Ecco perché Napolitano può (e deve) dire basta

Ecco perché Napolitano può (e deve) dire basta

Forse nel mondo si sta tornando a parlare dell’Italia, come facevano i viaggiatori fra il 500 e il 600, come di un «paradiso abitato da diavoli». Se mettiamo assieme le immagini del Belpaese che hanno avuto corso all’estero navighiamo, in solo tre anni, fra la monnezza di Napoli e le boccaccesche avventure del premier. Forse non è vero che Erdogan non vuole incontrare il nostro primo ministro per la sua vita spericolata e che Angela Merkel si prepara a reagire duramente alla pubblicazione della considerazione da bassofondo a lei rivolta e che sarebbe contenuta in un brogliaccio delle intercettazioni baresi. Quel che è certo è che da tempo non eravamo caduti così in basso. In questa discesa negli inferi, che trasforma in diavolacci non solo i teatranti di Palazzo Chigi ma anche gli abitanti del più bel paradiso europeo, la politica recita un ruolo di primo piano.

Il bandolo della matassa non si riesce ad acchiapparlo, infatti, senza partire da lì. Bossi, ai minimi termini elettorali, ha talmente meridionalizzato il suo partito da produrre la più clamorosa manifestazione di “familismo amorale” dell’epoca recente. Neppure Mastella ha saputo fare peggio. Tremonti dopo aver demonizzato il pericolo giallo si aggira fra i mercanti di Shangai cercando di vendere il debito sovrano del nostro paese. Il PdL vorrebbe liberarsi del proprio leader ma ha paura di guardare avanti ad un futuro senza di lui. Casini crede di poter ereditare l’elettorato di destra manovrando nell’ombra la rivolta impossibile dei berluscones. L’opposizione celebra la sua fragile unità prima di dividersi nuovamente nelle prossime primarie. Nulla è rimasto in piedi non solo dell’architettura politica di tre anni fa, quando sembravamo diventati un paese bipolare, ma di quasi ventanni addietro quando dalle macerie della Prima repubblica sembrava emergere un singolare bipolarismo all’italiana.

In questo gioco dell’oca in cui tutti tornano indietro, la destra a prima di Berlusconi, la sinistra a prima dell’Ulivo, c’è un pezzo di Italia reale che si vede rigettata a trenta-quarantanni fa. Abbiamo azzerato il bonus del miracolo economico, le aziende brancolano nel buio, e intere generazioni, sono i figli di quei ceti popolari, operai e piccolo borghesi che pensavano di esser diventati pienamente borghesi, scoprono di vivere peggio dei loro nonni senza poter aspirare, a differenza di loro, in una prossima scalata sociale. Il gambero rischia di diventare il simbolo dell’Italia di oggi che corre velocemente all’indietro.

Nel centro destra sono ore di panico. Sono in tanti ormai a parlare con angoscia del futuro che li aspetta. Alcuni sperano che Berlusconi resista, altri, i più, temono che lo faccia trascinando tutti loro nel baratro. Anche la Chiesa cattolica, impegnata con i suoi vertici vaticani a ricostruire un nuovo soggetto politico, scopre che dovrà rendere conto dei privilegi acquisiti in cambio di un terribile silenzio sulla caduta morale dello spirito pubblico. Fa persino pena che in queste condizioni Bossi torni a parlare di secessione di fronte a popoli padani che si scoprono retrocessi sul ciglio del burrone dopo il più lungo periodo di egemonia nordista sulla vita nazionale che non ha portato alcun risultato, e ha anzi aggravato le condizioni del Nord.

Rumori di fondo annunciano un autunno caldissimo e gli esperti di sicurezza sono preoccupati di quel che potrà accadere quando la crisi sociale combinerà l’insieme dei fattori di instabilità e darà la stura a movimenti radicali di protesta senza che nessuno abbia oggi la certezza che verranno rispettate le regole.

