presumibilmente intorno alla metà degli anni Settanta.

Gentile professore, non so in che misura le espressioni a lei attribuite in un recente articolo apparso su Il Giorno traducano correttamente il suo pensiero. Ma certo, il senso complessivo del discorso appare decifrabile nel segno di un’irrimediabile delusione, di un pessimismo senza spiragli. Ed è proprio a questo proposito che mi permetto di importunarla brevemente.

Non fa meraviglia, certo, la durezza del suo giudizio. Chi, come lei, ha partecipato a una stagione di tanto alte speranze e, di più, queste stesse speranze ha in modo rilevante alimentato e cresciuto, non può certo inclinare, sul paragone dei nostri giorni, a soddisfatte indulgenze. Non mi convince, tuttavia, questa sorta di preclusione, questa scoperta dell’esistenziale incompatibilità tra il nostro popolo ed una seria vocazione democratica.

Essere “deluso degli italiani” è una tentazione doverosa, a patto di vincerla; considerando quale corrotta eredità stia alle spalle della esperienza repubblicana e come ancora tale eredità condizioni e appesantisca questa stessa esperienza.

Certo appare difficile oggi ritrovare, lungo gli itinerari quotidiani, persino la traccia di quello che fu lo “spirito del 45”, il presentimento generoso, lo stile severo di una convivenza civile fondata su una libertà sempre più giusta. In verità, la corteccia delle cose ci mostra una realtà contorta e deludente, irta di vistose contraddizioni, povera di valori, permessiva e insieme prevaricante, inquieta di novità eppure opaca di consapevolezza. Tuttavia, dentro il magma incomposto di questa realtà non recisa, una continuità ideale che non trascolora una volontà di riscatto civile che proprio nella matrice della Resistenza identifica il suo tenace ancoraggio.

Lo so bene, questo non è un discorso politico ed assomiglia di più alla espressione di uno stato d’animo. Ma se anche i più lugubri profeti della cronaca politica tengono a precisare che l’Italia degli anni Settanta non è quella del 1922, questo accade, mi pare, proprio perché qualche cosa di nuovo è maturato nel nostro paese lungo l’arco dell’esperienza democratica e, dunque, il filo rosso della rinascita non si è fatto più esile, non si è spezzato, ma ha rinvenuto, invece, una sua consistenza, una sua durata.

Certamente la Resistenza è stata, come rivoluzione dello spirito, un fatto minoritario e ancora oggi è minoritaria la vocazione ad un costume, ad una moralità civile che sono le condizioni pregiudiziali per l’autenticità di qualsiasi scelta politica. Ma, ripeto, per quanto minoritaria questa coscienza appartiene alla storia dei nostri anni; sta dentro, non sopra la volontà popolare. Questa, almeno, è la convinzione di uno come me che guarda alla situazione da un osservatorio periferico, ma proprio in questa periferia ha non poche occasioni di ritrovare intatte le ragioni e le speranze del 45, insieme con la coerenza delle parole e dei comportamenti.

Di qui l’impulso che ho avvertito di scriverle queste poche righe per invitarla ad un approfondimento o meglio ad un chiarimento più appagante delle proposizioni riferite da Il Giorno. Per quelli come me si tratta di una risposta importante. Appartengo alla generazione dei quarantenni; quella che i sociologi da caccia chiamano la “generazione griglia”. È tuttavia una generazione che conserva ferme e suggestive memorie di avvenimenti che l’hanno lambita e di uomini che l’hanno formata. Lei è uno di questi. E se la sua acerba solitudine non ci sorprende ed anzi ci sembra, anch’essa, esemplare, il suo rifiuto ci appare troppo ingiusto e troppo amaro. Le chiedo scusa della perentoria intrusione e le porgo saluti assai cordiali (non so se è proprio questa la provocazione che lei desiderava).

Cordialmente,
Mino Martinazzoli.

Fonte: Lettera di Mino Martinazzoli a Ferruccio Parri, s.d., depositata presso l’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione di Milano, tratta da: G. Scirè, La democrazia alla prova. Cattolici e laici nell’Italia repubblicana degli anni cinquanta e sessanta, Carocci, Roma 2005, p. 483-4.

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