Edison è già francese, qualcuno avverta il governo

Edison è già francese, qualcuno avverta il governo

Più che con i francesi di Edf, la partita sul futuro di Edison si gioca tra i soci italiani. Dopo l’incontro di ieri tra il numero uno dell’utility transalpina Henri Proglio e il ministro Paolo Romani, il cui esito ha portato a un’ulteriore proroga del riassetto di Foro Buonaparte al 30 ottobre prossimo, oggi si è riunito il consiglio di gestione di A2a, l’ex municipalizzata che detiene la maggioranza delle quote in Delmi, il veicolo dei soci italiani nella seconda società elettrica del Paese.

Sebbene la ragion di Stato possa scompaginare le carte in ogni momento – a Cernobbio a tavola con Andrea Vierio, il d.g. di Iren (la municipalizzata di Torino e Genova, che detiene il 10% di Edipower, il braccio elettrico di Edison) lo stesso Romani aveva assicurato tra una portata e l’altra che l’Italia non poteva permettersi un’altra Lactalis – sull’ipotesi di una cordata italiana per rilevare Edipoweri vertici di A2a non sembrano sulla stessa linea. Il presidente del consiglio di gestione, e negoziatore per conto di Romani, Giuliano Zuccoli, ha specificato che l’ipotesi di una cordata non è «alternativa ma sovrapposta» allo “spacchettamento” di Edipower previsto dai contratti di marzo, bloccati dal governo. Il numero uno del consiglio di sorveglianza, Graziano Tarantini, ha invece ribadito: «Ho il massimo rispetto per i desiderata del governo ma noi siamo rimasti fermi all’ipotesi di marzo, perché la riteniamo la più opportuna e la più conveniente».

Niente cordata italiana, dunque: «Non ci risulta, siamo arrivati a una nuova proroga dei patti perché non c’è stato il tempo necessario per definire il punto che resta critico, ovvero la determinazione del valore della put per i soci italiani che resteranno nel capitale di Edison», ha osservato Tarantini. La put, infatti, vale 1,4 euro per azione, quindi se i soci dovessero esercitarla nei confronti di Edf, per uscire dal capitale di Edison entro tre anni, dovrebbero iscrivere a bilancio un’importante minusvalenza: oggi il titolo ha chiuso a 0,79 centesimi di euro (+3,31%). Gli equilibri finanziari sono piuttosto complessi: Edison è controllata al 61% da Transalpina di Energia (TdE), holding paritetica tra Edf e Delmi, e per il rimanente 19% da Edf. A sua volta, Edison detiene il 50% di Edipower, mentre il 20% è di A2a. Sommando le quota indiretta via TdE e diretta in Edison, è facile vedere che Edf, di fatto, è già la proprietaria di Foro Buonaparte.

Non stupisce, quindi, che gli italiani preferiscano uscire da una Edison che già oggi non controllano, per orientarsi su comparti come l’idroelettrico, meno a rischio del gas, soprattutto alla luce dell’aumento Ires (al 10,5%) per le società energetiche deliberato nell’ultima manovra. A2a ci ha messo gli occhi sopra da tempo: è una tecnologia matura, senza costi variabili, e con un regime concessorio poliennale (quelle di Edison scadono nel 2020). Edipower controlla 6 centrali termoelettriche (Chiavasso, Turbigo, Piacenza, Sermide, Brindisi Nord, San Filippo De Mela) e 3 idroelettriche (Mese, Udine e Tusciano), per 7.600 megawatt. In base agli accordi di marzo, Udine e Mese andrebbero ad A2a, quattro impianti termoelettrici a Edison, mentre un impianto idroelettrico e due termoelettrici sarebbero spartiti tra Iren e Alpiq (utility elvetica che detiene il 20% di Edipower dopo l’uscita da Delmi). A Edison, invece, A2a dovrebbe cedere due impianti a ciclo combinato, Scandale, partecipata pariteticamente da E.On, e Gissi, da 800 megawatt ciascuno. 

L’asse “sistemico” composto da Giuliano Zuccoli, dall’advisor Intesa Sanpaolo e dal ministro Paolo Romani, tuttavia, si è scontrato con il niet di Iren. Che, come ha sostenuto il d.g. Andrea Viero a Cernobbio, «non si indebiterà per Edipower». A margine dell’incontro di oggi con Zuccoli, il presidente di Iren, Roberto Bazzano, non ha mancato di far notare che un posizionamento condiviso tra i soci italiani renderebbe tutto più facile. A meno di cordate, lo scenario più plausibile sembra uno scambio con Edf per la cessione di Edipower in cambio del 30,6% delle quote italiane.

Nessuno, tantomeno Acea, che al massimo potrebbe mettere 200 milioni di euro, avrebbe la potenza finanziaria sufficiente a rilevare una società che vale 3 miliardi, più 1 miliardo di debito, mentre la posizione della Cassa depositi e prestiti, in questa partita, rimane ambigua. Tuttavia, come ha detto ieri Paolo Romani, «in un mese e mezzo tutto è possibile». Nella speranza che non finisca come Parmalat. 
 

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