Il paradiso sta diventando davvero il luogo abitato da diavoli. Diavoli le vittime, diavoli i responsabili di questo disastro. Nella sua miseria umana la vicenda di Giampi Tarantini rappresenta bene il punto di caduta di questo imbarabarimento. Lo scambio di sesso per il potere e per gli affari, la trasversalità che fa scoprire amicizie politiche in tutti e due gli schieramenti, il prevalere di un mondo che non produce merci, che non vive sul mercato ma celebra i vizi dei potenti di turno e l’ascesa di furbetti di nuovo conio che si autodefiniscono imprenditori.

La rivolta, diciamolo con franchezza, è nell’ordine naturale delle cose. Abbiamo una classe dirigente che tutta intera ha fallito e in essa emerge la crisi del personaggio su cui si è misurata l’intera nostra vita pubblica. Berlusconi ha inventato questo mondo di diavoli che sta stravolgendo il nostro paradiso. Se ne stanno accorgendo anche i suoi elettori che, come dimostrano i sondaggi, si ritraggono da lui pur non sapendo dove andare. È qui che si può innestare il corto circuito democratico e civile. Quanto può reggere un paese in queste condizioni?

La domanda la rivolgiamo al migliore di noi, alla personalità che ha saputo in questi anni terribili e ridicoli tirarsi fuori dal marasma generale per rappresentare l’argine e la speranza. Sentiamo che il Quirinale non può più tacere su questo degrado avvilente. Giorgio Napolitano è stata l’unica scelta giusta che fece l’Unione prodiana nella sua breve avventura. In questi anni nessuno dei contendenti gli ha potuto rimproverare alcunchè anche se tutti e due gli schieramenti hanno borbottato contro di lui quando il capo della stato ha fatto sentire i suoi richiami. Senza Napolitano saremmno già in default. Se l’Italia si regge in piedi sulla scena internazionale è perchè le cancellerie e i mercati pensano che in ogni momento quell’anziano gentiluomo è in grado di raddrizzare la barca.

Ad alcuni questa presidenza, come del resto altre, è sembrata troppo interventista. E’ un dibattito sterile che può essere stroncato sul nascere da una valutazione serena sui benefici che al paese sono venuti dalle prese di posizioni del Colle. Eppure tutto questo non basta più. Non basta più strattonare premier e ministro del tesoro, costringere l’opposizione ad un atteggiamento parlamentare responsabile, mettere in riga la Lega ogni volta che offende l’unità nazionale. La crisi ha ormai l’ampiezza di una drammatica crisi morale.

Siamo nella stessa situazione del dopo terremoto irpino che spinse Pertini a dare la scossa alla politica. Il paese si aspetta che Napolitano fermi questa danza macabra sulle spoglie dell’Italia. Non tocca al presidente sfiduciare governi o premier ma spetta al presidente parlare a nome di tutti gli italiani, di destra e di sinistra, che non ne possono più, che non vogliono essere trascinati nell’abisso da questa classe dirigente.
Napolitano non può più tacere sul nodo della crisi che riguarda la rispettabilità del paese. Non si può chiamare un’intera comunità nazionale ad uno sforzo di ricostruzione che sicuramente modificherà nel profondo il nostro modo di vivere, senza richiamare la classe dirigente a comportamenti improntati a esempio di moralità. Lasciamo agli atei devoti il compito di indicarci come dobbiamo vivere, procreare e amare mentre esaltano stili di vita feudali dei loro adorati principi. Non è il moralismo che ci deve guidare nella richiesta di un gesto o di una parola del capo dello stato. Parliamo d’altro. Parliamo di una reinvestitura morale della politica, questa arte nobile e necessaria, che pretende limpidezza di comportamenti e capacità di rappresentazione delle aspirazioni migliori di un popolo.

Forse Massimo d’Azeglio, come scrivono ormai molti storici, non ha mai detto che «fatta l’Italia bisognava fare gli italiani», ma se oggi rivivesse lo direbbe davvero sapendo che per rifare gli italiani, per ricostruire una comunità ambiziosa e solidale c’è bisogno che alla sua guida ci siano i migliori e non i peggiori. Parli Presidente, da lei ci aspettiamo quell’elogio della politica e dell’esempio che ci possono spingere fuori da questo inferno perchè l’Italia non sia più descritta, come cinque secoli fa, come un «paradiso abitato da diavoli».
 

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