Il futuro dell’euro è nelle mani di un giudice tedesco

Il futuro dell’euro è nelle mani di un giudice tedesco

Nuove nubi si stanno addensando sull’eurozona. Domani la Corte costituzionale tedesca, riunita a Karlsruhe, deciderà se i fondi dislocati dalla Germania ai Paesi europei hanno i requisiti fondamentali di costituzionalità oppure no. E la testata tedesca Der Spiegel avverte che la sentenza potrebbe «esigere una partecipazione sostanziale del Parlamento federale a tutti i provvedimenti di salvataggio del futuro». Ciò si tradurrebbe in un potere di veto da parte della Germania nei confronti dei nuovi poteri del fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf). Ma a far paura ora a Berlino è l’uscita dalla zona euro della Grecia. Secondo diversi deputati tedeschi della CDU il cancelliere Angela Merkel li avrebbe messi in guardia rispetto a un’estromissione di Atene dalla moneta unica.

«Il governo ha capito che deve concedere il diritto di intervento ai deputati». Così lo Spiegel, parlando con gli avvocati che stanno curando la vicenda nella Corte costituzionale. «Il rappresentante della Germania all’Efsf non potrà dare il via libera ai piani di salvataggio se non avrà prima ottenuto l’appoggio del Bundestag», spiegano fonti vicine al dossier. Secondo l’influente politico bavarese Peter Gauweiler, che insieme a diversi docenti tedeschi hanno presentato istanza di costituzionalità degli aiuti alla Grecia, il meccanismo messo in atto per il primo bailout di Atene violerebbe le leggi tedesche e i trattati europei «in merito al diritto di rappresentanza democratica e sulla tutela della proprietà». Diverso il concetto espresso dalla Merkel, per la quale non è avvenuta nessuna violazione.

Il nodo principale della questione è se debba essere o no Berlino a sostenere l’eurozona. I piani di salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo stanno pesando sulle spalle dei contribuenti tedeschi, causando al cancelliere Merkel ben più di un grattacapo. Le sconfitte elettorali, l’ultima domenica scorsa nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale, stanno dimostrando quanto l’elettorato vicino alla CDU della Merkel sia esasperato dalla situazione debitoria dell’Europa. Proprio in virtù di ciò, tutti i partiti politici stanno cercando di raggiungere un compromesso per risolvere lo stallo. Fonti vicine al dossier riferiscono che non c’è l’interesse politico o economico a far cadere tutti i programmi finora approvati, ma questo potrebbe invece succedere per quelli futuri.

Secondo Michael Hewson, analista di CMC Markets a Londra, «un voto negativo è improbabile». A Linkiesta Hewson spiega che «un parere contrario getterebbe l’Europa nel caos e quindi è possibile che questo sia positivo, anche se con pesanti condizioni». Il riferimento è chiaro. Come sta chiedendo da oltre un mese la Finlandia, la Grecia se vorrà ricevere gli aiuti finanziari dovrà fornire adeguate garanzie. «Arriverà quasi sicuramente il potere di veto nei confronti delle tranche tedesche del fondo Efsf – spiega Hewson – ma tutta la vicenda evidenzia la mancanza di consenso da parte dell’esecutivo del cancelliere Merkel». 

Gli aiuti destinati da Berlino ad Atene sono pari a 22,4 miliardi di euro, più circa 150 miliardi che rappresentano il primo bailout greco, quello irlandese e quello portoghese. Il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha rimarcato nei giorni scorsi che «non è possibile pensare a una bocciatura dei piani finora approvati». Se questo aspetto è verosimile, ce n’è un altro che non deve essere sottovaluto. L’eventuale passaggio parlamentare, con potere di veto, dei fondi Efsf potrebbe creare un circolo vizioso capace di provocare un’accelerazione della crisi dei Paesi periferici. Se da un lato Berlino non vuole più essere l’unico attore forte nei vari piani di salvataggio europei, dall’altro c’è la certezza che così si creerà uno squilibrio nel progetto di Unione europea. Ma, come ricorda il settimanale Die Zeit, «la politica dell’integrazione europea, un tempo appannaggio esclusivo dei tecnocrati, è diventata il palcoscenico della crisi d’identità della Germania». Berlino ha paura di essere diventata la chiave di volta per il futuro dell’eurozona e capisce che se non interviene lei, la soluzione è quella dell’euro break-up, il collasso dell’euro. Ed è proprio per questo che, mentre gli ordinativi industriali tedeschi registravano una brusca frenata (-2,8% in agosto su base mensile), la signora Merkel ha invocato lo spettro di un’espulsione dall’eurozona della Grecia.

«I poteri sul budget sono il gioiello del Bundestag, ridurli significa perdere libertà». Con queste parole il giudice della Corte, Udo Di Fabio, ha commentato le indiscrezioni dello Spiegel. Il timore di un repentino cambio nella sentenza finale sta accelerando la corsa del secondo piano di salvataggio della Grecia. Secondo fonti vicine alla trojka composta da Fondo monetario internazionale, Ue e Bce, i vertici del Governo ellenico avrebbe chiesto di poter accedere «al più presto» ai fondi previsti dal bailout varato in luglio. «Manca la liquidità per andare avanti e arrivare a dicembre», avrebbero detto a Reuters alcuni funzionari del Tesoro greco. A queste indiscrezioni ha risposto il cancelliere Merkel di riflesso, spiegando che «non arriveranno aiuti se l’esito della trojka non sarà positivo». In pratica, un altro modo per dire che non è colpa della Germania se Atene andrà ufficialmente in default.

fabrizio.goria@linkiesta.it